Il giudaismo tra VI secolo a.C. e I secolo d.C.

di Eugenio Pio Zolli

Il brano è tratto dalla voce «Giudaismo», in Enciclopedia Cattolica, Città del Vaticano 1948-1954, vol. VI, coll. 695-699.

[Per giudaismo s’intendono la] Religione e [le] istituzioni del popolo d’Israele, che si costituirono in forma definitiva sin dal tempo dell’esilio babilonese (sec. VI a.C.), quando Israele si trovò ridotto alla sola tribù di Giuda. Prima dell’esilio la religione ebraica ebbe come sommo «mediatore» (Gal 3,20) Mosè, la cui Legge contiene le norme della vita religiosa e sociale del popolo, fondata sui capisaldi dottrinali del monoteismo e della retribuzione. Principali rappresentanti ed interpreti di questa religione furono i Patriarchi e i Profeti, mentre i capi del popolo e i ministri del culto (sacerdoti e leviti) avevano il compito di tutelarne la tradizione.

Il giudaismo si compone di credenze e pratiche, derivate dalla Bibbia e dalla tradizione, che costituiscono il patrimonio comune dei farisei, sadducei, esseni e anche degli ambienti popolari.

Le fonti scritte per la conoscenza del giudaismo sono, oltre la Bibbia: 1) le opere di Filone; 2) le opere di Flavio Giuseppe; 3) vari scritti rabbinici: a) i libri giuridici dei secoli II e III (Mĕghillath Ta‘ănîth, Mišnāh, Tôsephtā’) e i commenti ai 4 ultimi libri di Mosè, di carattere prevalentemente giuridico (Mĕkhîlthā’, Siphrāh, Siphrê, a cui si può aggiungere il Sedher ‘Ôlām, specie di cronaca; b) il Targum; c) il Talmud; d) i Midhrāšim. Anche gli apocrifi del Vecchio Testamento sono di qualche utilità per conoscere l’ambiente ideologico, in cui si è venuto formando il giudaismo.

Gli elementi della religione

Il popolo ebreo è un popolo essenzialmente religioso. Dio è per lui Padre e Re, ma è anche il Santo, del quale il popolo è tenuto a riprodurre la santità. I rapporti con Dio si esplicano attraverso il culto (mezzo di rendere omaggio al Dio trascendente) e l’osservanza delle regole, che tendono a consacrare l’uomo a Dio. La religione è fondamentalmente nazionale.

1. Dio. L’esistenza di Dio è un dato di fatto e non ha bisogno di essere dimostrata: Dio non può esser conosciuto che per rivelazione; egli è l’unico, e al di fuori di lui non ci sono altri dèi.

Malgrado numerosi antropomorfismi si tende (e sempre più a partire dal sec. II a.C.) ad esasperare la trascendenza di Dio. Il nome tetragrammato di Dio, Jahweh, nome proprio, personale di Dio, è sostituito da ’Ădhōnaj («Signore»), e, nel Targum, Dio è addirittura indicato con Mêmrā’ («Parola»). Ciò è probabilmente dovuto, fra l’altro, al timore di profanazioni idolatriche. La trascendenza di Dio è soprattutto sottolineata negli scritti apocrifi, mentre i rabbini sono più riservati; pare anzi che ritenessero estremamente pericoloso per l’uomo che non fosse «saggio e intelligente» approfondire tale studio.

Attributo importantissimo di Dio è la sua «santità»: per Isaia Dio è «il Santo d’Israele»; le preghiere qaddîš e qĕdhûšāh celebrano la santità di Dio. Dal secolo II è poi frequentissima presso i rabbini l’invocazione: «il Santo, che sia benedetto». Dio è fonte d’ogni santità, intendendo con tale epiteto purezza assoluta e potenza infinita, e tale santità, esistente allo stato assoluto in Dio, si comunica, relativamente, agli uomini attraverso il patto (bĕrîth), imponendo loro determinati obblighi, perché si rendano degni di Dio, contraente maggiore di esso.

