La “dottrina” di Paolo

di Angelo Penna

Il brano è tratto dalla voce «Paolo», in Enciclopedia Cattolica, Città del Vaticano 1948-1954, vol. IX, coll. 712-715.

È difficile compendiare in poche righe l’insegnamento di Paolo, che costituisce la base granitica per molti punti della teologia cristiana. Pur avendo felicissime espressioni trinitarie (cf. Rom 11,9-11.14-17; 15,15-16; 1Cor 6,11; 12,4-6; 2Cor 2,21; 13,13; Gal 4,6; Ef 1,3-14), Paolo presenta una dottrina eminentemente cristocentrica. Nella rivelazione di Damasco il Cristo risorto si era immedesimato con i suoi seguaci: «Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?» (At 9,4). Da tale concetto Paolo desunse, come elementi importantissimi della sua catechesi, l’idea della Risurrezione, ultima conseguenza dell’opera redentrice, e quella del Corpo Mistico: Cristo, capo della Chiesa, il quale vivifica e sorregge tutto l’edificio meravigliosamente costituito dai vari fedeli. Altro cardine della dottrina paolina è l’universalità della redenzione, che pur senza annullare i privilegi del popolo ebraico, viene offerta indistintamente a tutte le genti. Questo è il grande mistero nascosto, lumeggiato velatamente dagli antichi profeti, ma inconcepibile per la maggioranza dei Giudei contemporanei: Paolo si gloria di essere destinato a proclamarlo (Ef 3,8-9).

1. Cristologia

Per Paolo la novità del cristianesimo consiste nella rivelazione del Verbo «mistero di Dio, il Cristo, in cui sono nascosti tutti i tesori della sapienza e della conoscenza» (Col 2,2-3). Alla rivelazione frammentaria degli antichi profeti Dio ha sostituito quella perfetta per mezzo di suo Figlio, «mediante il quale pure ha creato i mondi, il quale, essendo l’irradiamento della sua gloria e l’impronta della sua essenza e sostenendo tutte le cose con la parola della sua potenza, compiuta la purificazione, si sedette alla destra della Maestà nei luoghi altissimi, diventato così di tanto superiore agli Angeli, di quanto il nome che ha ereditato è più eccellente del loro» (Eb 1,2-4): ben due volte vengono qui riassunte le principali prerogative del Figlio di Dio, nella sua preesistenza eterna, nell’esistenza storica e nella sopravvivenza glorificata. Il Figlio di Dio, principio di unione e di coordinazione di tutte le cose create (cf. Col 1,16), accentra e ricapitola (anakephalaiōsasthai), come principio dell’elevazione a un ordine soprannaturale, tutto in se stesso (Ef 1,10).

Per tale prerogativa il Cristo è l’antitesi di Adamo. Tutti e due, sebbene in forma e con funzioni diverse, furono costituiti capi dell’umanità. Il secondo con il suo peccato portò l’allontanamento da Dio e una serie di pene e dolori, fra cui anzitutto la morte. Il primo ripara in maniera sovrabbondante il male causato dal secondo, riportando la vita della grazia e debellando il peccato (cf. Rom 5,12-21). Ciò presuppone la capacità dell’uomo di ricevere la comunicazione della vita divina, ossia la grazia, la volontà salvifica universale di Dio (cf. ibid. 3,21-31; 8,15; Ef 1,3-14), insieme alla necessità assoluta di una redenzione per l’umanità decaduta (cf. Rom 1,18–3,18). In virtù della redenzione, al regno del peccato subentra quello della grazia, alla tirannia della Legge mosaica, manifestatasi inconscio strumento di peccato con la sua molteplicità di precetti senza l’aiuto intrinseco per la loro osservanza, la libertà dei figli di Dio, al dominio della carne e della concupiscenza la possibilità di vivere «secondo lo Spirito» con la capacità di produrre frutti di giustizia; al regno della morte succede infine quello della vita e della risurrezione (cf. 1Cor 15,12 sgg.). In breve, alle forme di una religione rudimentale (stoicheîa toû kósmou: cf. Gal 4,3) e all’imperfetta «economia» del Vecchio Testamento, secondo la terminologia cara ai Padri greci, viene sostituita una nuova «economia», basata sull’opera salvifica del Cristo, sul dominio della grazia e sull’ineffabile realtà del Corpo Mistico. Anima di tutti questi avvenimenti meravigliosi è il Cristo, unico ed eterno sacerdote che regola le relazioni fra Dio e l’umanità (cf. Eb 2,17; 4,14; 5,5 etc.): egli è il solo mediatore (1Tim 2,5).

