C’è continuità o discontinuità tra Gesù e il cristianesimo?

Nell’ultimo numero dell’Indice dei libri del mese (marzo 2012), c’è molto materiale di sicuro interesse: a partire dalla copertina, dedicata – finalmente! – al grande e grosso Gilbert K. Chesterton, la cui rinascita editoriale in Italia è celebrata da Erica Villari (l’articolo si intitola “Il revival editoriale di Chesterton”, e si trova integralmente online).

Ma c’è anche un altro pezzo di cui consigliamo caldamente la lettura: si tratta della recensione che Enrico Norelli ha dedicato all’ultimo libro di Mauro Pesce, Da Gesù al cristianesimo, appena uscito per Morcelliana (Brescia 2011, 272 pp., 20 euro).

Dell’ampia recensione di Norelli trascriviamo il punto – in realtà spinosissimo – in cui la proposta esegetica e metodologica del nuovo contributo di Pesce si coglie con molta chiarezza:

«La divisione del volume in due parti, intitolate rispettivamente Gesù e Nascita del cristianesimo, corrisponde al problema fondamentale del libro: come, a partire dal progetto di Gesù, si sia potuto sviluppare “il cristianesimo” […]. Pesce sa bene che, se la discontinuità è innegabile, vi devono essere anche elementi di continuità che spieghino perché il cristianesimo sia nato proprio in riferimento alla memoria di Gesù di Nazaret e – al di là delle profonde e divergenti reinterpretazioni che ne ha realizzate – si sia fondato sulla tradizione delle sue parole e dei suoi fatti.

Qui è opportuno attirare l’attenzione sul significato della nozione di continuità in ambito storiografico. Nel caso in esame, due millenni di cristianesimo l’hanno caricata di un senso teologico dal quale è necessario separarla. Pesce combatte con ragione, nel libro, una concezione teleologica di continuità, secondo la quale tutti i fenomeni posteriori – istituzioni e dottrine delle chiese cristiane – erano contenuti nell’origine e non sono che sviluppi coerenti della prassi e dell’insegnamento di Gesù. Tale convinzione, aggiungiamo, è alla radice della storiografia ecclesiastica ed è presente sia ai suoi inizi nella Storia ecclesiastica di Eusebio di Cesarea ai primi del IV secolo, sia negli imponenti Annali ecclesiastici, il capolavoro di erudizione con il quale Cesare Baronio si applicò a combattere, tra il 1588 e il 1607, la tesi protestante di un tradimento della dottrina di Gesù da parte della chiesa cattolica, cercando di provare che tutto quanto si trovava in quest’ultima era fedele a Gesù e agli apostoli.

Pesce mostra che un simile atteggiamento ha condizionato non solo l’esplicita apologetica delle chiese, ma anche, spesso, la storiografia sulle origini cristiane che da quell’apologetica si considera affrancata. Essa, infatti, assume l’idea che lo storico debba spiegare come da Gesù sia potuto derivare il cristianesimo. Ma è proprio quest’ultima categoria che Pesce sottopone a critica salutare. La ricerca più seria è consapevole da tempo che non vi è stata, sin dai primi decenni dopo la morte di Gesù, una sola forma di cristianesimo, ma parecchie, alcune delle quali sono poi entrate nello “spazio” dell’ortodossia (e i loro testi di riferimento sono stati riuniti nel Nuovo Testamento), altre ne sono state escluse (e i loro scritti di riferimento sono diventati “apocrifi”). Si è allora dovuto cercar di articolare la prassi e l’insegnamento dell’individuo Gesù con questa pluralità: quando e come nasce quest’ultima? […]

Le ultime righe del libro ipotizzano “che Gesù possa intendersi non tanto come fondatore, ma come riferimento dei diversi tipi di cristianesimo che si andavano formando”: la risposta alla questione della discontinuità e continuità è così avviata decisamente in una direzione che esclude l’intenzionalità di Gesù quanto all’esistenza dei sistemi religiosi che a lui si sarebbero richiamati.

Questa formulazione di Pesce, pur preparata dalle pagine che la precedono, ha volutamente il carattere di uno slogan e l’autore è il primo a osservare che essa avrà bisogno di un’indagine ben più ampia. Quest’ultima, aggiungiamo, dovrà farsi carico anche di una riflessione sulla continuità storica capace di costituire un’alternativa – crediamo necessaria – alla concezione di continuità che sembra aver sinora dominato i dibattiti e che risponde a un’esigenza fondamentale delle ricostruzioni della figura di Gesù le quali, pur ritenendo di applicare correttamente il metodo storico, intendono situarsi entro il perimetro delle comunità credenti (tale atteggiamento ha influenzato anche, più o meno inconsapevolmente, storici che si situano altrove): la necessità di mantenere la continuità tra la figura storica di Gesù e la dottrina presente dei gruppi che a tale figura si richiamano, concretamente delle chiese cristiane.

Ciò conferma che queste sono consapevoli di non poter sfuggire – se il Cristo da loro annunziato non è un mito – al confronto tra la loro posizione e ciò che l’uomo Gesù ha potuto essere nel suo contesto culturale, cioè alla ricerca storica su Gesù. Contemporaneamente, la loro legittimità dipende dalla “fedeltà” a quel personaggio storico. Così, l’obbligo di salvaguardare la continuità plana sulla ricerca storica relativa a Gesù, sottoponendola a condizioni che la mortificano.

Di fatto, il problema è più complesso, perché, sebbene esista un nesso tra professioni di fede cristiane e conoscenza storica di Gesù, ricostruzione storica e comprensione nella fede non si situano sullo stesso piano, perché un atto di fede è per sua natura diverso da un atto di conoscenza storica e non può esser fatto derivare logicamente da quella. Qui entriamo in problemi di ermeneutica che non possono certo essere affrontati in questa sede, ma basti aver ricordato questa tensione ineliminabile».

(Fonte: “L’indice dei libri del mese”, marzo 2012, p. 8; testo integrale qui)

Ne riparleremo.