Paolo e l’arte retorica antica

di Giancarlo Biguzzi

Dal bel sito del Circolo Culturale “Gli Scritti”, riportiamo una sezione del corso sull’epistolario paolino tenuto da Giancarlo Biguzzi, docente di Nuovo Testamento, presso la Pontificia Università Urbaniana (Anno Accademico 2006/2007). Le dispense del corso si possono leggere integralmente qui.

1. Gli oratori antichi, i teorici
e l’insegnamento dell’arte retorica

Nell’antichità ci furono non solo grandi oratori, ma anche dei teorici delle regole retoriche, e i trattati e manuali di retorica che ci sono pervenuti ci consentono di conoscere perfettamente tutta quell’arte e le sue regole. I più famosi scrittori di retorica sono Aristotele (384-322 a.C.; cf. Retorica, Topica), Cicerone (106-43 a.C.; cf. De inventione, De Oratore, Brutus, Orator, De optimo genere oratorum, Partitiones oratoriae, Topica) e Quintiliano (35-96 d.C. circa; cf. Institutio oratoria), ma sono giunti a noi anche manuali anonimi come Ad Alexandrum (attribuito ad Aristotele, ma più probabilmente di Anassimene di Lampsaco) e Ad Herennium (opera attribuita a Cicerone, ma forse opera di un certo Cornificius).

«La paideia o “istruzione scolastica” nell’epoca ellenistica, così come aveva preso forma e come s’era diffusa in ogni polis dell’area mediterranea, comportava, allo stadio superiore, la formazione che si riceveva da un maestro di retorica» (B. Standaert, La Rhétorique ancienne dans Saint Paul, in A. Vanhoye [ed.], L’Apôtre Paul. Personnalité, Style, et Conception du Ministère, Leuven 1986, p. 78).

«In tutto l’impero romano lo studio della retorica faceva parte dell’istruzione scolastica. I ragazzi venivano esercitati nei diversi campi della retorica e ci si aspettava da loro che fossero capaci di pensare attraverso queste categorie quando componevano un discorso. Il risultato era che le regole retoriche avevano un grande influsso sul come si componevano e sul come venivano letti gli scritti antichi» (R.G. Hall, The Rhetorical Outline for Galatians. A Reconsideration, in “Journal of Biblical Literature” 106 (1987), pp. 278-279).

2. I tre tipi di discorso retorico

«Per definizione, ci sono tre tipi di retorica. Lo scopo della retorica deliberativa è di esortare o di dissuadere. Lo scopo della retorica forense è di accusare o di difendere. Lo scopo di quella epidittica è di lodare o di biasimare. Il primo tipo di discorso è proprio delle assemblee cittadine imperiali, nelle quali gli uditori devono poi decidere circa il futuro; il secondo è proprio dei tribunali, dove gli uditori devono giudicare del passato; il terzo è infine proprio del mercato o dell’anfiteatro dove, come spettatori, devono giudicare circa le capacità artistiche dell’oratore» (F.F. Church, Rhetorical Structure and Design in Paul’s Letter to Philemon, in “Harward Theological Review” 71 (1978), p. 18; cf. descrizioni analoghe dei tre generi retorici in D.F. Watson, A Rhetorical Analysis of Philippians and its Implications for the Unity Question, in “Novum Testamentum” 30 [1988], pp. 59-60; R.G. Hall, op. cit., pp. 278-283).

