La conversione dell’apostolo Paolo

Come annunciato, l’ultima udienza del mercoledì di Papa Benedetto XVI (3 settembre 2008) è stata consacrata al tema della “conversione” di Paolo. Ma cosa si intende, precisamente, per “conversione” di Paolo? Molti storici ritengono infatti non del tutto opportuna la qualifica di “conversione”, per delsignare l’esperienza paolina del passaggio dal giudaismo alla fede in Gesù: in qualche misura non a torto, poiché è certo che tale passaggio non venne mai avvertito dall’apostolo come adesione improvvisa a una nuova  confessione religiosa.

Del resto, almeno fino ai tempi della prima persecuzione neroniana, una distinzione netta fra cristiani ed ebrei rimaneva pressoché impossibile, per un osservatore esterno: lo stesso nome di “cristiani”, che gli Atti degli apostoli segnalano come entrato in uso per la prima volta ad Antiochia (At 11,26), non viene mai esplicitamente impiegato da Paolo nelle lettere, né da alcun altro autore del Nuovo Testamento. E l’ostinazione di Paolo nel rivendicare fieramente la propria ebraicità, ugualmente, invita a scartare qualunque interpretazione “esteriore” del suo incontro col Vangelo. Eppure, non è su questo che ci si può basare per l’esclusione del termine “conversione”.

La triplice narrazione che gli Atti riservano al famosissimo episodio sulla via di Damasco (At 9,3-9; 22,6-11 e 26,12-19) può essere intesa come il segnale dello stupore (e del disagio) col quale le prime comunità dei seguaci di Gesù accolsero l’inaspettato neofita, e non solo come un tentativo di autenticarne o di sottolinearne la legittimità. Ma c’è di più: gli Atti, unitamente ai brevi ed efficaci autoritratti dell’apostolo contenuti nella comunicazione epistolare, contribuiscono infatti a dare del Paolo “pre-cristiano” un’immagine di fiero campione del giudaismo, di custode “pieno di zelo” (Fil 3,6; At 22,3) della Torah, e questo in evidente contrasto con la sua successiva attività missionaria.

Michelangelo Merisi detto il Caravaggio (1573-1610), La conversione di san Paolo, 1600-1601. Cappella Cerasi, Santa Maria del popolo, Roma.

Michelangelo Merisi detto il Caravaggio, La conversione di san Paolo, 1600-1601. Santa Maria del popolo, Roma.

L’ipotesi di un reale mutamento interiore (ed esteriore) nella vita di Paolo è fuori discussione: e che tutto ciò possa definirsi come “conversione” sembra ben accettabile, anche sulla base della distinzione fra “conversione” e “adesione” proposta a suo tempo da A.D. Nock, nell’ormai classico volume Conversion. The old and the New in Religion from Alexander the Great to Augustine of Hippo (1933).

Il libro di Nock, pregevole nel tracciare il dinamismo missionario dei culti orientali in epoca ellenistica, con la loro forza di attrazione sociale, distingue infatti con i nomi di “conversione” e di “adesione” due modalità di approccio esistenziale ai sistemi di pratiche e credenze religiose: la prima dinamica e interiore, la seconda statica e prettamente “intellettuale”.

Per “conversione” – scrive Nock – noi intendiamo il nuovo orientamento dell’anima di un individuo, il suo decisivo rivolgersi dall’indifferenza o da una precedente forma di religiosità ad un’altra; rivolgimento che implica la consapevolezza di un grande mutamento, che l’antico era errato mentre il nuovo è giusto».

Sarebbe utile, in proposito, verificare direttamente la presenza di questi due concetti all’interno del lessico paolino. Essi sono rappresentati, rispettivamente, dai verbi greci metanoein ed epistrephein:

a) il primo, corrispondente all’ebraico leshuv (donde teshuvah, “ritorno”), indica prevalentemente la conversione nel senso “interiore” di pentimento, di ritorno a Dio, nel contesto di una religione già accettata (ricorre con le sue derivazioni in 2Cor 7,9-10; 12,21; Rm 2,4; 2Tim 2,25);

b) il secondo, invece, qualifica il passaggio da una religione o da una forma di culto ad un’altra (ed è il senso più “esteriore”, presente in 1Ts 1,9; Gal 4,9; 2Cor 3,16).

Ora, che Paolo pensasse al messaggio di Cristo come ad un inveramento della religione d’Israele pare indubitabile: lo si evince dalle sue stesse affermazioni. Ed è probabilissimo, se non proprio certo, ch’egli guardasse alla propria parabola personale come a una sorta di segno per Israele tutto, e specialmente per i correligionari che si rifiutavano di accogliere il Messia. Da questo punto di vista, parlare di una “conversione” dell’apostolo, facendone addirittura il fulcro di tutta la sua esperienza religiosa, è assolutamente corretto, e si rivela imprescindibile per afferrarne in profondità il messaggio.

NOTA. Su questo argomento, si possono leggere due nuovi interventi nel nostro sito principale: “La caduta di Saulo”, di Luigi Codemo, e “Il mulino mistico”, firmato da chi scrive. Entrambe le riflessioni prendono spunto da due diverse rappresentazioni artistiche, distanti per tempo e forma, dell’idea di conversione.