Un’introduzione alle lettere di Paolo

1. I confini del corpus epistolare paolino

Paolo è tra i personaggi dell’antichità che conosciamo meglio. Possiamo contare, innanzitutto, su un buon numero di lettere che vengono attribuite all’apostolo: la stragrande maggioranza di esse è stata successivamente inserita nel canone del Nuovo Testamento (complessivamente 14), con l’esclusione di tre lettere “apocrife”, la cui stesura è fatta risalire almeno alla seconda metà del II secolo. Di questo ampio corpus epistolare, la maggior parte degli esegeti suole attribuire alla redazione diretta o indiretta dell’Apostolo solamente sette lettere:

  • una prima lettera indirizzata alle comunità di Tessalonica (1Ts);
  • due lettere indirizzate alle comunità di Corinto (1Cor e 2Cor);
  • tre lettere indirizzate rispettivamente a Galati (Gal), Filippesi (Fil) e Romani (Rm);
  • un breve biglietto indirizzato all’amico Filemone (Fm).

Sulle restanti lettere confluite nel Nuovo Testamento manca ancora un accordo unanime. Vengono spesso escluse come “pseudepigrafe”, ossia dovute alla redazione di discepoli che si richiamarono al pensiero e all’autorità di Paolo, una seconda lettera indirizzata ai Tessalonicesi (2Ts), quelle indirizzate a Colossesi (Col) ed Efesini (Ef), e le tre cosiddette lettere pastorali (la prima e la seconda lettera a Timoteo e la lettera a Tito: 1-2Tim e Tit). Queste ultime, in particolare, sono generalmente considerate come troppo diverse, per stile e contenuto, dalle sette lettere sicuramente autentiche. Su di un’ultima composizione accolta nel canone, la lettera agli Ebrei (Eb), gravavano dubbi sin dai primi secoli, ed oggi ne viene quasi unanimemente respinta l’attribuzione alla mano e alla mente dell’apostolo.

Tra le lettere “apocrife”, così chiamate perché escluse dal Nuovo Testamento, si possono infine annoverare:

  • una terza lettera ai Corinzi (3Cor), che conosciamo in due versione diverse: la prima si trova nel papiro copto di Heidelberg, all’interno di una corrispondenza (immaginaria) tra Paolo e le guide della comunità di Corinto, riportata dagli Atti apocrifi di Paolo; la seconda in vari manoscritti latini e armeni (ad esempio in un commentario all’epistolario paolino attribuito a Efrem Siro, e giuntoci in una traduzione armena ora conservata a Venezia), e in un papiro greco proprietà della Fondation Bodmer di Cologny (Ginevra), il che proverebbe una circolazione separata e indipendente dello scritto, almeno a partire dal III secolo;
  • una lettera ai Laodicesi (o Laodiceni), forse composta sulla scia di un passaggio della lettera ai Colossesi (4,16): il Canone Muratori, un importantissimo documento risalente al II secolo, ritrovato e pubblicato da Ludovico Antonio Muratori nella prima metà del XVIII secolo, ne parla come di un falso approntato dall’“eretico” Marcione, ma si discute tuttora sull’identificazione dei due documenti;
  • una lettera indirizzata agli Alessandrini, della quale non ci resta che il titolo, riferito sempre dal citato Canone Muratori;
  • la corrispondenza tra Paolo e il filosofo Seneca, che godette di enorme fortuna fino all’epoca moderna: la possibile autenticità di questo scambio epistolare, o almeno di una parte di esso, è stata sostenuta di recente, con argomenti controversi, da Marta Sordi e Ilaria Ramelli.

2. Elementi per una classificazione delle lettere

La pluralità delle posizioni esegetiche, assieme all’assenza di un consenso unanime e definitivo, non rendono del tutto opportuna l’accettazione indiscriminata di una classificazione dell’epistolario paolino secondo lo schema “autentico” (di sicura mano paolina) / “pseudoepigrafico” (scritto a nome dell’apostolo, ma da attribuire a non meglio precisati discepoli). La consuetudine pseudoepigrafica – l’attribuzione cioè di uno scritto a un personaggio eccellente, per conferirvi prestigio dottrinale o per inserirlo in chiave attualizzante nel contesto di una particolare tradizione – era ad ogni modo una pratica diffusa e comunemente accettata nel mondo giudaico-ellenistico (conosciamo lettere spurie attribuite a Socrate, Platone, Diogene, Pitagora, Anacardi, Aristotele, Alessandro Magno, etc.).

