In nome di Dio: storie di una conquista

Edmondo LUPIERI, In nome di Dio. Storie di una conquista («Biblioteca di cultura religiosa» 72), Paideia, Brescia 2014, pp. 320, € 29.

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Questo libro racconta alcuni momenti della diffusione del cristianesimo al di fuori dell’Europa e si interessa in particolare alle trasformazioni che la predicazione cristiana ha subito nel contatto con le popolazioni extraeuropee e alle reazioni che essa ha provocato in «loro» e in «noi». Dalle guerre dei conquistadores nelle Americhe alle missioni dei gesuiti in Oriente ai culti del cargo nel Pacifico, emerge un insieme di storie che mette avanti la dimensione religiosa dell’incontro fra culture diverse ma insieme non nasconde la rete di connessioni sociali, economiche, politiche, militari a cui la religione fa talvolta da paravento – ma quanto costitutivo può invece essere un simile paravento? Come tutte le storie anche questa contiene vicende di uomini e donne che hanno commesso errori spaventosi, hanno compiuto gesti di altissimo eroismo, si sono abbassati a compromessi vergognosi. Sul piano della lunga durata, il risultato dei loro atti è il nostro mondo odierno, il cui sviluppo, comprese le guerre e le contraddizioni, pare ancora conseguenza di passi compiuti nel passato, spesso in buona fede, quasi sempre «in nome di Dio». Oggi come in passato il potere esercitato dalle religioni sull’umanità non ha equivalenti, e questo libro di Edmondo Lupieri vorrebbe essere di qualche utilità per pensare a che cosa siamo stati, che cosa siamo e che cosa potremmo essere o fare.

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Sommario del volume

Premessa
Introduzione

  1. Fede e scoperte
  2. Santi, dèi e missionari
  3. Dio è nero
  4. Il loto e la croce
  5. Il rogo degli ultimi dèi
  6. Ritornano i morti?

Bibliografia
Indice analitico
Indice degli autori moderni

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Un brano dalla Premessa

Questo libro è quello che più mi è costato scrivere. Propriamente parlando, non è un testo tradizionale di storia, ma è un libro che contiene molte storie. Storie che ho scelto perché le ritengo importanti e significative in primo luogo per me. E ho pensato che potessero esserlo o diventarlo anche per altri. Scrivendo, ho avuto in mente un paio di obiettivi. Uno dei principali era quello di mostrare che i nostri antenati europei non erano preparati a conquistare il pianeta né eticamente, né religiosamente e nemmeno culturalmente. Superiorità tecnologica e fame di potere generarono e permisero la conquista, anche se fu effettuata «in nome di Dio». Alcuni personaggi straordinari erano ben più avanti dei loro contemporanei e, se ne avessero avuto il potere, la «conquista» sarebbe stata cosa diversa. Altri commisero errori mostruosi in perfetta buona fede, ma molti, forse i più, agirono per motivi di interesse, loro personale o del gruppo che rappresentavano e, anche se non è possibile tagliare le verità col coltello, mi sembra che abbiano usato la retorica religiosa per l’ottenimento dei propri fini. Detto questo, non sono così ingenuo da credere che altre genti o altre nazioni avrebbero fatto molto meglio. La storia non si fa con i «se», ma, se l’Europa medievale fosse stata conquistata dagli arabi, o dai turchi, o dai tartari, o magari dai cinesi, e se poi questi avessero «scoperto» il resto del mondo abitato, possiamo ragionevolmente ritenere che la conquista del pianeta sarebbe stata condotta in modo migliore e con aspetti più umani? Alcuni lo pensano e non v’è dubbio che la storia sarebbe stata diversa e che anche noi saremmo diversi, geneticamente e culturalmente, ma la brutalità dei massacri che punteggiano le varie fasi delle civiltà extraeuropee non ha nulla da invidiare a quella dei massacri nostrani.

Forse questo significa che c’è qualcosa di sbagliato. Da un punto di vista strettamente storico e biologico, non c’è modo di trovare spazio nell’evoluzione umana a eventi che corrispondano alla narrativa biblica relativa ad Adamo ed Eva e al loro peccato. Si tratta quindi di una costruzione mitologica avente come fine quello di giustificare l’esistenza del male sulla terra senza accusarne Dio (e anche un paio di altri scopi, come spiegare e sostenere l’osservanza sabbatica e, forse, una modifica di calendario). Tuttavia, indipendentemente dal fatto che noi si accetti o meno qualche traccia di storicità nella narrazione, mi sembra che possa ancora insegnarci esattamente questo, che qualcosa andò storto «fin dall’inizio».

Visto che, tuttavia, mi considero ancora uno storico […] non ho risposte facili al tipo di domande che possono scaturire da una simile considerazione – e men che meno soluzioni ai problemi che ne derivano. Posso soltanto invitare gli altri a voltarsi indietro, verso la nostra storia, per poi essere capaci di guardare in avanti e cercare di fare qualcosa di nuovo su questo nostro pianeta. Dove abbiamo sbagliato in passato, forse altri riusciranno in futuro.

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Un brano dall’ultimo capitolo, «Ritornano i morti?»

«Il futuro è meticcio».  Oggi tale affermazione non sembra più avere valore profetico, ma pare destinata a descrivere la realtà dell’esistenza umana sul nostro pianeta. Il meticciaggio, infatti, sembra essere da sempre un fenomeno caratterizzante la razza umana, se addirittura DNA neanderthaliano compare fra discendenti dell’homo sapiens; tuttavia, con i recenti fenomeni di globalizzazione economica e di mobilità umana – talora all’interno di situazioni feroci e brutali di migrazione e di urbanizzazione – l’aspetto sociologico del meticciaggio è destinato a crescere esponenzialmente nel nuovo secolo.

