Paolo e la testimonianza degli Atti

L’altra fonte canonica di cui disponiamo per una ricostruzione biografica dell’attività di Paolo è costituita dagli Atti degli Apostoli, un testo che si rivela imprescindibile per la nostra conoscenza dei primi passi del movimento di Gesù.

Il Canone Muratori, del II secolo, lo nomina nel suo elenco dei testi ritenuti normativi dalle chiese, col titolo di Acta omnium apostolorum, una denominazione che risulta a conti fatti impropria: la narrazione si concentra infatti sulle gesta (práxeis) di Pietro prima (At 1,1-12,25), e di Paolo poi (At 13,1-28,31), con digressioni anche estese su personaggi estranei all’originaria cerchia dei Dodici (ad esempio Stefano e il gruppo dei “sette”), e solo qualche sporadica notizia su Giacomo e Giovanni, le altre due “colonne della Chiesa” (secondo Gal 2,9).

Gli Atti vennero concepiti dal loro autore, riconosciuto dalla tradizione nel terzo evangelista (cf. ad es. Ireneo di Lione, Adv. haer. III,1,1: “Luca discepolo di Paolo”; III,10,1: “Luca discepolo degli apostoli”; III,14,1; 15,39; 16,8: “Luca collaboratore di Paolo”), come seconda parte di un dittico, uno scritto unitario comprendente una previa narrazione dell’opera di Gesù (il Vangelo), e dedicato a un non meglio conosciuto Teofilo, forse personaggio immaginario, forse neofita del movimento e alto funzionario di Roma (cf. Lc 1,1-4 e At 1,1).

L’inscindibilità degli Atti dal Vangelo, che potrebbe emergere accostando i due testi e studiandone i parallelismi strutturali, era stata “teologicamente” intravista da Giovanni Crisostomo: «i Vangeli – come ebbe a dire – sono la storia di quelle cose che Cristo fece e disse, mentre gli Atti lo sono di quelle che l’altro Paraclito [ossia lo Spirito Santo] disse e fece».

La narrazione di Luca si sviluppa secondo una precisa progressione geografica – da Gerusalemme a Roma, attraverso Samaria, Giudea, Siria, Asia minore e Grecia – alla quale è sottesa un’evidente intenzionalità storico-teologica: quella d’indicare il passaggio della Rivelazione dall’ambito strettamente giudaico e palestinese all’inclusione completa dei Gentili nel piano della salvezza (cf. il discorso di Paolo in At 13,46-47).

Il proposito lucano è chiaro sin dal principio del testo, quando Gesù stesso, prima dell’ascensione, esorta gli apostoli a ricevere lo Spirito Santo, per essergli testimoni «fino alle estremità della terra» (At 1,8). L’espressione greca éōs eschatou tês gês non intende semplicemente alludere alla diffusione dell’annuncio evangelico presso le comunità ebraiche della diaspora, bensì echeggia un versetto di Isaia: «Io ti farò luce delle Genti, perché la mia salvezza raggiunga le estremità della terra» (Is 49,6 LXX).

La lettura teologica degli eventi compiuta da Luca ha generalmente spinto gli studiosi ad un ripudio degli Atti quale fonte storica attendibile: eppure, seguendo in ciò lo stile dei primi scritti cristiani, l’autore non elimina a bella posta episodi che potrebbero mettere in cattiva luce il movimento, ma al contrario li registra, conferendovi una significazione “provvidenziale”.

L’armonizzazione dell’operato apostolico di Pietro e di Paolo, la differenza tra il Paolo delle lettere e il Paolo degli Atti, la ricostruzione letteraria dei discorsi pubblici degli apostoli, la sapiente e tutto sommato organica proporzione delle parti, hanno fatto propendere gli studiosi verso una datazione complessiva del documento – che appare stilisticamente omogeneo – ad un periodo posteriore di almeno vent’anni la morte di Paolo (avvenuta fra il 65 e il 67).

Tuttavia, la brusca interruzione del racconto con la (prima?) prigionia romana dell’apostolo, i resoconti spesso sommari di singoli episodi (dovuti forse a interventi redazionali successivi o più probabilmente all’utilizzo di fonti diverse) e l’uso della prima persona plurale nelle cosiddette Wir-stücken o “sezioni-noi” (At 16,10-17; 20,5-21; 27,1-28,16), che presuppongono tra le fonti un testimone oculare (plausibilmente un compagno di viaggio di Paolo), non possono far escludere una prima stesura attorno agli anni che vanno dal 62 al 66.

Il classico argomento a favore di una datazione così alta è il fatto che l’autore di At non accenna nemmeno all’esistenza di uno scambio epistolare fra l’apostolo e le varie comunità: avrebbe potuto attingervi comodamente, per la stesura dei discorsi di Paolo riportati. Ma cosa può significare, in realtà, questo strano silenzio? Lo spettro delle spiegazioni possibili è molto ampio:

  • l’autore, disponendo di altre fonti (forse lo stesso Paolo), non ha bisogno di citare le lettere;
  • l’autore trascura intenzionalmente l’epistolario, perché: b1) lo considera già sufficientemente noto (cosa improbabile); b2) il suo è un lavoro di integrazione di alcune fonti con altre (dunque per una ragione di economia storiografica); b3) si rivolge ad un destinatario al quale non è importante (o opportuno) far conoscere l’esistenza della comunicazione epistolare dell’apostolo; b4) non è interessato tanto a presentare il pensiero di Paolo, quanto a tracciarne il dinamismo missionario (di qui l’insistenza sui “miracoli” e le peripezie dei viaggi);
  • l’autore ignora l’esistenza stessa dell’epistolario paolino.

Non si può non dar ragione a Giuseppe Barbaglio, quando scrive che, in una ricerca storica su Paolo, il testo degli Atti dovrebbe essere usato con grande senso critico, tuttavia non si può essere d’accordo con lui nel valutare come “ibrido” il metodo di abbinare i dati delle lettere alla testimonianza degli Atti, in quanto «fonti documentarie non parallele e ancor meno omogenee» (così in Paolo di Tarso e le origini cristiane, Assisi 1989, p. 19). Se è corretto rilevare la sistemazione teologica dell’autore degli Atti nel delineare il ritratto del “suo” Paolo, non lo è altrettanto subordinare i numerosi dati storici ch’esso fornisce, integrabili con testimonianze esterne, alla presentazione in ogni caso “di parte” che Paolo fornisce di sé nelle proprie lettere, o alle pur scarse testimonianze autobiografiche ivi reperibili.

D’altra parte, va anche ricordato che il ripudio di Atti come fonte storicamente inattendibile trascura la modalità stessa di presentazione della storiografia antica, che non era interessata a una ricostruzione del passato «wie es denn eigentlich gewesen» (secondo la celeberrima espressione di Leopold von Ranke), «così come è stato». In questo, l’operazione storiografica degli antichi potrebbe addirittura essere considerata, nella valutazione dei propri limiti e scopi, come (involontariamente) più onesta di quella di tanti autori moderni.

È un po’ quello che accade, facendo un paragone ardito, nell’arte dell’icona. In questa icona russa del XVI secolo, ad esempio, vediamo Luca intento a ritrarre la Madre di Dio:

Ed è sufficiente confrontare la posa di quest’ultima con quella ch’essa stessa assume nella tela dell’evangelista-pittore, per accorgersi della differenza fra un piano di realtà e l’altro.