Può capitare, tuttavia, che l’esclusione di una data lettera dal corpus degli scritti autentici dell’apostolo, da parte degli esegeti, avvenga sulla base di criteri non del tutto probanti, soprattutto di ordine interno, cioè su presupposti stilistici e lessicali cui soggiacciono pre-comprensioni teologiche o più semplicemente storiografiche. Questo accade ad esempio per le cosiddette lettere pastorali, alle quali viene negata la paternità paolina perché presenterebbero un quadro di comunità protocristiane già compiutamente gerarchizzate, ed esposte a problemi dottrinali che gli storici, nella loro ricostruzione delle origini cristiane, tendono a collocare in un contesto posteriore a quello in cui si mosse Paolo.

Tra i criteri generali per stabilire l’autenticità o meno di una lettera figurano:

  1. l’analisi del vocabolario (tenendo presente la possibilità di spostamenti semantici e lessicali nel tempo, e la considerazione ovvia che un hapax legomenon può essere probante soltanto prendendo in esame documenti di una certa lunghezza);
  2. l’analisi delle caratteristiche grammaticali (ad esempio la sintassi, che spesso rende riconoscibile la mano di un autore) e della struttura argomentativo-retorica;
  3. il confronto con altre lettere del medesimo autore;
  4. l’attenzione nei confronti di eventuali riferimenti alla situazione storica e dei problemi specifici cui la lettera fornisce risposta.

Pertanto, come ammoniva Jean Carmignac riguardo ai vangeli e al problema della loro datazione,

«bisogna avere (…) la saggezza di datare i documenti senza preoccuparsi in un primo tempo della possibile evoluzione delle idee, bisogna avere la saggezza di datarli unicamente con riferimento a fatti già conosciuti, che si tratti di fatti storici o letterari. In seguito, in un secondo momento, si farà la storia del pensiero o della teologia partendo dai dati ottenuti precedentemente. È il solo metodo scientifico. Stabilire delle date in base all’evoluzione del pensiero, e poi giustificare questa evoluzione con le date stabilite, significa cadere in un circolo vizioso del tutto anti-scientifico» (La nascita dei vangeli sinottici, trad. it. Cinisello Balsamo 1986, p. 101: peraltro, possiamo chiederci se lo stesso Carmignac si sia attenuto a un tale metodo, in questo suo lavoro).

Il discorso vale anche per l’epistolario paolino. Esso dev’essere compreso a partire dall’esperienza missionaria dell’apostolo, e dal rapporto spesso controverso che questi intrattenne con una fitta rete di comunità protocristiane, che fossero da lui fondate o meno: la lettera è il prolungamento della comunicazione orale, il frutto della “preoccupazione” (mérimna: 2Cor 11,28) di Paolo per tutte le chiese, e obbedisce a sollecitazioni particolari, ad esigenze di controllo dottrinale, a stimoli occasionali dei quali non possediamo altra fonte (e la cui ricostruzione, evidentemente, non può che essere congetturale come già si diceva).

Sappiamo che Paolo, per la redazione delle sue lettere, si avvalse di collaboratori, ai quali dettava il testo (uno di essi, un certo Terzo, addirittura si firma in Rm 16,22): è possibile quindi, almeno in certi casi, far risalire interruzioni, anacoluti, differenze stilistiche e lessicali agli interventi dello scrivano, la cui presenza era resa necessaria – eccezion fatta per messaggi di breve lunghezza (come attesterebbe anche Fm 19: «Io, Paolo, lo scrivo di mio pugno») – dalla laboriosità stessa del lavoro, data la qualità generalmente scarsa dei fogli, dello stilo e dell’inchiostro. Uomini come Silvano (che gli Atti chiamano Sila) – il quale compare nelle vesti di scrivano nella prima lettera di Pietro (1Pt 5,12) e di co-mittente in 1Ts 1,1 e 2Ts 1,1 – o come il sunnominato Terzo, potevano essere ben più che semplici redattori.

