La lettura della Bibbia

di Giuseppe Ricciotti

Il testo è tratto dalla voce «Bibbia», in Enciclopedia Cattolica, Città del Vaticano 1948-1954, vol. II, coll. 1570-1577.

L’uso di leggere i singoli libri della Bibbia, anche prima che fossero riuniti insieme, è antichissimo sia nel giudaismo sia nel cristianesimo. Presso i Giudei le versioni greche ed aramaiche sorsero appunto per rendere intelligibile il testo della Bibbia ebraica. La lettura sinagogale portò ad una divisione del testo biblico in tante parti, ognuna delle quali doveva esser letta in un sabato o giorno festivo: da principio il Pentateuco, oggetto principale della lettura, fu diviso in 167 ordini (sĕdhārîm), corrispondente alle letture di un triennio; più tardi fu diviso in 54 sezioni (pārāšoth), corrispondenti alla lettura d’un solo anno. Successivamente al passo del Pentateuco si cominciò poi a leggere un passo (haphtārāh) dei «Profeti»; più tardi ancora si riservarono a determinate feste la lettura dei Cinque Volumi o Mĕghillôth, ossia il Cantico dei Cantici a Pasqua, Rut a Pentecoste, le Lamentazioni all’anniversario della distruzione di Gerusalemme, l’Ecclesiaste ai Tabernacoli, ed Ester alla festa dei Pûrîm.

Dall’uso delle sinagoghe si trasmise alle prime adunanze cristiane la lettura di passi del Vecchio Testamento, i quali erano scelti specialmente dai libri profetici, come quelli che più chiaramente avevano preannunciato il futuro Messia; ben presto, a tali passi profetici, si aggiunse la lettura di passi dei Vangeli e delle Lettere. Ma una norma stabile e uniforme per la qualità e quantità dei passi biblici da leggersi nelle adunanze cristiane non ci fu, dipendendo ciò dalle costumanze regionali oltreché dal criterio dei singoli vescovi che presiedevano a quelle adunanze; tuttavia, in seguito, specialmente dal secolo VI, si delinearono consuetudini e leggi il cui ulteriore sviluppo e fissazione si confondono con la storia delle varie liturgie cristiane orientali e occidentali.

Anche la lettura privata della Bibbia fu assai diffusa, sia nel giudaismo sia nel cristianesimo. I rabbini, le cui sentenze sono conservate nella Mišnāh, nel Talmud e negli altri scritti giudaici, concentravano 1’ operosità loro e delle loro scuole nello studio della Tôrăh (Legge), intendendo con questo termine specialmente la tradizione orale, riconnessa però con la legge scritta, in primo luogo il Pentateuco; fra altre, una norma rabbinica insegna che «l’uomo non deve ritrarsi dalla casa di studio (della Legge) e allontanarsi dalla parola della Tôrăh neppure all’ora della morte» (Šabbāth, 83b), perché «maggiore è lo studio della Tôrăh che la costruzione del Tempio» (Mĕghillāh, 16b). Vi furono tuttavia, nel giudaismo dell’era volgare, talune restrizioni prudenziali, le quali furono provocate o da abusi che si andavano diffondendo o da particolari difficoltà esegetiche che s’incontravano nella lettura di certi libri ; così sappiamo che il Cantico dei Cantici e alcuni passi del Genesi e di Ezechiele non si potevano leggere da un giudeo che non avesse raggiunto l’età sacerdotale, ossia i 30 anni (Girolamo, Praef. libr. I in Ezech.: PL 25,17), anzi che neppure la lettura pubblica del Cantico dei Cantici era permessa ancora ai princìpi del sec. V (Teodoro di Mopsuestia, in Mansi, IX, 227; cf. Origene: PG 13,63).

