I generi letterari nella Bibbia

di Stanislas Lyonnet

Il testo è tratto dalla voce «Generi letterari (nella Bibbia)», in Enciclopedia Cattolica, Città del Vaticano 1948-1954, vol. V, coll. 2002-2004.

La sacra esegesi, la cui «suprema norma è ravvisare e stabilire che cosa si proponga di dire lo scrittore» (enciclica Divino afflante Spiritu, 1943), non può trascurare uno dei principi più importanti di ogni esegesi, cioè l’esame di ciò che oggi comunemente suole chiamarsi genere letterario, ossia «quella forma di scrivere, regolata da particolari norme, in uso in una determinata epoca e regione, allo scopo di esprimere i propri pensieri» (G.M. Perrella, Introduzione alla S. Bibbia, Roma 1948, p. 88).

Difatti altra è la verità di un racconto storico, altra quella di un poema, altra quella di una parabola; non senza sorriso si pensa a quei pellegrini che sulla strada da Gerusalemme a Gerico già dal secolo IV venerano l’albergo del Buon Samaritano, o a quei cristiani del tempo passato che aspettavano un regno millenario di Cristo sulla terra, od anche, in campo profano, all’indignazione di J.J. Rousseau. nell’accusare La Fontaine di avere insegnato la menzogna ai piccoli. Nessuno per vero ha mai messo in dubbio l’esistenza di vari generi letterari nella Bibbia; ma si è alquanto esitato ad ammetterla nei libri che la Bibbia ci presenta sotto la forma di racconto storico. Siccome gli esegeti razionalisti ne abusarono per assimilare molti racconti biblici a miti pagani o a favole profane prive di ogni valore storico, il Magistero della Chiesa si mostrò dapprima assai riservato. Però l’enciclica Providentissimus (1893) promulgò il principio fondamentale già formolato da s. Agostino: che cioè l’autore sacro non intendeva insegnare l’intima natura degli oggetti visibili, ma voleva solo dare ai suoi contemporanei un’esposizione popolare corrispondente al comune modo di esprimersi di quei tempi (Enchiridion bibl., Roma 1927, n. 106).

Poi la Commissione Biblica nel 1905 e 1909, applicando lo stesso principio ai primi capitoli della Genesi, ammetteva che talvolta l’autore sacro «non aveva voluto riferire una vera e propriamente detta storia» (loc. cit., n. 154), ma piuttosto «notitiam popularem, prout communis sensus ferebat per ea tempora, sensibus et captui hominum accomodatam» (loc. cit., n. 338).

Per la prima volta l’enciclica Spiritus Paraclitus (1920) adopera le parole «generi letterari», riconoscendone retto il principio, purché non se ne faccia abuso; ammette cioè generi letterari con i quali si possa conciliare la completa e perfetta verità della parola divina (loc. cit., n. 474).

Finalmente l’enciclica Divino afflante Spiritu (1943) non dubita di fare dell’esame dei generi letterari uno dei principali compiti dell’esegeta; sapientemente nota che per «determinare quel che gli antichi Orientali hanno voluto significare con le loro parole» non bastano «le leggi della grammatica o della filologia o anche il contesto; l’interprete deve inoltre quasi tornare con la mente a quei remoti secoli dell’Oriente e nettamente discernere quali generi letterari abbiano voluto adoperare gli scrittori di quella remota età. Infatti gli antichi orientali per esprimere i loro concetti non sempre usarono quelle forme o generi del dire che usiamo noi oggi; ma piuttosto quelle ch’erano in uso tra le persone dei loro tempi e dei loro paesi».

Più precisa ancora, la lettera della Pontificia Commissione Biblica del 16 gennaio 1948 afferma che «le forme letterarie dei primi undici capitoli della Genesi non rispondono ad alcuna delle nostre categorie classiche e non si possono giudicare alla stregua dei generi letterari greco-latini moderni. Non si può dunque negare né affermare in blocco la storicità di tutti quei capitoli senza loro applicare a torto la norma di un genere letterario sotto il quale non possono venire classificati».

Infatti, nota giustamente Agostino Bea (Il problema del Pentateuco, Roma 1948, p. 124), commentando queste parole «storia, nel senso stretto, scientifico, oggi, si definisce il racconto di un avvenimento passato, appoggiandosi su documenti riferenti accuratamente il fatto, collocandolo nel tempo e nello spazio e descrivendolo tale quale si è realmente svolto». Invece, nella letteratura dei popoli antichi e degli Egiziani, «si tratta piuttosto di trasmissione di fatti particolari, in forma di annali, o di presentazione mista di fatti e di leggende o miti, o di tradizione popolare trasmessa oralmente, non per iscritto né in documenti autentici». Perciò la stessa lettera della Pontificia Commissione Biblica invita l’esegeta cattolico a studiare «i procedimenti letterari degli antichi popoli d’Oriente, la loro psicologia, il loro modo di esprimersi, e la nozione stessa che essi facevansi della verità storica», nozione, aggiunge il Bea, «assai differente dal nostro modo aristotelico di ragionare e esporre» (loc. cit., p. 126).

Il genere letterario non si deve dunque determinare a priori, come per sfuggire alle difficoltà, ma dallo studio delle letterature contemporanee e dall’esame approfondito del libro o del passo biblico in questione. L’esegeta non ricorre al genere letterario per mero scopo apologetico; ma, rispettosissimo della Parola di Dio che si esprime attraverso l’affermazione dell’agiografo, vuole determinare questa affermazione con tutta l’accuratezza possibile per non attribuire a Dio ciò che Dio non dice.

Perciò la questione del genere letterario non è limitata a qualche passo irto di difficoltà, come i primi capitoli della Genesi; si estende a tutta la Bibbia: si può dire che ogni libro ha il suo genere letterario da stabilire. Però parlare di genere letterario, anche a proposito di un libro storico, non vuol dire negargli ogni valore storico. Sarebbe dimenticare che tanti sono i modi di raccontare la storia, cioè di riferire avvenimenti veri. Così il ritratto, opera di un grande artista, può essere tanto ricco di verità strettamente storica quanto una semplice fotografia, e l’epopea di un vero poeta tanto quanto il verbale di un carabiniere, anzi molto di più.

Per esempio, secondo l’antico canone dei Giudei, i libri di Giosuè, dei Giudici, di Samuele e dei Re fanno parte dei libri «profetici»: non che non riferiscano avvenimenti del passato, ma lo fanno per ricordare al popolo d’Israele le esigenze della Rivelazione di Dio, non già per soddisfare la curiosità dei futuri studiosi. Non si può negare che una retta interpretazione ne debba tener conto. Così, ben lungi dallo spogliare la S. Scrittura della sua verità, come i razionalisti del secolo passato avevano creduto, una più attenta considerazione dei generi letterari farà svanire non poche difficoltà non ancora risolte, e soprattutto permetterà di determinare con accuratezza molto maggiore il vero pensiero dell’agiografo e per conseguenza l’autentica Parola di Dio.

***

Nota

Questa voce fa parte del Progetto Enciclopedia Cattolica.