2. Lo Spirito Santo e il Corpo Mistico

Cristo è il centro di tutta la creazione e il capo del Corpo Mistico, ma lo Spirito Santo ne è l’anima vivificatrice (cf. 1Cor 1,19; Rom 8,2.11; 2Tim 1,14). Esso è fonte dei carismi, che tanta importanza avevano nella Chiesa primitiva (cf. 1Cor 12,4). La rivelazione dei misteri divini è opera dello Spirito (ibid. 2,10). Gli impulsi della grazia provengono dal medesimo Spirito. Il cristiano, perciò, deve «camminare nello Spirito» o «essere mosso da esso» (Rom 8,4.14), che genera il complesso di tutte le virtù (Gal 5,22). Il fedele si deve considerare come tempio dello Spirito Santo (1Cor 6,19). A questo è attribuita la santificazione, perché per suo mezzo «l’amore di Dio è diffuso» nel cuore dei credenti (Rom 5,5).

Tuttavia tale compito è esercitato anche dal Cristo glorificato, come capo del Corpo Mistico. Per questo sarebbe facile segnalare testi paolini che riferiscono la medesima prerogativa ora all’una ed ora all’altra Persona divina, che opera in conformità della predestinazione di Dio Padre (Rom 8,29-30). Del resto, anche nel linguaggio ordinario i vari fenomeni vitali si riferiscono con molta facilità al capo od all’anima di un organismo. Nel campo teologico la verità è più lampante in quanto Cristo è in grado di riversare la pienezza dello Spirito (1Cor 15,45); la santificazione viene attribuita allo Spirito Santo mandato dal Figlio.

Al concetto del Corpo Mistico è connesso quello della solidarietà intima fra i fedeli, come membra di un medesimo organismo, e quindi quello della comunione dei santi (cf. 1Cor 10,17; Ef 4,4-6).

3. I sacramenti

Dei mezzi della grazia, Paolo ricorda in modo speciale il battesimo, che segna la nascita del cristiano. Più che sulla necessità del rito (cf. At. 19,5), Paolo insiste nel rilevarne il simbolismo; esso rappresenta anche esteriormente la morte al mondo e l’incorporazione della nuova creatura al Cristo Mistico (cf. Rom 6,3; Gal 3,27; Ef 3,6). L’Apostolo ricorda a lungo l’Eucaristia (1Cor 11,20-32). Parla dell’ordine sacro, rilevandone la capacità di conferire la Grazia (At 20,28; 1Tim 4,14; 2Tim 1,6). Infine insiste nel notare il carattere simbolico del matrimonio cristiano, che rappresenta l’intima unione fra il Cristo e la sua Chiesa (cf. Ef 5,32); e scende a casi pratici per regolare l’uso del matrimonio, dichiarandone la liceità ma subordinandolo allo stato, più stimato, della verginità (1Cor 7,2-40).

4. Etica

La teologia morale trova una messe più modesta negli scritti di Paolo che, mentre nelle lettere ai Romani e ai Galati dichiara solennemente la fine della Legge mosaica in blocco, è meno esplicito nel manifestare in che cosa consista «la legge del Cristo» (Gal 6,2; 1Cor 9,21) o della grazia (cf. Rom 6,15). Tuttavia egli rivendica l’obbligatorietà della legge naturale e del dettame della coscienza (ibid. 2,14-15). Infine nelle lettere non sono rare le liste di lunghe raccomandazioni morali (cf. 1Ts 5,14.19-22; Rom 12,8-15). In genere, però, Paolo insiste molto più sul lato positivo dell’ascetica e della mistica che non su quello negativo del peccato da evitare. L’impegno del cristiano è quello di formare «una nuova creatura» perfetta e di vivere «in Cristo». Ciò si può realizzare solo con l’acquisto delle varie virtù morali sotto l’azione vivificatrice ed unitaria della «carità» (cf. 1Cor 13,1-13), che è «il vincolo di perfezione» (Col 3,14).

