Il Grande Mercato dei libri

di Guido Ceronetti

Quanto li abbiamo amati, i libri! Ed eccoci nel mercato dei libri. Fu un piacere vederne tanti, ma il piacere si guastò subito, perché i libri erano troppi.

L’altissima concentrazione di parole stampate sprigionava energie quasi solari, ma di sole nero. In ogni parola c’è una piccola forza capace di agire, bene o maleficamente, a seconda delle combinazioni. Certe parole possono anche agire da sole; sono le più pericolose; per fortuna non sono molte. Quando le combinazioni sono troppe (in un libro ce ne sono parecchie migliaia) ne risulta un eccesso di energia che è prevalentemente malefico. Un milione di libri eccellenti emanano raggi di morte.

Dopo qualche minuto sudavamo come se ci avessero voltolati nel fango termale. I libri irrompevano da tutte le parti con l’impeto dell’armata di Budiennij. Dall’alto cadevano enciclopedie, storie delle varie letterature, manuali di cucina, di economia, di sociologia, di pedagogia, di psicologia: si stava caldi come i sudditi di Sodoma sotto la pioggia di mattoni infuocati.

Ci armammo di speciali ombrelli paralibro, fatti di una sostanza assolutamente refrattaria ai libri, e spalmati di una vernice repellente, che li rispediva alla causa di tutto, i loro autori, la più contumace gente che esista, e questo geniale strumento profilattico, inventato all’epoca del telegrafo e subito imprudentemente messo da parte, ci consentì di non riportare danni durante l’ardita visita ai reparti. Offrimmo parecchi ombrelli a persone smarrite e doloranti, e distribuimmo anche drastiche dosi di polvere libricida da spargere sulle copertine, senza molto successo: c’era, come al solito, poca richiesta di essere beneficati.

L’aggressività dei libri nuovi era implacabile: volevano essere letti subito, volevano che si parlasse e si scrivesse subito, con grande passione, di loro. Gli autori, da una immensa tribuna, seguivano con potenti binocoli le vicende dei loro libri. Mentre una mano reggeva il binocolo, l’altra batteva sui tasti di una macchina, da cui uscivano fogli fradici di parole, chiamati ancora manoscritti, e li passava in fretta all’Editore, il quale facendo uso di sistemi di riproduzione meccanica sempre più celeri, li spediva da speciali basi molto simili alle militari moderne all’attacco delle città in determinati periodi dell’anno.

Cosi l’occhio, senza staccarsi dal binocolo, doveva a volte seguire le peripezie di due o tre libri nello stesso tempo, che erano sempre le stesse e per fortuna piuttosto rapide. Voci svergognate annunciavano senza riposo nuovi libri; ciascuno era un’epifania: un discorso implacabile, condotto all’estremo risuonava da un capo all’altro del mercato dei libri, che era grande il doppio o il triplo di quello del nutrimento. Avremmo preferito che il discorso s’interrompesse a metà, o non cominciasse neppure, ma visto che doveva essere condotto fino all’estremo di se stesso (cosa paurosa, perché un discorso ha la stessa natura della linea retta, e può continuare all’infinito), non restava che tenere l’ombrello sempre aperto e non permettere al discorso di perforarci. Tra gli autori risuonavano sovente grandi bestemmie, imprecazioni all’indirizzo di oscuri anonimi, o di qualcuno, come: il maledetto non ne vuole parlare, hanno fatto una congiura quei porci, Buconero non ha capito niente, niente!, Odorico è uno schifoso, ma anche esclamazioni di giubilo sfrenato: tre colonne sul Colombo Sedentario!, candidato con Empedocle allo Stromboli!, tradotto in cuneiforme!, best-seller nello Sheol!, mi ha scritto personalmente Boggiaroni che e difficilissimo!

Non mancavano, dopo ogni delusione, le consolazioni pronunciate a bassa voce, in cui tremava nel dolore una delizia estrema: è un libro per pochi, il successo è dei cretini, è sempre stato così. Notammo (era nuovo) un’estrema sfiducia degli autori nel Lettore Postero; non solo temevano, giustamente, di non poterlo conquistare, per la morte precoce dei loro libri, ma che addirittura non arrivasse mai a leggerli, per la sua propria inesistenza, dovuta a cause a cui i libri non erano, forse, del tutto estranei.