Qualche neotestamentarista si è addirittura spinto a sostenere l’ipotesi (del tutto arbitraria, per la verità) che la reale paternità di una lettera come quella indirizzata ai Romani debba essere ascritta al suo scrivano. L’ipotesi non è nuova: già O. Roller, in un Formulario delle lettere paoline (1933), aveva tentato una seria riconsiderazione del ruolo degli scribi nella redazione dei testi del cristianesimo antico.

Stando all’analisi di Roller, per molti versi pregevole, Paolo avrebbe dettato a uno scrivano la seconda lettera ai Tessalonicesi, la prima ai Corinzi, le lettere a Galati e Colossesi, e il biglietto indirizzato a Filemone, autenticandoli con la propria firma (cf. 2Ts 3,17; 1Cor 16,21; Gal 6,11; Col 4,18; Fm 19). Per le altre comunicazioni, invece, Roller supponeva una semplice supervisione da parte dell’apostolo: una tesi estrema, difficilmente accettabile, ma che ci esorta a valutare appieno il ruolo attivo di scribi e di co-redattori come Silvano-Sila, collaboratore di Pietro ma anche di Paolo, o come il Sostene nominato al principio di 1Cor, o come Timoteo, più volte menzionato nelle intestazioni delle lettere.

Non risulta peraltro che le prime comunità cristiane fossero dotate di scribi di professione, né risulta esistente alcuna organizzazione di scriptoria all’interno del movimento dei seguaci di Gesù. Questo dato conduce all’ipotesi che singoli individui si prestassero a produrre copie manoscritte, in modo non professionale: sarebbe il caso ad esempio di Erma, autore e al contempo redattore del Pastore.

Kim Haines Eitzen, nel suo bel volume Guardians of Letters. Literacy, Power, and the Transmitters of Early Christian Literature (Oxford 2000), ha rilevato il distacco delle prime comunità cristiane dalle consuetudini scrittorie del mondo “pagano”, e questo principalmente per due particolari: in primo luogo per la nutrita presenza di donne-redattrici, che sarà documentata anche da Eusebio di Cesarea per Origene (a cavallo tra II e III secolo), e in secondo luogo per il rispetto di cui venne ben presto circondata la figura del copista, un rispetto che l’autrice fa risalire al contesto culturale del giudaismo. Ma si può citare il caso dell’oratore greco Demostene, che per la stesura dei suoi discorsi poteva avvalersi della collaborazione di un folto gruppo di oratori “minori”, o di Aristotele, i cui allievi avrebbero avuto una parte non trascurabile nella compilazione dei suoi Trattati.

La natura stessa dell’atto di scrittura nel mondo antico sembra invitare all’abbandono di un eccessivo “purismo stilistico” (proprio di certa critica neo-testamentaria): non deve stupire più di tanto, quindi, che alcune lettere di Paolo presentino passaggi non del tutto “paolini”. Parafrasando un celebre studio del classicista Eduard Fraenkel, potremmo persino impegnarci nella ricerca degli elementi paolini in Paolo.

3. La formazione di un canone paolino

Il tentativo di ricostruire i primi passi dell’elaborazione di un corpus epistolare paolino, precisamente fissato nei suoi confini, non ha prodotto a tutt’oggi che semplici ipotesi di lavoro (per una recente ricognizione, rimando alla raccolta di saggi curata da Stanley E. Porter, The Pauline Canon, Brill, Leiden 2004). La fissazione del corpus non dovette essere così tarda, se pensiamo che singole lettere, seppure destinate a una precisa comunità, venivano fatte “girare” per espressa volontà di Paolo, e forse anche senza il suo consenso. L’invito del mittente in 1Ts 5,27 – «Per il Signore vi scongiuro che questa lettera sia letta a tutti i fratelli» – e il passo di 1Col 4,16 – «Quando avrete letto questa lettera, fatela leggere anche nella chiesa di Laodicea; e anche voi leggete quella che riceverete da Laodicea» – ci forniscono almeno due indizi rilevanti: in primo luogo che alcune lettere potevano essere concepite o recepite alla stregua di moderne “encicliche”, di documenti circolari, e in secondo luogo che non bisogna escludere la perdita di alcune comunicazioni dell’apostolo. Il passaggio di 1Cor 5,9, ad esempio, permette di supporre l’esistenza di una prima lettera indirizzata ai Corinzi, che a noi non è giunta.

