La conversione di Saulo: una lettura spirituale

Domenico Sguaitamatti, storico dell’arte e responsabile di Arte e Catechesi presso l’Ufficio Beni Culturali dell’Arcidiocesi di Milano, ci guida alla scoperta dei significati teologici e artistici della celeberrima “Conversione di Saulo”, il capolavoro eseguito dal Caravaggio tra 1601 e 1604, ora esposto nella chiesa romana di Santa Maria del Popolo.

«Conoscerete la Verità e la Verità vi farà liberi» (Gv 8,32): credo che questa espressione di Gesù possa essere una tra le più belle sintesi a commento della grande opera di Caravaggio intitolata “Conversione di Saulo”. È un’incisiva ed efficace verità, tratta da una serrata discussione accesasi tra il Maestro e alcuni Giudei che «pur avevano creduto in Lui» (Gv 8,31), e che si conclude drammaticamente: «…raccolsero allora delle pietre per scagliarle contro Gesù» (Gv 8,59).

Caravaggio dipinge questo capolavoro nel 1601 circa, su commissione di Tiberio Cerasi, tesoriere di papa Clemente, unitamente all’altra tela che ha per tema la “Crocifissione di Pietro”. Entrambe le opere si possono ammirare oggi, l’una di fronte all’altra, nella Cappella Cerasi in Santa Maria del Popolo a Roma.

Sulla via di Damasco Saulo è disarcionato, pesantemente e irrimediabilmente “schienato” a terra da una forza improvvisa e invincibile. Sovrastato, quasi minacciato, dallo zoccolo, a stento trattenuto, di quel cavallo che sempre ha dominato e domato con altezzosa capacità ed indubbia maestria.

Quel cavallo, fedele compagno di frenetici ed estenuanti viaggi su mille polverosi e disagiati sentieri, nel tentativo di scovare i tenaci seguaci di quel “Rabbì” da poco crocifisso e già annunciato “Risorto”, per imporre loro la legge del più forte: rinnegare o subire la morte. «I testimoni deposero le loro vesti ai piedi di un giovane chiamato Saulo. E lapidavano Stefano che pregava… E Saulo approvava l’uccisione di Stefano» (At 7,58-60; 8,1).

E colui che scovava è adesso “lo scovato”, colui che sorprendeva è adesso “il sorpreso”, colui che agiva nel buio e nel nascondimento per catturare, adesso, da questa luce sconvolgente, improvvisa, invadente, è “catturato”: «Strada facendo, mentre stava avvicinandosi a Damasco, d’improvviso una luce dal cielo gli sfolgorò d’intorno: caduto a terra…». (At 9,3-4).

Scarno, sintetico, efficace, incisivo è il racconto scritto degli Atti. Essenziale, intenso, immediato, coinvolgente e drammatico è il racconto dipinto da Caravaggio. Provocato, indispettito, deluso dal rifiuto della prima edizione dell’opera da parte dei committenti della famiglia Cerasi, l’artista, in questa seconda edizione, fa appello a tutto il suo genio creativo, alla sua folgorante intuizione, e ci consegna uno tra i massimi capolavori di sempre. Inespressiva, eccessiva, manieristicamente sovraccarica, direi barocca, la prima tela (oggi di proprietà Odescalchi); misurata, esteticamente e formalmente straordinaria questa seconda.

Plastica e potente nel suo luminoso e caldo cromatismo; forte, irruente e graffiante nella movimentata e concitata lotta tra la luce e la tenebra, essa non solo ci racconta un evento, ma ci risucchia in esso, rendendoci protagonisti e costringendoci a riflettere sulla misteriosa forza di questa “Luce” capace di abbattere e di rialzare. Pagina di diario del suo quotidiano vivere, come gran parte della sua pittura, in questo dipinto Caravaggio ci fa participi di una lotta inusuale e insolita, ma ugualmente feroce e decisiva, che ha come protagonista Saulo, ma che egli vede riflessa in se stesso.

Lo dice la scelta iconografica, ridotta davvero all’essenziale, con la messa in risalto di tutto ciò che ricorda la tumultuosa e violenta esperienza del protagonista: il cavallo con i suoi finimenti, il fedele palafreniere, l’elmo e le armi tra cui l’affilata spada, fedele ed inseparabile compagna anche dell’artista stesso. Lo dice l’aspetto di Saulo: giovane come non mai, lontano dall’anziano e barbuto Paolo di tutta l’iconografia precedente. Una figura che per descrizione e corredo ricorda da vicino gli stessi feroci e spocchiosi “sbirri” che spadroneggiavano per la Roma di allora, e con i quali l’artista, dato il suo carattere focoso e litigioso, spesso ha avuto a che fare.

Fondamentale è lo spazio che Caravaggio crea, non conquistandolo in profondità, secondo i canoni della prospettiva rinascimentale, ma aprendolo in avanti, fuori dal quadro, rovesciandoci addosso gli stessi protagonisti e costringendoci, quindi, a non rimanere unicamente indifferenti e distratti spettatori. Uno spazio ben delimitato, e chiuso sul fondo dalla possente e imponente figura del cavallo, che fa quasi da muro invalicabile, ma ben aperto in primo piano dalle allargate braccia di Saulo che sono un invito ad entrare.