3. La dispositio retorica di un discorso

Con il termine dispositio i retori antichi designavano l’organizzazione del discorso e delle sue parti. Quintiliano, che fu scelto dall’imperatore Domiziano come maestro di retorica per i propri nipoti, prima di definire teoricamente la dispositio, dà di essa un’idea ben precisa con le immagini della costruzione, della statua di bronzo, della figura umana o animale e degli eserciti:

«Come a chi innalza una costruzione non basta accumulare pietre e materiali ed altri arnesi utili all’edilizia, se non vi aggiunge abilità nel disporli e nel collocarli, così nell’eloquenza l’abbondanza di argomenti si ridurrà a un cumulo informe, se la dispositio non li legherà in un tutto armonioso e organico. Allo stesso modo non si ha una statua [di bronzo], anche se tutte le sue parti sono state fuse, se esse non sono state poste ciascuna nel punto giusto. E se in una figura umana o di altro vivente scambiassimo un qualche membro e lo spostassimo fuori della sua propria sede, la figura, pur avendo tutto quello che deve avere, finirebbe tuttavia per essere qualcosa di mostruoso. Anche le articolazioni, se slogate pur leggermente, perdono il vigore di prima; e allo stesso modo gli eserciti, quando sono scompigliati, si ostacolano da sé medesimi. A me pare che abbiano ragione quanti affermano che la natura stessa poggia sull’ordine, al cui confondersi tutto è destinato a perire. Così un discorso che manchi di ordine dovrà necessariamente procedere per sobbalzi e correre alla deriva senza timoniere, essere spesso slegato, spesso ripetere e spesso sorvolare, come chi vaga di notte per luoghi sconosciuti. Senza un piano che comprenda inizio e fine, il discorso si affiderà più al caso che a un preciso progetto. Intendiamo dunque per dispositio l’utile distribuzione di argomenti e parti nei luoghi opportuni (utilis rerum ac partium in locos distributio)» (Quintiliano, Instit. Orat. VII,1, proemio e n. 1).

B. Standaert, un benedettino belga, che secondo la retorica ha studiato il vangelo di Marco (L’évangile selon Marc. Composition et genre littéraire, Brugge 1984), dice che chi non organizza il suo scritto secondo un qualche progetto scrive per nessuno: «La composizione [= dispositio] ha un posto particolare nel codice retorico, perché si compone sempre in vista dei propri destinatari, e colui che non si preoccupasse di come compone, scrive per Dio o per nessuno, che è cosa piuttosto rara» (Standaert, La Rhétorique ancienne, cit., p. 92).

Tutta la costruzione di un discorso dipende in gran parte dalle concrete circostanze cui è rivolto, e, cambiando le circostanze, cambiano i discorsi. Di per sé la prima regola della dispositio è la libertà che è necessaria per essere adeguati alla situazione. Lo dice lo stesso Quintiliano:

«La dispositio spesso subisce cambiamenti, obbedendo all’utilità, e non sempre è la stessa la questione da affrontare per prima, sia dall’una che dall’altra parte in causa. Di ciò possono essere testimoni Demostene e Eschine [= due famosi oratori greci], i quali nel processo di Ctesifonte seguirono un ordine diverso: l’accusatore prese le mosse dalla questione strettamente giuridica, su cui poteva più validamente puntare, mentre il difensore antepose alla questione di diritto tutte le altre, con le quali preparare il giudice alla disquisizione giuridica. Infatti a uno conviene provare prima una cosa, ad altri un’altra. Diversamente la discussione sarebbe condotta sempre ad arbitrio dell’accusatore (che prende la parola per primo)» (VII, 1,1-3).

A parte questa necessaria flessibilità, la dispositio ideale di un discorso si compone di (cf. in J. Murphy O’Connor, Paul et l’art épistolaire, Paris 1994, pp. 109-117, il capitolo intitolato Les composantes du discours délibératif):