Intorno ai Suffeti del Libro, investiti del potere celeste di dichiarare ottimo ogni libro, si svolgevano risse da taverna per ottenere dichiarazioni di ottimità totale o, almeno, parziale (non si scendeva al di sotto del parziale), da parte dell’autorità suffetale. Le dichiarazioni erano ambitissime, nonostante il loro scarso credito, dovuto alla velocità con cui venivano emesse e all’uggiosità del loro stile […]. I Suffeti e i loro subalterni, una truppa di scherani di ventura, mal pagata e sofferente, sempre accampati tra i libri, come gli Unni tra i loro cavalli, vivevano una vera guerra. Si asciugavano gli occhi sanguinanti, schizzavano di qua e di là come rospi spaventati. La vita dei massimi Suffeti era costantemente in pericolo, perché un libro trascurato o trattato con durezza poteva vendicarsi vigliaccamente. Il loro linguaggio era sovente complicato o sfuggente per evitare una lode che sentivano troppo impura, insieme all’inevitabile rappresaglia. Per assicurarsi l’immunità, i più usavano tenere sempre pronta, in una marmitta tiepida, una colla commestibile, o una zuppa pitturabile, composta di ingredienti di questo tipo:

Il libro più importante dell’anno.

Un caso letterario tra i più sconcertanti.

Un saggio nuovo, acuto e sorprendente.

Un eccezionale contributo.

Con finissima introspezione.

Il romanzo di una crisi e di una società.

Mette a nudo il tramonto dei valori.

Un volume composito.

Una lettura da farsi su più piani.

Una lucidità implacabile.

Tutto un mondo segreto.

Una testimonianza sconvolgente.

Lo specchio di un’epoca.

Un trentennio di pazienti ricerche.

La tragedia di un uomo e di un popolo.

Uno stimolo per il lettore intelligente.

Una spietata autoanalisi.

Un brillantissimo esordio.

Un grande ritorno.

Pervaso da un’alta malinconia.

Lo aspettavamo a questa prova.

Una prosa che incide.

Apocalittico.

Il suo libro migliore.

Una decina di queste cucchiaiate, rendevano quasi innocuo il pungiglione di un libro. Le carabine al curaro degli Autori, i pozzi di murene degli Editori risparmiavano il prudente Suffeta che riceveva, in segno di gratitudine, altri libri. Generalmente, avuta la loro miserabile razione, i libri se ne andavano a morire in un apposito cimitero, non lontano dal mercato, dov’era aperta giorno e notte una fossa comune per quelli che preferivano essere inumati, mentre, per gli altri, ardevano ininterrottamente alcuni spaziosi crematori.

Enarchì prese a volo un librino modestamente illustrato che se ne stava andando alla sua morte con dignità. Gli avevano messo a bandoliera, per scherno o per errore, una di quelle piccole fasce avventurose che procuravano a un libro una sopravvivenza artificiale di poche settimane, o anche di pochi giorni, prima dell’inevitabile fine. La fascia che adornava quel libro era particolarmente arrogante e indecorosa, eppure il poveretto con candore se ne compiaceva: Ventimila edizioni in un anno.

Era un libro, lo si vedeva dalla sua mancanza di pungiglione e di dente, che non avrebbe mai versato il sangue di un Suffeta. Stavamo quasi per tenercelo, perché era in chiari caratteri e aveva simpatiche figure e un buon odore, e forse l’avremmo addirittura letto, quasi certi di trovarlo poco interessante, in qualche pausa del nostro viaggio, se quel caro amico, a malincuore ma inflessibilmente, non si fosse rifiutato di appesantire il nostro bagaglio d’ombra e di mettere distrazioni inopportune sulla via che ci era prescritta. — Non avete più bisogno di libri, — osò dirci il libro. Con modeste ali da pollo volò via verso il cimitero, dove un getto di calce viva, avendo scelto la fossa comune, l’aspettava.

(Tratto da G. Ceronetti, Aquilegia. Favola sommersa, Einaudi, Torino 1988, pp. 85-89)

***

Illustrazione: Raining Books. © Images.com/Corbis