Anche presso i cristiani la lettura privata della Bibbia, molto raccomandata e assai diffusa, divenne campo di abusi. Egualmente, ai princìpi del secolo V, Giovanni Crisostomo raccomandava ai suoi fedeli di non limitarsi ad ascoltare la lettura dei libri santi fatta in chiesa, ma di rileggerli a casa propria per tornare a meditare su ciò che fugacemente si era ascoltato, e approfondirne il senso (PG 51,90); d’altra parte Girolamo si lamenta del carattere irriverente e plebeo che hanno preso al suo tempo le discussioni sulla S. Scrittura, la quale «è ciò che la nonnetta chiacchierona, il vecchio rimbambito, il cavillatore parolaio e in genere tutti quanti, si arrogano, lacerano, insegnano, prima d’averla imparata» (Ep. 53, Ad Paulam) Ma, nonostante siffatti abusi, non vi sono tracce di provvedimenti presi dalla chiese per limitare la lettura privata della Bibbia fino al medioevo.

Nel 1199 Innocenzo III scrive al vescovo di Metz incaricandolo d’investigare l’origine e l’intenzione di talune traduzioni in volgare che stavano diffondendosi in quella regione, senza però condannare in genere la lettura della Bibbia in volgare (PL 214, 695-99). Vere proibizioni delle Bibbie volgari si ebbero poco dopo, ma sempre limitate ad alcune regioni e senza l’intervento della Sede romana: il Concilio di Tolosa del 1229 ne proibì l’uso ai laici in occasione delle lotte contro gli albigesi e i valdesi (in Mansi, XXIII, 197, can. 14); l’assemblea tenuta nel 1234 a Tarragona in Spagna, sotto Giacomo I, promulgò una proibizione analoga riguardante anche i chierici (in Mansi, XXIII, 329); il Concilio di Oxford del 1408 emanò eguale proibizione in occasione del movimento di Wyclef (in Mansi, XXVI, 1038).

Per l’Italia non si ebbero proibizioni di sorta; e quanto ivi fosse comune, prima del movimento luterano, l’uso di leggere la Bibbia volgare è dimostrato, per la regione veneta, da una prefazione di Isaia da Este, la quale informa che tutta la Bibbia si cantava nei crocchi di donnicciuole che filavano. Anche in altre regioni d’Italia consta che, prima di Lutero, era usuale la lettura della Bibbia in volgare (cf. Archivio Storico Italiano, Firenze 1842, App. I, p. 334). Senonché, la rivoluzione religiosa del protestantesimo provocò per reazione misure restrittive alla lettura della Bibbia presso i cattolici. Dopo prescrizioni locali emanate in Inghilterra, Paesi Bassi, Francia e altrove, la Sede romana intervenne per la prima volta nel 1559, allorché l’Indice di Paolo IV proibì di stampare e detenere le Bibbie in volgare senza il permesso del S. Uffizio; la commissione di questo permesso fu poi demandata ai vescovi locali dall’Indice di Pio IV del 1564 (regole 3 e 4), ma in seguito fu ancora revocata alla S. Sede. Sembra tuttavia che il permesso fosse concesso con notevole larghezza. Divenuto poi remoto il pericolo del protestantesimo, la Congregazione dell’Indice nel 1757 permetteva le versioni in volgare della Bibbia approvate dalla Sede romana o pubblicate sotto la sorveglianza dei vescovi con annotazioni estratte da autori cattolici; e la sostanza di questa disposizione è quella ancora vigente [1954], passata nel Codex Iuris Can., can. 1391. Il decreto del 30 aprile 1934 della Pontificia Commissione Biblica prescrive che le versioni in volgare delle Epistole e dei Vangeli da leggersi nelle chiese per il popolo siano fatte, non sui testi originali ebraici e greci, ma sui testi approvati per la liturgia della Chiesa; quindi, per il rito romano, sulla Volgata latina.

Il frequente uso della Bibbia fece sorgere costumanze varie, spesso encomiabili, talvolta strane, non di rado riprovevoli. Per lo stesso volume materiale della S. Scrittura Giudei e cristiani ebbero sempre particolare venerazione: come nelle sinagoghe il volume della Legge era ed è conservato in un’arca apposita, così nella liturgia cristiana è adibito con onori speciali: nel rito bizantino gli onori tributati al libro dei Vangeli sono pari a quelli per l’Eucaristia.

