Umanesimo radicale di Gesù

Il brano è tratto da Ida Magli, Gesù di Nazaret, Rizzoli, Milano 1987 (I ed. 1982), pp. 160-165.

Gesù, nel momento in cui dichiara che la salvezza è già giunta, è apparentemente dentro la sia cultura, ma in realtà se ne serve per uscirne. Compie così, almeno in parte, un’operazione simile a quella che di solito compie il genio. Il genio – come abbiamo visto – trascrive in un altro codice i valori fondamentali della cultura e li ritrasmette in forma simbolica come messaggio al gruppo; il gruppo li può comprendere meglio attraverso un codice diverso, in un modo che non è più “ovvio”, e che gli permette perciò di oggettivarlo e quindi di superarlo. È questa l’operazione tipica del genio, sia questi un genio nella scienza, nell’arte, nella filosofia; il gruppo è chiamato, è incitato, attraverso la decodificazione di ciò che sembrava inamovibile perché ovvio e inconsapevole, a spostarsi su un altro confine, su di un diverso livello culturale […].

Cosa ha fatto quindi Gesù di Nazaret, se le cose stanno così? Consapevole del messaggio fondamentale della sua cultura e cioè “che verrà il tempo della salvezza”, è passato dal piano teorico a quello concreto, affermando che il tempo della salvezza era arrivato. Era quindi necessario amare Dio realmente da figli. Ma “figlio”, come abbiamo visto, è per Gesù di Nazaret solo un’immagine di cui si serve perché è la più pregnante per la cultura ebraica; non è una realtà biologica. Dio è padre solo perché gli uomini sono fatti a sua immagine e somiglianza, e torneranno a somigliargli realmente solo perché, restituiti alla libertà della persona e al rischio della propria unicità interiore, potranno mettere in atto una infinità capacità d’amare.

Gesù passa così al codice dell’amore. Ma nel momento in cui stabilisce il codice dell’amore, proprio perché questa conclusione è coerente all’interno della cultura ebraica, Gesù elimina i sacrifici, i rituali, i tabù. Questi erano stati previsti infatti per instaurare un minimo di strategia, di rapporto con il sacro, di quello che si potrebbe chiamare un “ordine sociale” nei confronti di Dio, una volta persa la somiglianza dell’amore con lui.

È sotto questo aspetto che Gesù certamente si è reso conto che neanche i discepoli avevano capito in profondità ciò che aveva tentato di fare. Il momento del Getsemani è quello della vera, più alta sofferenza, perché lo assale il dubbio. Dubbio, probabilmente, su due cose fondamentali: se quello che ha pensato e ha fatto fosse il modo giusto per “compiere” la cultura ebraica, dato che nessuno lo aveva capito; ma soprattutto dubbio se per la maggior parte dell’umanità fosse attuabile quello che chiedeva […].

La solitudine del Getsemani è, allora, la solitudine di chi si trova a sperimentare e a vivere valori e significati troppo diversi da quelli della società e della cultura che ha intorno; una solitudine che è più grande di quella del genio artistico, perché se nell’arte la rispondenza immediata del mondo non è necessaria, dato che il messaggio trova già una risposta nel suo poter essere espresso e tradotto in un codice formalmente autosufficiente, nell’azione e nell’opera compiuta dall’uomo, senza mediazione, nei confronti degli altri uomini, la solitudine dell’incomunicabilità reale, e non apparente, non può non diventare disperazione.

Il Getsemani segna, credo, il punto più alto dell’umanità di Gesù, perché solo chi spera, chi crede, chi ama, al di là di ciò che il mondo gli rivela e gli testimonia della sua limitatezza, è veramente disperato. Questa disperazione coincide con la speranza, perché è anch’essa il frutto di una visione infinita e assoluta dell’uomo, che si scontra con la concretezza che la nega.