Il temperamento di Paolo

Non è raro imbattersi in tentativi di comprendere psicologicamente la personalità di Paolo. Eppure, al di là di qualche suggestiva trovata romanzesca, o di sporadiche e talora persino involontarie annotazioni psicologiche, l’appassionato di esegesi che non sia completamente digiuno di studi storici sul mondo antico resterà deluso, o almeno sorpreso, nel constatare l’enorme quantità di ritratti biografici dell’apostolo che si fondano, talora del tutto acriticamente, sui metodi offerti dalla psicologia del profondo, dalla psicanalisi o da analoghe discipline.

Il rischio è sempre quello di proiettare, su una personalità vissuta due millenni or sono, categorie analitiche che funzionano esclusivamente (quando funzionano) sui “moderni”. E il gioco non vale affatto la candela. Va da sé che esistono felici eccezioni, ma è raro ch’esse trovino considerazione al di fuori dei circuiti strettamente accademici.

Potremmo citare il caso di Klaus Berger, che con la sua Psicologia storica del Nuovo Testamento, un testo apparso in Germania nel 1991, ci ha offerto uno dei migliori esperimenti esegetici degli ultimi vent’anni. Lo studioso tedesco, in questo lavoro, ha infatti cercato di ricavare le proprie categorie direttamente dai testi presi in esame, evitando qualunque accomodamento dei dati alla sensibilità moderna.

Ma si potrebbero fare anche altri nomi, come quello di Gerd Theissen, oppure di Bruce Malina e John Neyrey, che in coppia hanno scritto un volume che confidiamo venga presto reso accessibile al lettore italiano: si tratta di Portraits of Paul. An Archeology of Ancient Personality, pubblicato nel 1996, e tutto dedicato a un esame dei criteri che Paolo, in quanto uomo “mediterraneo” del I secolo, poteva utilizzare per definire e comprendere se stesso all’interno del proprio orizzonte sociale.

È un libro curioso, forse un po’ troppo disinvolto e “americano” nell’esposizione (lo dico per i palati fieramente europei), ma che presenta elementi di sicuro interesse anche per chi non sia direttamente interessato al cristianesimo delle origini. Se c’è un limite in esso, è però individuabile nel suo eccessivo tenore “sociologico” (è sostanzialmente un saggio di psicologia sociale). I due autori, giustamente, ritengono che la personalità di Paolo non possa essere compresa al di fuori della logica in-group / out-group, senza cioè un riferimento al gruppo sociale di appartenenza: nelle società mediterranee antiche, di fatto, la personalità di un individuo era sempre e comunque orientata sulla base di una collettività.

Ma c’è qualcosa che gli autori trascurano di far rientrare nel loro schema: ed è la percezione che ogni essere umano poteva avere, e tuttora può avere, di ciò che lo distingue non come uomo dagli altri animali, né come individuo nell’ambito di un gruppo dagli altri individui appartenenti al gruppo o ad altri gruppi, ma come singolo uomo dagli altri singoli uomini, da un punto di vista meramente fisiologico, “naturale” (e sappiamo bene che, nel quadro della fisiologia antica, può essere fatta rientrare la psicologia, in quanto studio delle caratteristiche spirituali di un essere umano).

L’individuo Socrate, detto alla buona, non si distingue dagli altri uomini per il suo essere un animale sociale, né si distingue soltanto perché è riconosciuto da alcuni come “sofista”, da altri come “maestro”, o dalla sua adorabile moglie come “ubriaco tutte le sere”: Socrate, allora come oggi, si distingue innanzitutto perché la sua interiorità e la sua esteriorità sono sue, e solo sue.

A cambiare, nei diversi contesti storico-culturali delle società, non possono quindi essere soltanto i ruoli sociali, ma anche i criteri di classificazione delle caratteristiche personali che ciascun individuo possiede. In questa prospettiva, sarebbe più corretto uno storico che si limitasse a parlare di Paolo come di un “temperamento collerico” (seguendo l’antica teoria degli umori), rispetto a uno storico che si prefiggesse il compito di dimostrare quanto l’apostolo fosse in verità un ossessivo compulsivo con spiccate tendenze misogine e sado-masochistiche (i termini sono superati, lo so, ma accade ancora di udirli).

E questo a prescindere dal fatto, ovviamente, che il secondo storico avrebbe torto marcio e il primo ragione.

5 thoughts on “Il temperamento di Paolo

  1. Non so se ha senso dirlo qui a questo proposito; ma mia nonna soleva ripetere alle persone loquaci, svelte nel parlare – secondo un detto popolare siciliano – “parli quanto un San Paolo”.

