La caduta di Saulo

di Luigi Codemo

Enrico Manfrini (1917-2004), con “La caduta di Saulo”, ha scelto di dare corpo all’evento della conversione di Paolo, rappresentando il momento drammatico del suo incontro con il Cristo sulla via di Damasco.

Questa statua in bronzo, dal titolo La caduta di Saulo, è opera di Enrico Manfrini (1917-2004), ed è ora conservata presso la Galleria d’Arte Sacra dei Contemporanei di Villa Clerici, a Milano. L’opera, nella sua essenzialità, mostra l’esperienza di Paolo nell’incontro con Gesù sulla via di Damasco, e rappresenta il momento drammatico che dà inizio alla sua conversione, così come viene descritta dagli Atti degli Apostoli, ai capitoli 9 (3-9), 22 (6-11) e 26 (12-19). Seguendo il modo con cui l’artista ha scelto di dare corpo all’evento della conversione di Paolo, cercheremo di inoltrarci nel mistero di questo incontro.

Gli occhi ciechi

Paolo è abbagliato e si copre gli occhi con la mano. Una «luce dal cielo» lo avvolge e lo abbaglia. Non vede più nulla: «Saulo si alzò da terra ma, aperti gli occhi, non vedeva nulla» (At 9, 8). Ogni cosa è diventata oscura. Rimarrà tre giorni senza vedere. Dovrà risalire dal profondo dell’oscurità per imparare a vedere nuovamente; dovrà imparare un nuovo orientamento. Infatti, l’incontro con Cristo gli rivela un punto di vista completamente nuovo. Nel momento stesso in cui è gettato a terra, sconvolto e perso, Gesù gli affida una nuova missione, un nuovo orizzonte. Lui cieco dovrà far vedere:  «Su, alzati e rimettiti in piedi; ti sono apparso infatti per costituirti ministro e testimone di quelle cose che hai visto e di quelle per cui ti apparirò ancora. Per questo ti libererò dal popolo e dai pagani, ai quali ti mando ad aprir loro gli occhi, perché passino dalle tenebre alla luce […]» (At 26,16-18).

Il volto coperto

Paolo si copre il volto con la mano: non vede e, allo stesso tempo, non si fa vedere, non si rende riconoscibile. La caduta segna il momento in cui tutto è messo in discussione: l’immagine che si era costruito di Dio così come l’immagine che si era fatto di se stesso vanno inesorabilmente in frantumi. Messo a confronto con se stesso, la maschera che portava non regge più.

Per descrivere questo momento, Paolo usa il verbo apokalýptō (Gal 1,15), il che significa che Dio scoprì e rivelò qualcosa di nascosto, qualcosa che da sempre giaceva nel profondo del suo cuore, anche se ancora velato e in attesa di emergere nella sua autenticità.

Senza più maschere, Paolo potrà iniziare a cercare e conoscere Dio, e nell’incontro con Dio, trovare se stesso. È quel processo di trasformazione che Paolo descrive nella lettera ai Corinzi: «Noi tutti a viso scoperto, riflettendo come in uno specchio la gloria del Signore, veniamo trasformati in quella medesima immagine, di gloria in gloria, secondo l’azione dello Spirito del Signore» (2Cor 3,18).

Il corpo nudo

Paolo è gettato a terra, nudo. Non può nascondersi dietro a nulla. Non lo coprono le vesti che conferiscono un ruolo. Non può neppure celarsi dietro il proprio zelo. Si ritrova e si riconosce, invece, per quello che è, nella sua impotenza, nella sua fragilità. Al contempo, cosa per lui fino a quel momento inconcepibile, si ritrova salvato non perché capace di osservare i precetti, ma perché amato da Dio. E questo amore si mostra nell’incontro con Gesù crocifisso e risorto: Paolo, nudo per la sua umanità, può rispecchiarsi nel corpo nudo di Cristo esposto sulla croce.

Questa esperienza scardina la sua precedente visione della vita. Ciò che conta ora è entrare in comunione con Cristo, partecipando al mistero della sua morte e risurrezione, per instaurare un rapporto trasformatore che si rinnova di giorno in giorno. L’essere nudo è qui segno della nuova nascita di Paolo, inizio di una nuova vita che lo porterà a rivestirsi di Cristo (Gal 3,27).

Afferrato da Cristo

Con la caduta, Paolo fa esperienza dell’amore incondizionato di Dio. Si ritrova cieco, perso e nudo perché gli si para davanti la sproporzione con cui Gesù lo ama. È l’esperienza di questa inadeguatezza che fa nascere la possibilità della conversione, che permette alle squame di cadere dagli occhi e di recuperare la vista (At 9,18). Dio ama, e ama per primo: la caduta non avviene mai nel vuoto, ma si rivela luogo dove essere afferrati e conquistati da Cristo (Fil 3,12).

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Testo: Luigi Codemo.

Foto: Galleria d’Arte Sacra dei Contemporanei, Villa Clerici, Milano.

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