Spazio che si rivela profondo quanto la misura del corpo del protagonista, mirabilmente e perfettamente dipinto di scorcio. Uno spazio che diventa l’arena di questa insolita lotta. E la “Luce” vi irrompe con forza divina, occupandolo tutto e diventando la prima, vera, assoluta, indiscussa protagonista, che origina, determina, conduce e conclude l’evento.

Una luce abbagliante, tagliente, vivace, mai ferma, mai doma, che s’infrange sul corpo del cavallo come su specchio, per rimbalzare più intensa su tutto il corpo di Saulo, per diffondersi “oltre”, incontenibile, lungo le sue braccia, e raggiungere altri che da essa hanno il coraggio di farsi colpire. Un irrompere, questo della luce, improvviso, repentino quanto inaspettato e insistente, che coglie di sorpresa un po’ tutti. Sorpreso è il cavallo: lo si intuisce dall’immediato, convulso, irrefrenabile agitarsi dell’animale, che ne esalta le reali e bellissime forme, e dal naturale ed elegante movimento col quale, contemporaneamente, abbassa la testa ed alza la gamba. Sorpreso è anche il fido servitore, che a stento, e con manifesta fatica, tenta di frenare la nervosa irrequietezza del cavallo impedendogli, per un soffio, di calpestare il disarcionato cavaliere e padrone. Un’azione scolpita nelle marcate e profonde rughe della fronte in tensione dell’uomo e dal gonfiarsi oltre misura delle vene della sua gamba.

Entrambi, cavallo e palafreniere, sono comunque in piedi, mentre l’unico davvero “caduto a terra”, con le spalle schiacciate al suolo, svuotato da ogni altezzosa e arrogante parvenza di forza, è il solo Saulo. Lui è il vero obiettivo, il ricercato, il rincorso, il sedotto, il catturato, il conquistato da questa invincibile “Luce”. Una “Luce che inonda” ponendosi subito in alternativa e in contrasto con la tenebra dipinta “oltre” il cavallo, quasi a legittimare uno spazio leggibile, vero, verificabile, trasparente, a fronte di uno spazio oscuro, misterioso, nascosto, minaccioso.

Metafora di un’esistenza nuova che per Saulo sta per iniziare sotto il segno di questa stessa “Luce”, dopo un’esperienza avvolta nelle tenebre dove violenza, sospetto, tradimento, inganno e morte l’hanno fatta da padrone: altra mirabile annotazione autobiografica, dipinta, della tormentata vita dell’artista stesso.

Una “Luce che indaga” e che, mentre rivela una realtà esteriore facilmente percepibile, mette a nudo, con la stessa meticolosità, il “vero interiore”, che spesso difficilmente appare: «Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?» (At 9,4). E la coscienza, la parte più intima dell’ uomo, là dove si giocano con consapevolezza e libertà le proprie scelte, è posta irrimediabilmente di fronte a se stessa per rendere ragione del proprio agire. Una “Luce” che, al vertice del suo imporsi, si rivela come la “Verità”. «“Chi sei, o Signore?”. E quegli: “Io sono Gesù che tu perseguiti…”» (At 9,5). Il passato è dichiarato e svelato, il presente è la presa di coscienza del proprio agire, il futuro sta nel coraggio di non sottrarsi, vigliaccamente o per inettitudine e pusillanimità, a questa “Luce di Verità”.

Una Verità di fronte alla quale Saulo si lascia spogliare perché tutto sia indagato e liberato. Le sue braccia aperte rivelano indubbiamente il primo umano smarrimento di fronte all’improvviso capovolgersi di un progetto voluto e studiato fin nei minimi particolari: «Saulo intanto, che ancora spirava minacce e strage contro i discepoli del Signore, si presentò al sommo sacerdote e gli chiese lettere per le sinagoghe di Damasco, per essere autorizzato, se avesse trovato dei seguaci della Via, uomini e donne, a condurli legati a Gerusalemme» (At 9,1-2). Allo stesso modo, però, le medesime braccia già indicano “accoglienza”; molto di più, annunciano quell’atteso, decisivo e definitivo “abbraccio” con questa “Luce” che lo ha disarcionato.

Ad essa offre, sedotto e sconfitto, tutto se stesso, alzando e tendendo le due mani a chiedere perdono e a sancire una rigenerante e rivitalizzante condivisione. Quelle stesse mani, spesso chiuse ad impugnare armi per seminare dolore e violenza, ora si consacrano a servire e ad amare nel nome di Colui che gli si è rivelato.

Una “Luce-Verità” che, paradossalmente, lo acceca: «Saulo si alzò da terra e, aperti gli occhi, non poteva vedere nulla» (At 9,8). E Caravaggio dipinge gli occhi di Saulo bruciati da questa “Luce”. Chiusi dietro una patina gialla senza pupilla e senza ombra di sguardo, immersi, anche fisicamente, in quel buio che, fino a questo inaspettato appuntamento sulla via di Damasco aveva erroneamente creduto essere luce.