Raccolte delle lettere di Paolo cominciarono a circolare, verosimilmente, già alla fine del I secolo, ma quali epistole contenessero non è possibile stabilirlo: possediamo pochissime testimonianze esterne. La Seconda lettera di Pietro, entrata a far parte del canone del Nuovo Testamento, si limita a notare che Paolo, il «nostro amato fratello», scrisse «secondo la sapienza che gli era stata data: come in tutte quelle lettere in cui parla di questi argomenti, ci sono dei punti difficili a capire, che persone incompetenti e leggère stravolgono, al pari delle altre parti della Scrittura, a propria rovina personale» (2Pt 3,15-16). Al di là del monito trasmesso, ancor oggi d’inesausto valore, il brano non fornisce alcuna informazione precisa; ma è indubbiamente significativo il paragone istituito fra gli scritti di provenienza apostolica, come le lettere paoline, e “le altre scritture” (tas loipas graphas): indice di un primo processo di raccolta e, forse, di “canonizzazione”.

Un’altra testimonianza è offerta da Clemente Romano, che scrive ai Corinzi attorno all’anno 95, dimostrando di conoscere la lettera ai Romani, le due ai Corinzi e probabilmente anche quella agli Ebrei, la cui attribuzione a Paolo rimarrà problematica almeno fino al IV secolo, quando verrà accolta nel canone sulla spinta delle chiese orientali: questa stessa presunta citazione, tuttavia, non dice nulla sul carattere paolino dell’epistola, tanto che Tertulliano, al principio del III secolo, non esiterà ad attribuirla a Barnaba, primo compagno di missione dell’apostolo (De Pud. 20,2).

Eusebio di Cesarea, nella sua Storia Ecclesiastica (VI,14,2-4), cita in proposito l’autorevole opinione di Clemente Alessandrino († prima del 215), che ritenne la lettera agli Ebrei composta dall’apostolo «in lingua ebraica», da Luca successivamente tradotta con cura e diffusa presso i Greci. L’assenza del nome di Paolo nell’intestazione si poté giustificare col fatto che l’apostolo, rivolgendosi agli Ebrei, che erano prevenuti nei suoi confronti e ne diffidavano, molto prudentemente non volle allontanarli già dall’inizio, mettendo il suo nome». Inoltre, «poiché il Signore, che era apostolo dell’Onnipotente, era già stato inviato agli Ebrei, Paolo, allorquando venne inviato ai Gentili, non si intitolò apostolo degli Ebrei, sia per rispetto dovuto al Signore, sia per il fatto che si rivolgeva agli Ebrei per sovrabbondanza, in quanto egli era evangelizzatore ed apostolo dei Gentili. Una congettura, quest’ultima, sicuramente affascinante, ma che lascia lo storico moderno in preda alle sue perplessità.

Eusebio riporta pure l’opinione di Origene († 253-254), che dopo aver rilevato le profonde discrepanze stilistiche della lettera rispetto agli altri scritti paolini, così ragionava:

«Il carattere dello stile della lettera agli Ebrei non ha, nel discorso, la semplicità dell’apostolo, il quale ammette egli stesso di essere inesperto nel linguaggio, cioè nello stile, ma la lettera è certamente greca nella struttura della frase, cosa che può riconoscere ogni persona in grado di distinguere le differenze. Del resto, che i pensieri della lettera siano straordinari e per niente inferiori a quelli delle lettere indiscusse degli apostoli, chiunque legga attentamente (…) ammetterà che ciò è vero. (…) Quanto a me, dovendo esprimere la mia opinione, direi che i pensieri sono dell’apostolo, mentre lo stile e la composizione sono di uno che ricordava la dottrina apostolica, per così dire di un redattore che ha trascritto quant’era del maestro. Se dunque qualche chiesa considera questa lettera veramente di Paolo, essa stessa si rallegri anche di questo: non è un caso, infatti, che gli antichi l’abbiano tramandata come se fosse di Paolo» (ibid., VI,25,11-12).