La potenza di Dio fa parte integrante della sua «santità»: Dio compie prodigi per esser santificato fra i popoli; perciò le dimostrazioni d’impotenza e le sconfitte del popolo santo sono profanazioni del «nome di Dio». La potenza di Dio viene a coincidere con il nostro concetto di Provvidenza: Dio veglia costantemente sul suo popolo. In quanto all’operare o meno di Dio nell’anima dell’uomo, i dottori palestinesi si limitano a credere che Dio assiste l’uomo nella via che egli stesso si è scelto; mentre molti apocrifi affermano che Dio dà all’uomo un cuore puro. Le opinioni sulla predestinazione sono diverse: i farisei, secondo Flavio Giuseppe, arrivano a conciliare fatalità e libertà umana, mentre gli esseni non pongono limiti al destino, e i sadducei gli negano fede. Dio tuttavia è presente ovunque, e Gamaliele afferma che Dio si è rivelato in un roveto per dimostrare che «non c’è luogo vuoto della šekhînāh» (termine derivato da un verbo che significa «abitare», indica la presenza di Dio, sentita come «gloria» e come assistenza).

I miracoli sono universalmente riconosciuti, tuttavia si tende a ritenere più importante di essi l’attività provvidenziale ordinaria e si afferma che i prodigi non possono prevalere contro le decisioni rabbiniche. Fra la giustizia e la misericordia di Dio, si tende a far prevalere la seconda sulla prima; e il problema della giustizia di Dio, alla luce della prosperità degli empi dell’infelicità dei giusti, pare essere stato risolto da ‘Aqîbā’ (m. nel 135): la prosperità degli empi è la ricompensa che essi ricevono, prima di esser gettati nel fuoco della gehenna, a quei meriti che pur essi hanno; le sofferenze dei giusti servono a purificarli delle loro mancanze, perché possano, completamente puri, godere della felicità dell’altra vita.

2. Angelologia. Gli angeli compaiono spesso nella Bibbia, ma l’angelologia si sviluppa soprattutto presso i rabbini e la letteratura apocrifa. Gli angeli partecipano degli attributi di Dio e soprattutto della sua santità. La loro missione è di circondare Dio nel cielo e nelle sue teofanie sulla terra. A poco a poco si sviluppa il concetto dell’angelo custode. Si sviluppano le cariche angeliche, e grandissima importanza assume Metatron, che sembra talvolta la personificazione di Dio; ma verso la fine del sec. II appare come un assistente di Jahweh, di cui condivide il trono; egli, in qualità di scriba celeste, tiene nota dei meriti di Israele.

Polo opposto degli angeli buoni, sono gli angeli distruggitori, spiriti cattivi e impuri. Di essi parlano abbondantemente i due libri di Henoch, i Testamenti dei patriarchi, l’Apocalisse di Esdra. Capo dei demoni è, secondo le varie tradizioni: Satana, Belial, Sammael, Mastema, Azazel, Beelzebub.

3. Il popolo eletto. Il concetto di popolo eletto è uno dei perni più importanti del giudaismo L’elezione è avvenuta, si legge ripetutamente nella Bibbia, come per scelta di Dio e di Dio soltanto, ed essa trova la sua prima realizzazione nella storia dei patriarchi; tuttavia, nel patto stretto tra Dio e il popolo, mediatore Mosè, egli sottopose alla libera volontà d’Israele di accettare o meno la sua scelta.

L’elaborazione posteriore di questa dottrina tende a diminuire le promesse fatte ad Abramo esaltando invece il particolarismo nazionale, e nello stesso tempo tende ad attribuire ai meriti dello stesso popolo d’Israele la scelta di Dio, cosicché la nozione biblica e quella della teologia giudaica, riguardo all’alleanza, presentano significative divergenze e si arriva a dire che un solo israelita vale davanti a Dio tutti i popoli della terra (Siphrê sul Deuteronomio 14,2) e che Israele è l’unico popolo di Dio (Mĕkhîlthā’ su Esodo 15,13-16).

Il dono più grande che Dio ha fatto al popolo eletto è la Tôrāh (la Legge) e Dio l’ha data a Israele perché prevedeva che soltanto Israele l’avrebbe potuta ricevere. Nella Tôrāh, il popolo ebreo trova la base della sua religione, perché in essa vi sono rivelate le sue credenze fondamentali e promulgate le regole di tutta la sua vita. Oggetto principale della Rivelazione sinaitica sono le «dieci parole» (Decalogo) incise sulla Tavola, e ricevute da Mosè.