Privato di un “vedere”, che fino a questa rovinosa caduta, aveva armato il suo pensare e il suo agire contro la “Verità” incontrata in tanti umili testimoni, come il diacono Stefano, ma subito, da lui, rifiutata e negata. Prigioniero di una cecità interiore, che di fatto lo ha visto al servizio di una “legge” che, derubata della sua originante presenza divina, era diventata maschera di se stessa, in balia di una religiosità puramente di facciata. Una legge che, contrariamente a quella mosaica, mirava non più a liberare l’uomo, ma a schiavizzarlo con miriadi di cavillosi precetti e pesanti fardelli, e contro la quale, più volte, lo stesso Cristo si era decisamente scagliato con la forza della sua autorevole parola: «Sono venuto in questo mondo perché coloro che non vedono vedano e coloro che vedono diventino ciechi. Alcuni farisei che erano lì con Lui dissero: “Siamo forse ciechi anche noi?”. Rispose loro Gesù: “Se foste ciechi non avreste peccato. Siccome però dite: Noi vediamo, il vostro peccato rimane”» (Gv 9,39-41).

Una cecità, questa di Saulo, che dura tre giorni, tanti quanti quelli nei quali il buio della morte aveva tentato, inutilmente, di spegnere la medesima “Luce” dentro la fredda roccia di una tomba, prima che la stessa “Luce” si manifestasse in tutta la verità del suo splendore eterno nel mattino di Pasqua. «Allora, prendendolo per mano, lo condussero a Damasco, dove stette tre giorni senza vedere: non mangiò né bevve» (At 9, 8-9). E dopo tre giorni Saulo, riportato alla vista da Anania, rinasce come nuova creatura.

È la conversione: nasce Paolo, nasce l’apostolo delle genti, che «riempito di Spirito Santo… subito gli caddero dagli occhi come scaglie, e riprese a vedere… subito si mise a predicare Gesù nelle sinagoghe proclamando: Questi è il Figlio di Dio!» (At 9,18-20). Una conversione, questa di Saulo, che Caravaggio in una mirabile sintesi di forze apparentemente contrarie, affida ancora una volta alle due possenti braccia aperte: esse raccontano il pesante cadere dell’uomo vecchio, ma già annunciano l’indomito rialzarsi dell’uomo nuovo.

E nella luce della “Verità” che abbatte e rialza, Paolo rinasce “libero”. Una “Libertà” frutto della stessa “Verità”, incontrata e finalmente accolta ed amata. Si sciolgono i legacci che tenevano ben strette le armi; l’elmo piumato, adesso inutile e vuoto, è abbandonato nel buio; la spada non brilla più dei suoi sinistri bagliori e giace inoffensiva, spenta ed inerte, addirittura schiacciata, vinta, dallo stesso corpo di Paolo.

Anche il fiammeggiante mantello, tante volte gonfiato dal vento nel frenetico cavalcare dentro illusorie certezze, ora giace come svuotato, inutile cencio di un passato ormai cancellato. Vengono alla mente le bellissime espressioni con le quali sant’Agostino, nelle sue Confessioni, descrive questa stessa Luce che, proprio come per Paolo, lo ha raggiunto, sedotto, conquistato, amato: «Entrai e vidi con l’occhio dell’anima mia (…) una luce inalterabile sopra il mio stesso sguardo interiore e sopra la mia intelligenza (…). Era un’altra luce, assai diversa da tutte le luci del mondo creato (…). Era la luce che mi ha creato. E se mi trovavo sotto di essa, era perché ero stato creato da essa. Chi conosce la verità, conosce questa luce (…). Mi hai abbagliato, mi hai folgorato, e hai finalmente guarito la mia cecità». Agostino come Paolo, come avrebbe desiderato essere, e forse lo fu, lo stesso Caravaggio, e come siamo chiamati ad essere noi, oggi.

Ancora una volta la grandezza di Caravaggio trapela dalla verità della sua pittura, che non è solo formale ed estetica, ma originante e significante, perché l’artista non separa mai la sua vita dalla sua arte, ed ogni suo capolavoro è una sublime pagina di un personalissimo, intimo e drammatico diario dipinto. È Caravaggio atterrato e steso nel bagliore della luce dipinta. O meglio, forse, vorrebbe che così succedesse anche per lui, quotidianamente dilaniato e conteso tra il desiderio di un’esistenza più trasparente, onesta e tranquilla, e l’incapacità, invece, di liberarsi del suo focoso e turbolento carattere, che unito alla sua irrequieta e indomata passionalità troppo spesso lo ha portato a contrasti e violenze: prima, dentro i più malfamati ambienti di Roma, e poi, nei luoghi che lo videro nascondersi fuggiasco e braccato.

E così, sotto il medesimo zoccolo e ugualmente “spalle a terra”, Caravaggio costringe anche noi con la forza del suo genio artistico e della sua pittura, capaci, più che in ogni altro artista, di annullare ogni distanza tra evento e osservatore. Anche noi “schienati”, folgorati dall’improvviso bagliore della medesima “Luce”, che irrompendo diretta dalla tela ci viene a cercare, chiamare, catturare, interrogare.

(Domenico Sguaitamatti, articolo inedito)