  2. Concordo.

    In effetti l’utilizzo di categorie occidentali per descrivere tipi psicologici non è un problema solo quando descriviamo tipi psicologici, né in riferimento a personaggi appartenenti al passato remoto.

    Il medico e antropologo Byron Good riporta la propria esperienza in Azerbajdzan, dove le concezioni popolari della malattia e della salute sono ancora improntate alla medicina tradizionale araba e dunque galenica, basata su concetti umorali. La relativa intraducibilità del sistema islamico in quello moderno occidentale pone al medico un grave problema ermeneutico. Cfr. Byron Good, “Narrare la malattia”, einaudi, in partic. pp. 154 e ssg.

    Bisogna aggiungere che rappresentazioni contraddittorie della malattia e delle sue cause convivono anche all’interno della nostra cultura. Sempre Byron Good narra il problema dell’anamnesi di una paziente testimone di Geova affetta da una particolare emorragia e dei gravi problemi conseguenti al conflitto tra la prospettiva medica e quella dei testimoni di Geova (op.cit. pp.142 e ssg.).

  3. A questo proposito sto leggendo i due ultimi libri di J. Murphy O’Connor (dal taglio un po’ più divulgativo rispetto a quello da te qui recentemente segnalato). Devo dire che condivido in pieno il giudizio sul suo ‘temperamento collerico’.
    Dal punto di vista psicologico, questi libri hanno per me il merito di presentare un Paolo ‘personaggio’, intendendo il termine in senso dinamico e drammatico. In particolare trovo molto interessante la lettura di “Gesù e Paolo. Vite parallele”; senza nominarlo mai (fino ad ora) Murphy O’Connor fa con questa operazione una lettura ‘girardiana’ del rapporto tra i due: si potrebbe dire che Gesù è il modello/ostacolo di Paolo che inizia ad amarlo quando converte la sua invidia verso il coetano e ‘collega’ (per molti versi un suo ‘doppio’) in quella ‘mimesi positiva’ che diviene una delle chiavi della sua opera pastorale (“imitate me come io imito Gesù Cristo”).
    Può reggere questa lettura?

  4. Mi sembra una pista ermeneutica molto fine, caro Carlo, anche in vista della “drammatizzazione” che ti interessa. Con Luigi C., proprio su questo tema, stiamo preparando un’intervista ad Anselm Grün: probabilmente ne usciranno cose interessanti. Ma su questo, meglio aggiornarsi a voce.

    Grazie Franz (commento numero 2) dell’osservazione. Riprenderò il tuo intervento nel momento in cui dovrò affrontare il problema delle interpretazioni “psichiatriche” di Paolo, un capitolo tra i più divertenti (anche in senso etimologico) della storia dell’esegesi tra fine Ottocento e inizi Novecento: con tanto di cartelle cliniche su un “paziente” ovviamente ricostruito a tavolino… Quanto ai TdG, come disse Karl Kraus di Hitler, “non mi viene in mente nulla di intelligente”…

    Biz, potresti chiedere alla nonna cosa precisamente intendesse, con quell’espressione? L’immagine di Paolo presente nella devozione popolare, soprattutto nel sud Italia, è in molti casi più viva e realistica di tante rappresentazioni teologiche: piacerebbe studiare lo sviluppo di queste tradizioni (pensa soltanto alle tradizioni dei serpari, o al ciclo di leggende su Pietro e Paolo diffuse dal Friuli alla Sicilia). Romano Penna faceva notare come il ritratto di Paolo apprezzato dai cattolici fosse quello fornito dagli Atti (il missionario, il taumaturgo, etc.), più che quello ricavabile dalle lettere (il “teologo”): un giudizio comprensibile, se a Paolo ci si arriva primariamente attraverso i programmi delle facoltà teologiche di area germanica… Ora, però, ci si può chiedere perché i due “Paoli” non potrebbero essere la stessa persona, vista da angolature diverse. Anche questo è un discorso che cercherò di riprendere.

  5. Purtroppo la nonna è morta da vari anni.
    Ti posso dire come usava l’espressione: in genere, era per dire a uno che stava facendo troppe parole. Ma questo non significava che facesse “troppe” parole anche Paolo, anche se indicava una precisa qualità di eloquenza abbondante di San Paolo. “Quanto un San Paolo”, se non sei proprio San Paolo, era un difetto.
    Questa è la mia interpretazione del detto, anche considerando che lei era molto religiosa (benchè niente affatto “clericale”); pregava molto spesso (sempre il rosario con sè), faceva spesso il segno della croce, teneva santini, ecc.

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