Il Mulino Mistico

Più di cento capitelli, con scene tratte dalla Bibbia o dal ricco immaginario dell’arte romanica, adornano lo stupendo nartece e le tre luminosissime navate della basilica di Santa Maria Maddalena, a Vézelay in Borgogna. Tra i capitelli istoriati del primo tipo, il più celebre è indubbiamente quello del “mulino mistico”, che raffigura due personaggi: il primo indossa una veste corta e sottili calzari, e appare intento a versare del grano in una mola; il secondo, scalzo e vestito di una toga più ampia, ne raccoglie invece la farina.

Queste due figure hanno tratti morbidi, delicati, eppure solenni. L’intera scena, stando alle interpretazioni più diffuse, rappresenta Mosè (oppure un patriarca o un profeta) nell’atto di versare il “grano” dell’Antica Alleanza in una mola a forma di croce, simbolo di Cristo, dalla quale l’apostolo Paolo raccoglie il “fior fiore” della Nuova Alleanza. Del capitello, ovviamente, si possono dare diverse letture: noi proveremo a interpretarlo in riferimento a san Paolo, e successivamente in rapporto al significato che la scena può assumere oggi, per noi.

Antica e Nuova Alleanza

Come sanno bene i teologi, la relazione tra Legge e Vangelo, o tra Antica e Nuova Alleanza, costituisce uno dei punti focali della riflessione teologica di Paolo. L’immagine del mulino, per ovvie ragioni cronologiche, non poteva essere impiegata dall’apostolo, ma è comunque accostabile ad altre metafore presenti nell’epistolario. Nella Lettera agli Efesini, ad esempio, si dice che Dio ha portato a compimento, in Gesù Cristo, il disegno di «ricapitolare tutte le cose, quelle del cielo come quelle della terra» (Ef 1,10): la funzione di Cristo, che è insieme “cosmica” e “storica”, viene paragonata in tal modo alla “ricapitolazione”, al gesto che il lettore o lo scrittore facevano attorno all’asta per svolgere o riavvolgere un papiro.

L’incarnazione del Figlio di Dio rappresenta il punto culminante di una storia sacra, quella del popolo d’Israele, ma anche della stessa creazione (Cristo è il nuovo Adamo: 1Cor 15,45-50; cf. Gal 4,4-5): è una specie di chiave, che permette all’uomo di aprire queste due porte che conducono a Dio. Il ruolo di Mosè, al quale il Signore aveva consegnato le tavole della Legge sul monte Sinai, appare quindi fortemente ridimensionato (vd. 2Cor 3,4-18).

Quando Paolo scrive che la Legge è stata abolita per mezzo della morte in croce di Gesù, tuttavia, egli non intende riferirsi all’intero percorso storico della Rivelazione, ma soltanto a quell’insieme di norme che il popolo ebraico aveva ricevuto da Mosè, a quella Legge mediante la quale, per l’appunto, nessuno era in grado di sconfiggere il peccato e di “santificarsi”, giungendo a una piena restaurazione della propria umanità. Per questo, soprattutto nelle sue lettere a Galati (cap. 3) e Romani (cap. 4), l’apostolo contrappone la “fede” di Abramo (che non era un “circonciso”) al Patto di Mosè. L’Alleanza di Cristo abbatteva i confini dell’Israele “secondo la carne”, sanciti dal rispetto della circoncisione e delle norme speciali della Legge, portando a compimento le promesse che Dio aveva fatto, per mezzo di Abramo, a tutti i popoli: il culto del Tempio di Gerusalemme e la Legge mosaica restavano dunque cose buone, ma solo in quanto “copia e ombra” di ciò ch’era stato rivelato per mezzo di Cristo (cf. Ebrei 8,13).