L’idea cristocentrica della sua teologia domina anche l’etica di Paolo, che ama parlare di «morte» e di «risurrezione» morale (Rom 6,4.6.11; Col 2,20–3,8), della necessità di «spogliarsi» dell’antica personalità (= Adamo) per «rivestirsi» della nuova (= Cristo; cf. Rom 13,14; Ef 4,20-24; Col 3,9-11). Come nella cristologia Paolo si dilunga sulla liberazione dalla tirannia della carne, così nel campo morale richiede con insistenza la rinunzia alla carne per seguire gli impulsi dello Spirito, che abita nel cuore dei fedeli (cf. Gal 5,16-26; Rom 8,4-10).

Nei riguardi della società Paolo, pur additandone i vizi molteplici (cf. Rom 1,18-32), non si atteggia a riformatore rivoluzionario; mira innanzitutto alla trasformazione individuale. Perfino scrivendo a Filemone in favore di Onesimo, schiavo fuggitivo, evita delicatamente qualsiasi affermazione che avrebbe potuto prestarsi ad azioni incendiarie. Non condanna la schiavitù, ma insiste con compiacenza sul dovere della «carità», e presenta analogie atte a dirigere verso altre idee il pensiero dei padroni cristiani (schiavitù comune nei riguardi del Cristo, 1Cor 7,22; pericolo di una schiavitù del peccato, Rom 6,6.16). In politica, soggetto costantemente evitato, Paolo non appare affatto il «rivoluzionario» identificato da alcuni Giudei contemporanei (cf. At 16,20.21; 17,6-7; 24,5.12) e da certi storici moderni. Egli invita i suoi lettori a rispettare la legge dello Stato; ma anche in questo campo addita un’autorità superiore, Dio, cui tutto deve essere subordinato, compresa ogni dignità umana (cf. Rom 13,1-7; 1Tim 2,2; Tit 3,1).

5. Escatologia

Per tale argomento sono fondamentali le due lettere ai Tessalonicesi e alcuni brani di quelle ai Corinti (1Cor 15,12-55; 2Cor 5,3) e ai Romani (13,11 sgg.). Mentre in taluni testi Paolo sembra auspicarsi una pronta fine del mondo, con il relativo inizio di una vita beata con il Cristo (cf. 2Cor 5,3-4; Fil 1,6.10; 3,20; 4,5), in altri (Rom 11,25) pone come necessarie la diffusione previa del Vangelo e la conversione degli Ebrei, le quali dovrebbero precedere i complessi avvenimenti della parusia (rivelazione dell’Anticristo e seconda venuta del Cristo). Parlando dell’oltretomba, Paolo si sofferma a rilevare la risurrezione finale, che ha avuto la sua causa meritoria e formale in quella del Cristo, capo del Corpo Mistico (Rom 4,25; 1Cor 15,12-58). Segue il giudizio universale (cf. 2Cor 5,10; Rom 2,16; 2Tim 4,1). La sorte dei peccatori è appena accennata (cf. 2Ts 1,5 sgg.) da Paolo, che si dilunga tanto sulla felicità dei giusti. Protagonista di questi ultimi avvenimenti sarà ancora il Cristo, che, terminata infine la sua opera, «consegnerà il regno a Dio Padre» (1Cor 15,24-28).

6. Il «paolinismo»

Con tale termine si intende spesso l’intera dottrina teologica di Paolo, che avrebbe vivificato o, meglio, alterato l’insegnamento di Gesù con elementi estranei, desunti dal giudaismo o dall’ellenismo, secondo le preferenze dei vari autori. La questione è resa più complicata dal fatto che la «critica» nei riguardi della personalità paolina è influenzata da posizioni spesso antagonistiche circa l’autenticità e l’attendibilità delle fonti, circa le relazioni fra Paolo e Gesù, circa il cristianesimo primitivo ed altri elementi connessi con la storia delle religioni.