La Legge si divide in scritta e orale. La prima è quella che si legge nel «Libro» (le Scritture furono divise dapprima in Legge e Profeti, divisione che si trova già al sec. II a.C.; poi, forse dal sec. I a.C, in Legge, Profeti e Agiografi); esso è parola di Dio e come tale è sacro; i vari autori, ispirati da Dio, riproducono fedelmente pensieri e parole non loro.

La legge orale aveva il compito di adattare la Legge ai casi particolari, e, in teoria, di rendere la Legge di più facile applicazione. In realtà fu molto diverso; basta pensare che i rabbini arrivarono ad enumerare 613 comandamenti, 248, numero delle ossa del corpo umano, positivi, e 365, numero dei giorni dell’anno solare, negativi. Per dar maggior autorità a questa legge si cercava di farla risalire allo stesso Mosè, che sul Sinai avrebbe avuto da Dio la rivelazione anche di tutte le decisioni rabbiniche; Mosè l’avrebbe trasmessa a Giosuè, Giosuè ai profeti, e così via (‘Abhôth, I, 1-12).

La Legge deve essere osservata, perché ad ogni israelita incombe il dovere di promuovere il Regno di Dio e di «santificare il Nome»; grande importanza ha peraltro l’idea della sanzione. Il principio fondamentale è: ogni azione è seguita da una ricompensa o da una punizione. Alla fine dell’anno si calcolano i meriti e i demeriti di ciascun uomo, e, secondo la prevalenza degli uni o degli altri, l’uomo è classificato fra i giusti o gli empi; ma la sentenza sarà applicata solo il giorno dell’espiazione, e fino ad esso è possibile mutarla con una buona condotta. Il principio seguito è un principio matematico, tuttavia la misura delle ricompense è più larga di quella delle punizioni (Siphrāh su Levitico 5,18). Le ricompense sono generalmente applicate fin da questo mondo e sono soprattutto d’ordine temporale e materiale.

4. Il peccato. Era in origine ogni violazione anche involontaria di legge. A poco a poco si è invece sviluppata una acuta casistica, che analizza in profondità l’atto umano e ammette esser peccati anche atti puramente interiori: cioè peccati di sguardo, di desiderio, ecc. (Niddāh, 13b; Zābhîm, II,2). Il peccato è considerato come impurità, profanazione e misconoscimento della santità divina. Esso è entrato nel mondo con la ribellione d’Adamo.

Il peccato si espia, secondo la legge mosaica, con il sacrificio; il Levitico menziona innanzitutto il sacrificio pro peccato; ma la grande espiazione ha luogo il giorno di kippûr o «espiazione». Prima di Gesù Cristo, pare fosse universalmente riconosciuto inoltre il valore della espiazione attraverso la sofferenza, la morte e soprattutto il martirio (2Mac 7,37; Siphrê su Numeri 25,13, ecc.). La penitenza richiede come atto preliminare la confessione e la riparazione dei torti arrecati; è aperta a tutti, e ottiene un perdono completo.

5. Il Tempio. È la casa di Dio, luogo purissimo e santissimo; in esso si offrono i sacrifici. Tuttavia la liturgia, con il passare del tempo, dà sempre maggiore importanza alla preghiera. Sorgono così le sinagoghe, molto numerose già al tempo di Gesù, luoghi di preghiera e di studio della Legge. Distrutto il Tempio nel 70 d.C, scomparve il sacerdozio e il culto sacrificale, e tutta la pratica religiosa si limitò alla lettura biblica e alle preghiere della sinagoga.

6. Le feste. Le feste principali erano e sono: la festa dei Tabernacoli, in origine festa agricola, che ricordava il periodo passato nel deserto; la Pasqua, a memoria della liberazione dall’Egitto; la Pentecoste, festa agricola che divenne poi la commemorazione del dono della Legge del Sinai. Carattere eminentemente nazionale avevano: la festa della Dedicazione, che ricordava la vittoria di Giuda Maccabeo; la festa di Pûrîm, che celebrava il trionfo di Esther su Aman. Altre feste poi hanno per scopo di ravvivare lo spirito di pietà e di penitenza, e fra queste: l’inizio dell’anno, rō’š haš-šānāh, kippûr. Ogni giornata è consacrata a Dio attraverso le varie preghiere, al momento del risveglio e del sonno, di mettersi e levarsi gli indumenti, di mangiare ecc.