Egualmente per rispetto i volumi biblici consunti dall’uso non erano distrutti dai Giudei, bensì deposti in un luogo sotterraneo vicino alla sinagoga, la cosiddetta gĕnîzāh, ove restavano inoperosi per secoli. Nei concili cristiani già dal sec. V si usò porre al centro, come su seggio d’onore, il volume della Bibbia; altrettanto si faceva nei tribunali, specialmente col volume dei Vangeli. Uso devozionale presso i Giudei fu quello delle «filatterie» con alcuni passi della Bibbia (Es 13,1-16; Dt 6,4-9), applicate durante la preghiera sulla fronte e sul braccio sinistro (cf. Dt 6,8); altre pergamene analoghe erano sotterrate sotto le soglie delle case giudaiche (mĕzûzôth).

Presso i cristiani si usò portare al collo un rotoletto in cui erano scritti passi dei Vangeli: tale costumanza è già attestata nel sec. IV, e trova la sua corrispondenza presso i musulmani nei passi del Corano portati in dosso egualmente per devozione. Si usò anche porre il volume dei Vangeli presso il capezzale dei malati, oppure recitare presso di loro Gv 1,1-14; questo prologo era anche recitato in circostanze importanti della vita, o in gravi pericoli: ad esempio, si narra che Cristoforo Colombo lo recitasse quando in navigazione era còlto da gravi tempeste. Altri passi della Bibbia, e specialmente dei Salmi, erano ritenuti appropriati a varie circostanze liete o dolorose della vita.

Si consultava la Bibbia anche per prendere qualche importante decisione, per conoscere l’avvenire, scoprire cose segrete, e scopi simili: per praticare queste sortes divinatoriae si formò a poco a poco tutto un formulario riguardante il modo di aprire il volume biblico, di leggerlo, di trarne le conclusioni, etc. Oltre a questi abusi per superstizione non mancarono quelli per irriverenza: presso gli antichi Giudei è attestato l’abuso di canterellare il Cantico dei Cantici nei simposi, come una canzonetta profana (Tôsephtā’, Sanhedhrîn, XII, 10); presso i cristiani, specialmente all’età del Rinascimento, si diffuse molto la costumanza di servirsi di passi della Bibbia per comporre barzellette, parodie, pasquinate e simili cose, sempre irriverenti e spesso invereconde: contro cui si oppose il Concilio di Trento (Sess. IV, De edit. et usu ss. librorum). Ma, anche più tardi, stramberie non meno incongruenti potevano ancora udirsi da taluni predicatori, che contorcevano parole e sentenze della Bibbia per applicarle a loro fantastico arbitrio: come si racconta di quel predicatore contemporaneo del Galilei che, volendo impugnare le ricerche astronomiche di costui, gli applicò il passo Viri Galilaei, quid statis aspicientes in caelum? (At 1,11).

La Bibbia nella letteratura

L’influenza esercitata dalla Bibbia sulle varie letterature e sulle arti figurative è superiore all’influenza di qualunque altro libro. Presso i Giudei, in realtà, questa influenza fu assai limitata per ragioni particolari: nel campo letterario, infatti, la produzione giudaica posteriore al cristianesimo e fino al medioevo fu in massima parte giuridico-tradizionale, e sotto tale aspetto essa potrà forse apparire come tutto un ampio lavorio di esegesi biblica secondo le norme del fariseismo, ma non offre alcuno di quegli elementi inventivi che costituiscono la letteratura d’arte; nel campo poi delle arti figurative, gravissimo ostacolo per i Giudei fu sempre l’antica proibizione di produrre immagini di essere vivente, sia di uomo che di animale (Es 20,4; Dt 4,15-19), per cui l’ebraismo ortodosso non poté coltivare scultura e pittura, salvo che a scopo ornamentale secondario. Tale proibizione fu spesso violata, e recenti scavi hanno riportato alla luce ruderi di sinagoghe, costruite in Palestina e fuori (Dura Europo) ai primi tempi dell’era volgare, nelle quali appaiono pitture di personaggi biblici; ma siffatti casi rappresentano sempre delle eccezioni, le quali sotto l’influsso della circostante cultura greco-romana saranno state più o meno tollerate, ma non furono mai approvate dal giudaismo ortodosso.