Se questo porterà mai a un’umanità più umana, è difficile a dirsi. Quello che possiamo dire è che quasi tutte le storie che ho raccolto in questo libro, pur nelle loro diversità e contraddizioni e al di là di meticciaggi sociologici più o meno espliciti, si riferiscono a forme di meticciaggio religioso. Una volta bollato come sincretismo, temuto da teologi e uomini di Chiesa cristiani, osteggiato nei monoteismi nati nei deserti del Medio Oriente, cercato da predicatori dell’Oriente anche estremo, si presenta oggi come segno di trasformazioni forse necessarie alla sopravvivenza stessa del fatto religioso. In effetti, specialmente in una situazione di un possibile «scontro di civiltà» che molti forse temono, ma certamente altri ricercano, è ancora possibile o auspicabile conservare una propria identità religiosa tradizionalmente distinta dalle identità altrui e con quelle incompatibile?

Al di là del salvataggio di lingue e di tradizioni la cui scomparsa sarebbe una perdita culturale grave (anche se l’estinzione di culture umane sembra accompagnare l’estinzione di massa di specie animali e vegetali a cui assistiamo con quotidiana impotenza), la difesa della propria identità etnica pare oggi un fatto per lo meno discutibile. E lo è tanto più nella misura in cui la difesa della purezza etnica è in genere fatta propria dalle forze culturalmente più barbare e socialmente più retrive. Questo, però, non significa affatto che, passando dall’identità etnica a quella religiosa, meticciaggi e sincretismi siano cosa facilmente accettabile o addirittura auspicabile, anche in ambienti religiosamente tolleranti e progressisti. Dobbiamo in primo luogo, infatti, capire quale meticciaggio religioso potrebbe essere moralmente e culturalmente lecito oggi e quali criteri potremmo o dovremmo adottare per definirlo ed eventualmente favorirne origine e sviluppo.

Quando, nel 1610, Galileo puntò il cannocchiale verso Giove e ne vide i satelliti, ebbe la prova empirica che non potevano esistere le volte celesti. La spaventosa costatazione che il «cielo» è un’illusione ottica sottrasse al Dio biblico il suo trono fisico. Il vecchio barbuto col triangolo in testa non era mai esistito al di fuori della creatività immaginifica di predicatori e artisti, ma, dato che l’oggetto del creduto vive in quanto creduto, possiamo dire che col 1610 incominciò seriamente a morire. A dire il vero, anche a causa degli atteggiamenti passati delle strutture ecclesiali cattoliche e quelli presenti di gruppi e chiese incapaci di staccarsi da interpretazioni letterali delle scritture giudaiche e cristiane, forse non è mai esistito nel mondo occidentale uno iato così profondo tra la ricerca scientifica e il creduto di milioni di fedeli. Forse anche a causa di tale scollamento e della mancanza di comunicazione tra il mondo della scienza e quello delle fedi, accanto alle posizioni tradizionaliste e intolleranti, come abbiamo in parte visto sopra esiste già anche all’interno del mondo culturale occidentale un meticciaggio religioso dai tratti benevoli, per cui ai santi più o meno sofferenti, alle madonne materne o trafitte, ai cristi risorti o crocifissi si affiancano divinità obsolete e talora ferine, immagini di mondi altri e lontani, riti e oggetti e testi per noi stranieri quanto il pane e il vino per gli ameroindiani.

In un universo darwiniano, la cui incommensurabilità spaziotemporale di 16,8 miliardi di anni è una sfida per chi voglia seriamente cercare di immaginarlo, un nuovo crepuscolo del pensiero religioso come quello a cui accennavo ora, in cui davvero tutte le vacche appaiono grigie, non può essere l’obiettivo a cui mirare. Né mi pare che concetti tradizionali di «religione» e di «dio» possano colmare il vuoto teologico di un «creato», in cui la sola presenza di un Dio biblico creatore e provvidente genera più problemi di quanti possa risolverne. Se le due vie qui accennate non paiono percorribili a persone culturalmente mature, la terza via mi pare ancora quella di una fede «dubbiosa e pensante», fede di chi fatica a credere.  Con la forza di un pensiero necessariamente e, vorrei dire, cristianamente debole possiamo ragionevolmente smontare le costruzioni religiose esistenti e, nel vuoto così creato, trovare un piccolo e modesto spazio ragionevole ove il desiderio di credere e la nostalgia di un Dio lontano abbiano ancora diritto di cittadinanza. Posizione debole, quindi, lontana dai trionfalismi, ma rispettosa e tale da consentire l’incontro con un’umanità altra e diversa, incontro in grado di nutrirsi di quello stesso desiderio di un’eternità umanamente impensabile e irraggiungibile e di costituire la base per un diverso e profondo meticciaggio religioso.

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L’Autore

Edmondo LUPIERI ha insegnato nelle Università di Roma, Torino e Udine e attualmente ricopre la cattedra di Teologia intitolata al card. John Cody alla Loyola University di Chicago. Tra le sue pubblicazioni più importanti, ricordiamo Giovanni Battista tra storia e leggenda (Paideia, Brescia 1988), I mandei. Gli ultimi gnostici (Paideia, Brescia 1993), L’Apocalisse di Giovanni (Fondazione Lorenzo Valla – Mondadori, Milano 1999) e Giovanni e Gesù. Storia di un antagonismo (Carocci, Roma 2013).