7. La morale. È parte integrante della religione, perché è Dio stesso che ne detta le regole. Essa si distingue per un’umanità delicata, per cui i bambini, le donne, i poveri e in generale chi è debole e nel bisogno, è fatto oggetto di cure e protezione: la dignità della donna deve essere rispettata; gli schiavi, che facevano parte della famiglia, devono essere trattati bene; numerosissime e delicate prescrizioni proteggono il povero; l’elemosina ottiene ogni bene temporale ed è detta «il sale della ricchezza» (Kĕthubhôth, 66b), il suo valore sta nella carità che l’ispira (Sukkāh, 49b). Superiori all’elemosina sono le opere di carità, che impegnano tutta la persona. Tali regole tuttavia impegnano l’israelita nei riguardi di un altro israelita; nei riguardi dei gentili la linea di condotta da seguire è diversa, come diverso è l’amore di Dio verso gli Israeliti e gli altri popoli.

8. Escatologia. Su questo punto le idee sono diverse e alquanto vaghe; la S. Scrittura stessa non offre dati sicuri. Alcuni, ai tempi di Gesù, credono ancora nello sĕ’ôl, soggiorno comune dei morti; altri tuttavia cominciano a considerarlo luogo di punizione degli empi (Sal 14,6; 16,2; 17) e pongono i buoni in seno ad Abramo (4Mac 12,17; 18,23) o al giardino di Eden. Pochi ammettono che i buoni andranno nel «luogo più santo del cielo» per poi rivestire dei corpi puri (Flavio Giuseppe, Bell. Iud., III,8,5).

9. Il messianismo. Il messianismo ebraico ha il suo centro di interesse nella restaurazione nazionale. Da alcuni passi del Vangelo, dalle storie di Flavio Giuseppe, e dalle poche sentenze rabbiniche dell’epoca di Gesù, si constata che in quel periodo l’attesa del Messia – in particolare presso il popolo – era ancora viva. La restaurazione nazionale si concepiva come realizzantesi in questo mondo, oppure in una terra nuova meravigliosamente fertile; altri ritenevano che sarebbe avvenuta insieme alla risurrezione dei morti.

Nell’Apocalisse di Esdra si crede nell’avvento di un’era messianica, seguita, alla consumazione dei secoli, dalla risurrezione e dal giudizio; messianismo ed escatologia infatti si trovano molto spesso confusi. Alcuni cercavano di conoscere la data dell’avvento del Messia attraverso calcoli o segni previsti, mentre gli spiriti più profondi predicavano che l’evento sarebbe stato determinato solo dallo spirito di penitenza (Sanhedhrîn, 97b, 98a). Il concetto del Messia come essere appartenente alla sfera della divinità – concetto ben chiaro nel Vecchio Testamento – si ritrova solo presso gli apocrifi, mentre i rabbini si sforzano di privare il Messia di ogni aureola divina (Sanhedhrîn, 38b).

La Bibbia ebraica rappresentava inoltre il Messia come colui che doveva sopportare grandi sofferenze. Il giudaismo dapprima ha accettato questa rappresentazione del Messia, poi l’ha respinta, per reazione al cristianesimo nascente, e allora i passi che parlano dei dolori del Messia o vengono interpretati in modo diverso, o vengono applicati a un altro Messia, detto Messia di Ephraim o di Giuseppe, che non è figlio di David, e la cui figura nasce verso la fine del secolo II. Questo Messia vincerà Roma e tutte le nazioni nemiche; per ottenere la vittoria accetta la morte, morte che peraltro non ha nessun valore espiatorio.

Punto centrale della restaurazione messianica è il ritorno dall’esilio; tale avvenimento sarà accompagnato da prodigi e miracoli (Mĕkhîlthā’ su Esodo 14,24), e da alcuni è attribuito a Dio stesso più che al Messia. Dio ha parte importantissima nell’istituzione del regno messianico. Egli dirige ogni cosa, servendosi di personaggi che sono soltanto suoi strumenti.

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