  • Exordium (prooimion, esordio, o inizio retorico). Per Cicerone, De inv. I, 14,29, «l’esordio è ciò che rende l’animo degli ascoltatori idoneo a ricevere il resto del discorso». Per Quintiliano, Instit. Orat. IV, 1.5, lo scopo dell’exordium è quello di rendersi benevolo, attento e arrendevole l’ascoltatore: …auditorem benevolum, attentum, docilem facere – «The sole purpose of the exordium is to prepare our audience in such a way that they will be disposed to lend a ready and benevolent ear to the rest of our speech».
  • Propositio (prothesis, in cui si enuncia la tesi che si cercherà di dimostrare). Sull’importanza della propositio cf. Murphy-O’connor, op. cit., pp. 125-129; e Aletti, La présence d’un modèle rhétorique en Romains: Son rôle et son importance, in “Biblica” 71 (1990), pp. 1-24: pp. 9-12; Id., Comment Dieu est-il juste? Clefs pour interpréter l’épître aux Romains, Paris 1991, pp. 36-52: individuare la propositio vuol dire individuare l’affermazione che riassume in poche parole tutto il discorso e attorno alla quale girano tutti gli altri elementi del discorso.
  • Partitio (divisio, o elenco dei punti o delle parti che si svolgeranno, una specie di “table of contents”).
  • Narratio (diēgesis, in cui si richiamano i fatti su cui si deve discutere, selezionando quelli più utili alla propria strategia retorica). «La narratio è l’esposizione dei fatti; è su di essi che ci si basa ed appoggia per le parti seguenti» (Cicerone, Part. Or. 9,31), ma, oltre a essere esposizione dei fatti, nello stesso momento è una vera e propria prova data attraverso fatti che tutti conoscono e accettano. Probationes (pisteis, argomenti e prove). Le prove si possono distinguere in prove portate per dimostrare la propria tesi (o confirmatio), e prove portate per demolire quella dell’avversario (o refutatio).
  • Peroratio (epilogos, anakephalaiōsis, conclusio, recapitulatio). È la ripresa o ricapitolazione in cui si riassume tutto quanto si è detto, per essere di aiuto alla memoria dell’interlocutore e per condizionarlo con l’ultima, strategica presentazione del caso.

4. Il Nuovo Testamento, Paolo e la retorica antica

Se nessuno mette in dubbio che la Lettera agli Ebrei faccia abbondante ricorso alle risorse e alle regole della retorica antica (cf. per tutti: P. Garuti, La lettera agli Ebrei. Alle origini dell’omiletica cristiana, Jerusalem 1955), non mancano autori che fanno affermazioni molto decise anche per Paolo: «Leggere Gal secondo i principi dell’antica retorica anzitutto aiuta a comprendere il testo, e in secondo luogo fa conoscere un’importante componente della cultura diffusa al tempo di Paolo. Il grande influsso della retorica classica nel primo secolo giustifica ampiamente il tentativo di cercare di capire Gal secondo quelle categorie» (Hall, op. cit., p. 278); «Paul too employed basic tactics of persuasion taught and widely practiced in his day. (…) Whether he was trained in school or acquired his talent through a natural course of observation and imitation, Paul was a master of persuasion», (F.F. Church, op. cit., p. 17); «Paul can speak out of Hellenistic rhetorical practice as easily as he can support a point with the most subtle rabbinic hermeneutic» (R. Scroggs, Paul as Rhetorician: Two Homilies in Romans 1-11, in R. Hamerton et alii (edd.), Jews, Greeks and Christians. Fs W.D. Davies, Leiden 1976, pp. 271-298: p. 272).

Coloro che per primi sono andati in cerca di uno schema retorico in Paolo sono H.D. Betz e W. Wuellner: il primo lo ha fatto per la lettera ai Galati, il secondo per quella ai Romani. «Si deve senza dubbio a H.D. Betz d’avere suscitato l’interesse degli esegeti di Paolo, per la retorica greco-romana. In questi ultimi anni un numero sempre maggiore di articoli e di tesi – di qualità molto diseguale – hanno sfruttato questo filone. Cf. per esempio gli studi di Wuellner, Church, Brinsmead, Hall, Jewett, Smit, Johanson, Holland, D.F. Watson, Hughes, ecc. (…). Che [per esempio] la lettera ai Romani possa obbedire a un modello retorico, fu W. Wuellner a sostenerlo per primo (1976)» (Aletti, La présence, cit., p. 1); «Betz’s article has convinced me that classical rhetoric is an important instrument for the analysis of the letter to the Galatians and leads to a better understanding of the character and coherence. (…) The speech Paul addressed to the Galatians bears witness to his professional skill as a rhetorician» (J. Smit, The Letter of Paul to the Galatians: A Deliberative Speech, in “New Testament Studies” 35 (1989), pp. 1-26: p. 1, per la prima citazione; p. 24, per la seconda).

