Paolo e le età della vita

All the world’s a stage, / And all the men and women merely players: / They have their exits and their entrances; / And one man in his time plays many parts, / His acts being seven ages

[Tutto il mondo è teatro. / E gli uomini e le donne puri istrioni tutti: / hanno le loro entrate e uscite di scena, / e ognuno fa diverse parti nella vita, / che è un dramma in sette atti]

(William Shakespeare, Come vi pare, atto II, scena 7; trad. it. di Cesare Vico Lodovici).

Chi non ricorda questi versi immortali del grande Shakespeare? Nella sua pregevole Vita di Paolo, l’esegeta domenicano Jerome Murphy O’Connor parte proprio da qui per calcolare, almeno approssimativamente, la data di nascita dell’apostolo. Paolo, infatti, nella lettera inviata all’amico Filemone definisce se stesso come presbytēs, cioè “anziano”: ma a quale età poteva corrispondere, nel I secolo, questa parola?

Murphy O’Connor, per risolvere il problema, si appoggia alla testimonianza del filosofo ebreo Filone di Alessandria, contemporaneo di Paolo, che distingue le età nella vita dell’uomo sulla base del numero 7 (secondo venerande tradizioni che giungeranno appunto fino a Shakespeare). Questo è il lungo passo citato dallo studioso, tratto dal De opificio mundi di Filone:

«[Le] età dell’uomo […], dall’infanzia alla vecchiaia, si misurano nel modo seguente: durante i primi sette anni si ha lo spuntare dei denti; nel secondo settennio cade il momento della capacità procreativa [dagli 8 ai 14 anni]; nel terzo la crescita della barba [15-21] e nel quarto l’aumento della forza fisica [22-28]; nel quinto il tempo delle nozze [29-35]; nel sesto raggiunge il suo culmine la capacità di comprensione [36-42]; nel settimo si verifica il miglioramento e lo sviluppo insieme dell’intelletto e della parola [43-49]; nell’ottavo il perfezionamento dell’uno e dell’altra [50-56]; nel nono subentrano calma e pacatezza perché ormai le passioni si sono di molto pacate [57-63]; nel decimo infine giunge il termine desiderabile della vita, allorché gli organi del corpo sono ancora in buone condizioni: una lunga vecchiaia infatti di solito li fiacca e li distrugge l’uno dopo l’altro» (Opif., XXXV, § 103).

Converrebbe a questo punto citare il famoso versetto dei Salmi (90,10), secondo il quale «Gli anni della nostra vita sono in sé settanta, ottanta per i più robusti», ma sarebbe troppo banale, e Filone infatti non lo fa. Il suo discorso prosegue invece con la citazione di alcuni versi del greco Solone (635-560 a.C.), e si conclude con alcune parole attribuite ad Ippocrate:

«Queste età dell’uomo le descrisse anche Solone, il legislatore d’Atene, nei seguenti versi elegiaci: Il bimbo piccolino, cui ancora infante è spuntata la corona dei denti, li perde entro i primi sette anni di vita; quando poi il dio ha fatto scorrere il secondo settennio, egli manifesta i segni della pubertà incipiente; nel terzo settennio, mentre le sue membra continuano a crescere, il mento gli si copre di barba e il suo volto perde floridezza; nel quarto settennio ognuno eccelle in forza, ed è in questa che gli uomini riconoscono i segni del valore virile; nel quinto è tempo che l’uomo pensi alle nozze e cerchi una discendenza di figli per il futuro; nel sesto la mente dell’uomo giunge alla formazione piena ed egli non aspira più come prima a realizzare opere impossibili; nel settimo e ottavo settennio è di estrema eccellenza quanto a intelletto e a parola, e questi due periodi assommano a quattordici anni; nel nono l’uomo ha ancora intatta la forza, ma si fanno più deboli in lui, di fronte a manifestazioni di grande virtù, la parola e il sapere. Se poi qualcuno, compiuta la vita entro i giusti limiti, giunge al decimo settennio, il destino di morte non lo coglie fuori tempo. Solone dunque suddivide la vita umana nei citati dieci settenni. Il medico [Pseudo] Ippocrate, invece, dice che le età sono sette: del bambino, del fanciullo, dell’adolecente, dell’uomo giovane, dell’uomo maturo, dell’anziano, del vecchio, e che queste età si misurano per periodi di sette anni, ma non in successione continua. Sono queste le sue parole: “Nella natura dell’uomo vi sono sette periodi, che io chiamo età, quelle del bambino, del fanciullo, dell’adolescente, dell’uomo giovane, dell’uomo maturo, dell’anziano, del vecchio. Si è bambini [il termine usato è paidion] fino alla caduta dei denti, a sette anni; fanciulli [pais] fino all’emissione del seme, a due volte sette anni; adolescenti [meirakion] fino a che il mento si copre di barba, a tre volte sette anni; giovani [neaniskos] fino alla crescita completa di tutto il corpo, a quattro volte sette anni; uomini maturi [anēr] fino a quarantanove anni, cioè a sette volte sette anni; anziani [presbytēs] fino a cinquntasei, ossia a sette volte otto anni; da quel momento si è vecchi [gerōn]”» (Opif., XXXV-XXXVI, §§ 104-105, trad. Clara Kraus Reggiani).

La scansione delle età riportata da Filone e dalle sue auctoritates è certamente “ideale”, basata tutta com’è sul valore del numero 7. Per ottenere un quadro forse più aderente alla realtà dei circoli farisaici cui appartenne Paolo, ma cronologicamente posteriore a lui, ci si può rifare allora ai Pirqe’ Avot (le “Massime dei Padri”), il trattato che apre il corpus rabbinico della Mishnah, codificato tra la fine del II secolo e l’inizio del III. In esso (al paragrafo 5,27) si stabilisce il percorso ordinario dell’educazione farisaica, che comprendeva all’età di cinque anni lo studio delle Scritture, a dieci lo studio della legge orale, a tredici l’accettazione dei precetti (con l’ingresso ufficiale nell’Alleanza: il bar mitzvah); a quindici la discussione sopra la Mishnah, a diciotto il tempo buono per sposarsi, a venti quello per procurarsi da vivere, e così via, fino a considerare il traguardo dei sessanta anni (l’anzianità: ziqnah), dei settanta (quando spuntano i capelli grigi), degli ottanta (età di rinnovato vigore), dei novanta (età adatta «per ritirarsi») e persino dei cento (in cui «si è come già morti e fuori dal mondo»).

Dalla narrazione degli Atti degli apostoli apprendiamo che, fra le altre cose, durante la lapidazione del proto-martire Stefano, avvenuta al più tardi allorché Marcello era procuratore della Giudea (anni 36-37), «i testimoni deposero le loro vesti ai piedi di un giovane (neanías) chiamato Saulo» (At 7,58): ma è un’indicazione che Murphy O’Connor non considera, preferendo appoggiarsi esclusivamente ai dati offerti o desumibili dall’epistolario paolino. Così, tutto dipende dalla sua datazione della lettera a Filemone: se la stesura di questo testo viene precocemente stabilita al 53, allora è da qui che andranno detratti gli anni che facevano di un uomo un presbytēs, e che stando alle informazioni di Filone risultavano tra i 50 e i 56. Ma è proprio una tale datazione precoce, proposta da Murphy O’Connor, a creare più difficoltà di quante ne potrebbe risolvere.

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