I primi cristiani, provenienti in massima parte dal paganesimo, mentre non avevano tale pregiudiziale contro le raffigurazioni artistiche, ricorsero spontaneamente alla Bibbia anche come fonte d’ispirazione per composizioni letterarie. Ma la letteratura cristiana pervenuta a noi dai primi tre secoli, sebbene materiata di temi biblici, ha carattere esegetico od omiletico: rare le composizioni poetiche, di cui talune gnostiche. Col sec. IV fiorisce in pieno la lirica cristiana: in Occidente trattano argomenti biblici Giovenco, Prudenzio, Paolino, Sedulio, Mario Vittore e qualche altro; in Oriente degno di menzione fra i Greci è il solo Gregorio di Nazianzo, mentre fra i Siri poeta d’altissima levatura è Efrem Siro. Ampia sintesi delle vicende del genere umano dal punto di vista biblico e apologetico è il De civitate Dei di s. Agostino. Di qualche importanza saranno in seguito alcuni poeti latini (Aratore, Venanzio Fortunato), mentre fra i Greci eccelleranno Romano il Melode, Giorgio il Piside ed altri.

Col sorgere e formarsi delle varie letterature volgari in Europa, più o meno dipendenti dalle forme classiche e dalla tradizione cristiana, la Bibbia appare subito quale loro principale animatrice: ispirati direttamente dalla Bibbia sono il poeta anglosassone Caedmon (sec. VIII) nelle sue produzioni, l’Heliand e altre composizioni della primitiva poesia tedesca (sec. IX) e francese (sec. X). Argomenti biblici trattavano spessissimo quei «misteri» e rappresentazioni sacre, da cui trae le sue prime origini il teatro moderno nelle varie nazioni. Viene poi, in Italia, Dante, la cui Commedia dipende per concetti e per espressioni dalla Bibbia molto più di quanto i moderni commentatori siano soliti di fare apparire.

Col Rinascimento la Bibbia esercita tuttora ampia influenza, sebbene le sue derivazioni siano spesso travisate, rivestite d’estranee espressioni classiche o appaiate con concetti paganeggianti. Il protestantesimo, in forza dei suoi princìpi, riporta a un’adesione totale alla Bibbia anche nei componimenti poetici, che sembrano tanto più fedeli alla nuova dottrina quanto più appaiono materiati di Bibbia e nel pensiero e nella parola: le poesie religiose di Lutero e il Paradise Lost del Milton sono tipiche produzioni di questa tendenza, fra molti altri scritti tedeschi, inglesi e francesi. La Controriforma cattolica contrasta al protestantesimo anche su questo campo, ma in maniera spicciola ed occasionale, togliendo alla Bibbia forme e concetti (impiegati specialmente nell’epica contemporanea), ma senza produrre opere rappresentative di particolare rilievo.

I poemi latini cattolici De partu virginis (1526) del Sannazzaro e la Cristiade (1535) di M.G. Vida, fanno parte a sé. Biblica è più tardi la migliore produzione del Klopstock, non solo per la Messiade (1772) ma anche per i suoi drammi; a lui contemporaneo è in Italia Alfonso Varano, le cui bibliche Visioni furono molto apprezzate ai suoi tempi, specialmente dal Monti. Il quale, a proposito della Bibbia come opera letteraria, esprimeva questo giudizio: «Io amo dunque David più che gli altri poeti, e nessuno vorrà, credo, condannare questa mia parzialità. Omero, Pindaro, Virgilio sono grandi e maestosi: ma David (senza parlare dei Profeti, specialmente di Isaia), David è qualche cosa di più. Chi non si accorge della differenza che passa tra questo e quelli, tanto peggio per lui. Questo è un affare di sentimento, e chi mal si convince da se medesimo, è inutile che cerchi le altrui ragioni».

II Romanticismo, per il suo stesso spirito, attinse a piene mani dalla Bibbia, in Italia e fuori; biblici d’ispirazione, e in parte anche di espressione, sono gli Inni sacri del Manzoni, che, a giudizio del Carducci, segnano il livello più alto della lirica italiana dell’Ottocento.

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