Quanto alla reale paternità dello scritto, ad Origene non rimaneva altra possibilità che quella di concludere con un po’ d’ironica amarezza: «Dio solo lo sa» – per quanto, «secondo la tradizione che è giunta a noi, alcuni sostengono che l’abbia scritta Clemente, colui che fu vescovo di Roma; secondo altri invece a scriverla fu Luca, l’autore del Vangelo e degli Atti». La critica è comunque concorde nell’escludere per Eb la mano e il pensiero dell’apostolo. È nota in tal senso una battuta del biblista Albert Vanhoye: «La lettera di Paolo agli Ebrei? Non è di Paolo, non è una lettera, e non è indirizzata agli Ebrei» (Structure and Message of the Epistole to the Hebrews, Roma 1989, p. 5 ).

Il già citato Canone Muratoriano, da par suo, attesta un epistolario paolino composto da tredici lettere, mentre dichiara non autentiche due lettere all’epoca ancora in circolazione, indirizzate a Laodicesi e Alessandrini:

«Per quanto concerne le lettere di Paolo, ciò che esse sono, da quale località e per quale ragione siano state inviate, esse lo fanno sapere di per se stesse a quanti vogliono comprendere. Egli ha scritto in primo luogo ai Corinzi, condannando gli scismi eretici; poi ai Galati, sulla circoncisione; ai Romani nell’ordine delle Scritture, esponendo loro che Cristo ne costituiva il principio. Su ciascuna [delle lettere] non è necessario discutere. Il beato apostolo Paolo in persona, seguendo l’esempio del suo predecessore Giovanni, ha inviato lettere nominative soltanto a sette chiese, in quest’ordine: ai Corinzi la prima, agli Efesini la seconda, ai Filippesi la terza, ai Colossesi la quarta, ai Galati la quinta, ai Tessalonicesi la sesta, ai Romani la settima; per ammonirli ha scritto due volte ai Corinzi e ai Tessalonicesi perché fosse riconosciuto che la Chiesa su tutta la terra è una. E così pure Giovanni, nell’Apocalisse, benché scriva a sette chiese, parla a tutte. Altre sono state scritte: a Filemone una, a Tito una, a Timoteo due, per affetto e amicizia; ma esse sono state considerate da tutta la Chiesa come riguardanti l’organizzazione della disciplina ecclesiastica. Ne circola altresì una ai Laodicesi, un’altra agli Alessandrini, fabbricate con il nome di Paolo per sostenere l’eresia di Marcione, e parecchie altre, che non possono essere riconosciute dalla Chiesa cattolica, perché il fiele non va mescolato al miele».

È curioso che l’autore, sinceramente preoccupato di separare il “fiele” dal “miele”, non faccia cenno alla pseudo-epigraficità delle lettere pastorali, supposta da moltissimi commentatori moderni. Su questa base, ma anche fondandosi su altri indizi di natura testuale, Jerome Murphy O’Connor ha potuto sostenere recentemente l’autenticità della Seconda lettera a Timoteo.

Dei circa 5000 manoscritti contenenti l’epistolario paolino (un patrimonio eccezionalmente ricco), il più antico risulta essere il papiro p46, collezione Chester Beatty n.2, ritrovato in Egitto e conservato a Dublino, databile alla fine del II secolo: contiene frammenti di Rm, 1-2Cor, Gal, Ef, Col, 1-2Ts ed Eb. Prima dei grandi codici unciali completi (il Vaticano e il Sinaitico, datati al IV sec.), spiccano una decina di frammenti papiracei risalenti al III secolo. Concludendo, possiamo affermare che il corpus epistolare di Paolo, così com’è trasmesso nel Nuovo Testamento, costituisce senza dubbio la prima e più affidabile fonte per la nostra conoscenza dell’apostolo.