L’importanza di Paolo non come apostolo, ma come creatore di una teologia cristiana o addirittura come fondatore del cristianesimo, è stata così esagerata da far sentire la necessità di un ritorno alla semplicità del Vangelo. «Liberiamoci da Paolo» (Los vom Paulus) oppure «Torniamo a Cristo» (Back to Christ) è la parola d’ordine che guida ancora certi studiosi del cristianesimo. In realtà tale invocazione è spiegabile solo dopo la violenta separazione di Paolo da Gesù, di cui il primo si considerò sempre devoto seguace ed imitatore (cf. 1Cor 11,1).

Dopo i timidi tentativi di L. Usteri (1824) e di alcuni altri autori, il «paolinismo» cominciò ad essere un tema preferito dal tempo della scuola di Tubinga. Il suo instauratore, F.C. Baur, seguendo la concezione filosofica dello Hegel, descrisse l’insegnamento di Paolo, che deriverebbe dall’ellenismo, come l’antitesi della tesi giudaizzante (= petrinismo). Fra i seguaci, più o meno diretti, di questa scuola, basta ricordare A. Hilgenfeld, O. Pfieiderer, C. Holsten, H.J. Holtzmann, C. Weizsäcker, F. Ferrari. Base della loro ricostruzione, almeno in origine, è il riconoscimento dell’autenticità di sole 4 lettere (Romani, 1 e 2Corinti, Galati). Per la rumorosa scuola olandese (A. Pierson, W.C. van Manen, S.A. Naber, D. Völter, etc.), che negava l’autenticità di tutte le epistole, il «paolinismo» sarebbe la dottrina tardiva (sec. II) di un gruppo cristiano progressista, il quale intese porre le proprie idee sotto l’egida di Paolo.

Tale posizione assurda della critica causò una reazione vivace in tutti gli ambienti. Quali effetti di questa reazione si possono segnalare un maggior rispetto della tradizione circa l’autenticità degli scritti paolini, un certo scetticismo circa la pretesa di individuare l’insegnamento di Paolo in una singola idea-madre, un maggiore interesse per la vita di Paolo, oltre che per le sue dottrine, e l’abbandono quasi totale della maniera semplicistica di spiegare il «paolinismo» derivandolo dall’ellenismo. Per questo si investigarono con maggior acribia i rapporti di Paolo con il Vecchio Testamento, con la letteratura giudaica contemporanea, con l’insegnamento di Gesù e degli altri apostoli. Da una tale indagine è risultato che l’indirizzo primitivo dell’esegesi protestante, la quale generalmente poneva come fondamento del «paolinismo» l’idea della «giustizia di Dio», desunta dalla lettera ai Romani, è insostenibile. In genere ora si accentua l’importanza della redenzione o soteriologia. La quintessenza del pensiero Paolino sarebbe l’opera redentrice del Cristo.

Riguardo alle fonti del «paolinismo», escluso l’esagerato influsso del pensiero greco (scuola di Tubinga e seguaci) e delle religioni misteriche (R. Reitzenstein, P. Wendland, H. Böhlig, J. Weiss, F. Cumont, A. Loisy. T. Macchioro, etc.), è da rigettare anche la pretesa di una spiegazione interamente giudaica (O. Pfleiderer, M. Brückner, A. Schweitzer, W.M. Ramsay, G.B. Stevens, H. Windisch, A. Scott). Ciò dimostra che Paolo rimane un enigma insolubile se si separa dalla sua cornice naturale. Il suo insegnamento deriva dal Vecchio Testamento ed in primo luogo dalla rivelazione diretta. Il contatto con gli altri apostoli e la sua profonda esperienza mistica, insieme alle necessità contingenti delle varie comunità, aiuteranno a spiegare talune particolarità o la diversa importanza attribuita ai singoli elementi.

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Nota

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