L’obiezione che più spesso viene fatta contro lo studio del Nuovo Testamento a partire dalla retorica antica è che gli autori neotestamentari ragionano come dei giudei e non come dei greci. A tale difficoltà J.-N. Aletti risponde che «simili affermazioni ignorano come l’influsso ellenistico sul modo di pensare e comporre degli scrittori giudaici contemporanei a quelli del Nuovo Testamento, e soprattutto ignorano che il sermone di Ebrei rivela un influsso nettissimo della retorica greco-ellenistica, e che è uno scritto tipicamente ellenistico» (Aletti, La dispositio rhétorique dans les épîtres pauliniennes. Propositions de méthode, in “New Testament Studies” 38 (1992), pp. 385-40: p. 387).

Anche in Palestina l’influsso della paideia ellenistica era abbastanza forte, non solo in mezzo a coloro che parlavano greco (si calcola dal 10 al 20 per cento), ma anche tra i rabbini. Secondo J.L. Kinneavy, Greek Rhetorical Origins of Christian Faith. An Inquiry (New York – Oxford 1987), p. 90, i rabbini palestinesi «possedevano una conoscenza innegabile, anche se limitata, della cultura greca. Essi non leggevano Platone né i filosofi presocratici. Il loro interesse era centrato sugli studi giuridici dei pagani e sui loro metodi di retorica». La precisazione è importante perché At 22,3 parla dell’istruzione che Paolo avrebbe ricevuto a Gerusalemme alla scuola di Gamaliele.

5. La particolare dispositio paolina

Secondo J.-N. Aletti, Paolo applicava la dispositio retorica degli antichi non a un’intera lettera (come pretendono Betz, Kennedy, Wuellner e le scuole americana e francese), bensì a ciascuna delle parti che compongono una lettera. In Rm, per esempio c’è una propositio generale per tutta la lettera in 1,16-17, ma ci sono poi sub-propositiones che vengono sviluppate: una in 1,18-4,25; una seconda in Rm 5-8; una terza in Rm 9-11, e un’ultima in Rm 12-15.

«Uno studio attento delle unità argomentative mostra che Paolo precede per “insiemi” relativamente autonomi e tuttavia legati tra di loro in modo dinamico» (Aletti, La dispositio rhétorique, cit., p. 392); «[La dispositio e] l’argomentazione [paolina] è divisibile in sezioni relativamente autonome, di lunghezza relativamente modesta, che riproducono, ognuna per conto suo e in modo originale, la dispositio della retorica antica (per Rm: 1-4; 5-8; 9-11; 12-15). Una tale particolarità merita la nostra attenzione perché sembra indicare che Paolo componeva e poi dettava le sue lettere per unità logiche facilmente memorizzabili. Se è vero che imparare a memoria un discorso, prima di tenerlo in pubblico o di scriverlo, faceva parte integrante della pratica retorica degli antichi, tuttavia la maniera di redigere dell’Apostolo si rivela molto più chiara. Si comprende molto bene come, avendo in mente i principali punti della sua argomentazione, egli preferisse elaborarli separatamente, per unità logiche più dominabili, perché più brevi e dunque più facili da essere ritenute a memoria e dettate» (ibid., p. 399).