Di fede in fede

La promessa fatta ad Abramo, d’altronde, precedeva il Patto di Mosè: «Prima che venisse la fede (in Cristo)», scrive Paolo, «noi eravamo sotto la custodia della Legge, rinchiusi in attesa della fede (di Abramo) che doveva rivelarsi» (Gal 3,23). L’oggetto di questa fede si rendeva ora visibile, ai suoi occhi, in un cambiamento nei rapporti fra Dio e gli uomini, nel Regno annunciato da Gesù. Non più gli uomini avrebbero cercato Dio, per adattarlo alle loro misure, ma Dio li avrebbe cercati, in ogni angolo della terra, per trasformarli a Sua immagine. L’apostolo può allora affermare che «la giustizia di Dio si è rivelata di fede in fede» (Rm 1,17), cioè nel passaggio dalla fede di Abramo alla fede in Gesù Cristo, dall’antica speranza al suo compimento.

Questa convinzione non giunge a Paolo dal nulla, ma è il risultato di una “conversione”: che non dobbiamo interpretare semplicisticamente in termini di rottura con una fede precedente, ma come suo “inveramento”, come scoperta del suo dinamismo profondo. Il capitello del mulino mistico, in accordo con la sensibilità medievale, sottolinea questa continuità, e ci permette di porre in secondo piano qualunque interrogativo sull’identità delle due figure, per coglierne invece la loro viva relazione.

Dal grano alla farina

Non è necessario, in effetti, identificare con precisione i due protagonisti della scena: l’autore, del resto, non si è minimamente preoccupato di cesellare qualcuno degli attributi iconografici che avrebbero permesso all’osservatore di scorgere nel primo personaggio un Mosè, o nel secondo un san Paolo. Ciò che contava, per lui, era innanzitutto che si cogliesse il senso della loro azione. Ognuno di noi può allora occupare il posto dei due personaggi.

Il loro gesto ci ricorda una verità fondamentale della fede cristiana: non c’è nulla che possediamo che provenga interamente da noi stessi. Tutto ci è stato donato: ed è nostro preciso dovere conservarlo, curarlo, mantenerlo in vita, donarlo a propria volta. Anche la nostra fede deriva dalla fede di altri, da un percorso che abbiamo ereditato e che siamo chiamati a trasmettere. La mola ci richiama alla centralità della fede in Cristo, per tutta la nostra vita. Il grano della nostra esistenza contiene una verità, ma è una verità che rimane oscura e nascosta, come la farina nel grano. Attraverso il sacrificio di Cristo sulla croce, questo grano può trasformarsi in farina, diventando nutrimento per gli uomini.

Possiamo, ed anzi dobbiamo, interrogarci su quel che precede e su quel che segue alla scena: sulla materia grezza delle nostre esperienze, delle nostre scelte di ogni giorno; e sul fine al quale sono intimamente ordinate. Queste giungono alla loro pienezza, senza venire annullate, soltanto alla luce della Grazia. Occorre mettere in gioco, oggi più che mai, un principio che Paolo stesso ci indica: «Esaminate ogni cosa, e trattenete ciò ch’è buono» (1Ts 5,21). Come esperti cambiavalute, dobbiamo distinguere la buona dalla cattiva moneta: ma come farlo, senza un criterio di giudizio? Occorre un punto di leva esterno al sistema, per sollevare il sistema. E questo punto di leva, questa chiave universale, ci vengono offerti in Gesù Cristo.

Al contempo, però, il passaggio dal grano al farina ci insegna che la fede non è mai “nuda”, e che l’azione dello Spirito ha bisogno di una sostanza concreta, dei nostri umori, della nostra storia, del nostro carattere, per portare realmente frutto. La Grazia non agisce da sola, come per magia: si innerva in un terreno che nasce libero, la cui cura è anche una nostra responsabilità. La quiete operosa del mulino mistico di Vézelay ci aiuta a capirlo.

[NOTA: Queto mio articolo è apparso nel  bimestrale di informazione, cultura e vita sociale dell’Associazione Cardinal Ferrari, Il Piccolo n. 3/08 (maggio-giugno 2008), inserto speciale sull’Anno paolino, pp. 6-7]