6. La retorica e l’interpretazione delle lettere paoline

Se non si va in cerca di come gli antichi costruivano i loro discorsi, ci si impedisce da se stessi di capire i testi che ci hanno lasciato, e dunque «lo studio della retorica antica ci fornisce l’accesso al codice che governa la comunicazione oratoria dell’antichità. Questo codice fu per una parte insegnato, ma per un’altra parte esso operava all’insaputa degli oratori e dei loro interlocutori. Data la distanza culturale che ci separa dagli antichi, noi dobbiamo in tutti i modi cercare di individuare questo codice per non essere troppo fuori strada nel leggere le opere antiche» (Standaert, La Rhétorique ancienne, cit., p. 92).

Per gli stacchi improvvisi e i salti logici che si incontrano tra le parti del discorso per esempio in Fil, Rm, o 2Cor, molti commentatori ricorrevano all’ipotesi di più lettere fuse in una. L’arte retorica, che richiede a volte trapassi bruschi, inaspettati e aggressivi per impressionare l’uditore, può offrire un’ipotesi alternativa. Per 2Cor e Fil cf. Watson, op. cit., pp. 80 e 88, che scrive:

«As also true of 2Cor, during this century there has been a persistent voice espousing the view that Philippians is a composite work. It is thought to be composed of two or three letters written by Paul to the Philippians at different times, under different circumstances, to meet different exigencies. In fact, it can be confidently stated that the composite nature of Philippians is now treated as a presupposition in a considerable body of literature. (…) This approach enables the interpreter to explain the literary features offered as evidence for addition and Interpolation in Philippians within the context of the conventions of Graeco-Roman rhetoric. (…) Since Paul utilized the rhetorical conventions of the Greco-Roman world in his other genuine letters, since the present form of Philippians conforms well to those conventions, and since the proposed interpolations and evidence given for Interpolation can be explained by rhetorical convention, than the integrity of Philippians is best assumed».

Per Rm cf. invece quello che scrive J.-N. Aletti, Comment Dieu, cit., pp. 126-127 e 179:

«Anche un passo come Rm 9,4 dove Paolo attribuisce alla legge mosaica un valore positivo (che altrove non le riconosce) mettendola tra i privilegi d’Israele, deve essere interpretato alla luce dei modelli retorici nei quali gli enunciati non hanno la stessa portata se si trovano nell’esordio o se invece si trovano nella propositio, o ancora nella probatio. Che in 9,1-5, esordio di Rm 9-11, la legislazione sia riconosciuta come un privilegio “secondo la carne”, e che essa sia intesa in modo diverso invece nella successiva probatio, non stupirà se non coloro che sono poco familiarizzati con le tecniche della retorica antica»; «tenendo conto della presenza di un modello retorico, si può uscire da un certo numero di “impasses”, ed è possibile proporre una interpretazione stimolante di un capitolo [= Rm 11] tra i più controversi nella storia dell’esegesi contemporanea».

In altri termini, certe difficoltà esegetiche non si risolvono se non ricorrendo alla retorica, perché per convincere in modo schiacciante il proprio interlocutore (la retorica è l’arte della persuasione), Paolo o l’autore di Eb, ecc., hanno costruito il discorso in modo così sorprendente e inaspettato che noi lettori potremmo non accorgerci della loro strategia di persuasione e, invece, accusarli di scrivere in modo trascurato. L’attenzione agli schemi retorici aiuta l’interprete a non finire fuori strada, e, invece, ad apprezzare l’abilità retorica degli scrittori biblici.

7. Analisi retoriche proposte finora

Cf. in Murphy-O’Connor, op. cit., pp. 117-120, l’elenco dei tentativi fatti per interpretare in base alla retorica antica: Rm (Wuellner, Kennedy, Jewett), Gal (Betz, Hall, Smit), 1Cor (Mitchell, Kennedy, Vouga, Mack), 1Ts (Jewett, Hughes, Kennedy), Fil (Watson), Col (Aletti), 2Ts (Jewett, Hughes, Holland), Flm (Church). Per Rm è necessario aggiungere il nome di J.-N. Aletti e, per Gal, quello di A. Pitta.

Indicazioni bibliografiche su Paolo e l’arte retorica antica:

  • J.-N. ALETTI, La présence d’un modèle rhétorique en Romains: Son rôle et son importance, in “Biblica” 71 (1990), pp. 1-24.
  • ID., Comment Dieu est-il juste? Clefs pour interpréter l’épître aux Romains, Paris 1991.
  • ID., La dispositio rhétorique dans les épîtres pauliniennes. Propositions de méthode, in “New Testament Studies” 38 (1992), pp. 385-401.
  • ID., Lettera ai Colossesi. Introduzione, versione, commento, Bologna 1994 (ed. or. Paris 1993).
  • H.-D. BETZ, The Problem of Rhetoric and Theology According to the Apostle Paul, in A. Vanhoye (ed.), L’Apôtre Paul. Personnalité, Style et Conception du Ministère (BETL 73), Leuven 1986, pp. 16-48.
  • F.F. CHURCH, Rhetorical Structure and Design in Paul’s Letter to Philemon, in “Harward Theological Review” 71 (1978), pp. 17-33.
  • J.J. COLLINS, Chiasmus: The ‘ABA’ Pattern and the Text of Paul, in Studiorum paulinorum congressus internationalis catholicus 1961, II (Analecta Biblica 18), Roma 1963, pp. 575-583.
  • TH. B. DOZEMANN, «Rhetoric and Rhetorical Criticism», in Anchor Bible Dictionary, vol. V, pp. 710-719.
  • R.G. HALL, The Rhetorical Outline for Galatians. A Reconsideration, in “Journal of Biblical Literature” 106 (1987), pp. 277-287.
  • G. KENNEDY, New Testament Interpretation through Rhetorical Criticism, Chapel Hill 1984.
  • J.L. KINNEAVY, Greek Rhetorical Origins of Christian Faith. An Inquiry, New York – Oxford 1987.
  • R. JEWETT, Following the Argument of Romans, in K. K. Donfried (ed.), The Romans Debate, Peabody MA 1991, pp. 265-277.
  • J. LAMBRECHT, Rhetorical Criticism and the New Testament, in “Bijdragen” 50 (1989), pp. 239-253.
  • R. FARANDA – P. PECCHIURA (edd.), Quintiliano (Marco Fabio), L’istituzione oratoria, Torino 1979.
  • J. MURPHY O’CONNOR, Paul et l’art épistolaire, Paris 1994.
  • A. PITTA, Disposizione e messaggio della Lettera ai Galati. Analisi retorico-letteraria, Roma 1992.
  • R. SCROGGS, Paul as Rhetorician: Two Homilies in Roman 1-11, in R. Hamerton et alii (edd.), Jews, Greeks and Christians. Fs W.D. Davies, Leiden 1976, pp. 271-298.
  • J. SMIT, The Letter of Paul to the Galatians: A Deliberative Speech, in “New Testament Studies” 35 (1989), pp. 1-26.
  • B. STANDAERT, L’évangile selon Marc. Composition et genre littéraire, Brugge 1984.
  • ID., La Rhétorique ancienne dans Saint Paul, in A. Vanhoye (ed.), L’Apôtre Paul. Personnalité, Style, et Conception du Ministère (BETL 73), Leuven 1986, pp. 78-92.
  • D.F. WATSON, A Rhetorical Analysis of Philippians and its Implications for the Unity Question, in “Novum Testamentum” 30 (1988), pp. 57-88.
  • W. WUELLNER, Where Is Rhetorical Criticism Taking Us?, in “The Catholic Biblical Quarterly” 49 (1987), pp. 448-463.
  • ID., Paul’s Rhetoric of Argumentation in Romans: an Alternative to the Donfried-Karris Debate over Romans, in K. Donfried (ed.), The Romans Debate, Peabody MA 1991, pp. 128-146.
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