Ars celebrandi

Sull’Osservatore Romano del 4-5 agosto, è apparsa una preziosa riflessione di mons. Nicola Bux (Congregazione per la Dottrina della Fede) intorno all’ars celebrandi, l’arte di celebrare il servizio liturgico. Il sacerdote, con espressione paolina, vi è definito come “amministratore dei misteri”.

Ma cosa significa, oggi, l’essere concretamente “ministri di Cristo e amministratori dei misteri di Dio” (1Cor 4,1), secondo una prospettiva cattolica?

«Il sacerdote, per celebrare con arte il servizio liturgico, non deve ricorrere ad accorgimenti mondani ma concentrarsi sulla verità dell’eucaristia. L’Ordinamento generale del messale romano stabilisce: “Anche il presbitero… quando celebra l’eucaristia, deve servire Dio e il popolo con dignità e umiltà, e, nel modo di comportarsi e di pronunziare le parole divine, deve far percepire ai fedeli la presenza viva di Cristo”.

Il prete non escogita nulla, ma col suo servizio deve rendere al meglio agli occhi e agli orecchi, ma anche al tatto, al gusto e all’olfatto dei fedeli, il sacrificio e rendimento di grazie di Cristo e della Chiesa, al cui mistero tremendo possono avvicinarsi quanti si sono purificati dai peccati. Come possiamo avvicinarci a lui se non abbiamo il sentimento di Giovanni il precursore: “È necessario che egli cresca e io diminuisca” (Gv 3, 20)? Se vogliamo che il Signore cammini con noi, dobbiamo recuperare questa consapevolezza, altrimenti priviamo dell’efficacia il nostro atto devoto: l’effetto dipende dalla nostra fede e dal nostro amore.

Non è il sacerdote padrone dei misteri

Il sacerdote è ministro, non padrone, amministratore dei misteri: li serve e non se ne serve per proiettare le proprie idee teologiche o politiche e la propria immagine, al punto che i fedeli si fermerebbero a lui invece che guardare a Cristo che è significato dall’altare e presente sull’altare, e in alto sulla croce.

Come ha ammonito recentemente il Santo Padre, la cultura dell’immagine in senso mondano segna e condiziona anche i fedeli e i pastori; la televisione italiana, a commento del discorso, inquadrava una concelebrazione nella quale alcuni sacerdoti parlavano al telefonino. Dal modo di celebrare la messa si possono dedurre molte cose: la sede del celebrante in molti luoghi ha decentrato croce e tabernacolo occupando il centro della chiesa, talvolta sovrastando per importanza l’altare, finendo per assomigliare ad una cattedra episcopale che nelle chiese orientali sta fuori dell’iconostasi, ad un lato ben visibile. Era così anche da noi prima della riforma liturgica.

L’ars celebrandi consiste nel servire con amore e timore il Signore: per ciò si esprime con baci alla mensa e ai libri liturgici, inchini e genuflessioni, segni di croce e incensazioni di persone e oggetti, gesti di offerta e di supplica, ostensioni dell’evangelario e della santa eucaristia.

Ora, tale servizio e stile del prete celebrante o, come si ama dire, del presidente dell’assemblea – termine che porta a fraintendere la liturgia come un atto democratico – si vede dal suo prepararsi alla vestizione in sacristia nel silenzio e raccoglimento per l’atto grande che si appresta a fare; dall’incedere all’altare, che deve essere umile, non ostentato, senza indulgere nello sguardo a destra e a manca, quasi a cercare l’applauso. Infatti, il primo atto è l’inchino o la genuflessione davanti alla croce e al tabernacolo, in sintesi la presenza divina, seguito dal bacio riverente dell’altare ed eventualmente dall’incensazione; il secondo atto è il segno di croce e il saluto sobrio ai fedeli; il terzo è l’atto penitenziale, da compiere profondamente e con gli occhi bassi, mentre i fedeli potrebbero inginocchiarsi, come nell’antico rito – perché no? – imitando il pubblicano gradito al Signore. Le letture saranno proclamate come parola non nostra, perciò con tono chiaro e umile. Come il sacerdote inchinato chiede di purificare le labbra e il cuore per annunziare degnamente il vangelo, perché non potrebbero farlo i lettori, se non visibilmente come nel rito ambrosiano, almeno in cuor loro? Non si alzerà la voce come in piazza e si manterrà un tono chiaro per l’omelia ma sommesso e supplice per le preghiere, solenne se in canto. Il sacerdote si appresterà inchinato a celebrare l’anafora ancora “in spirito di umiltà e con animo contrito”.

Lo stupore eucaristico

Toccherà i santi doni con stupore – lo stupore eucaristico di cui ha parlato spesso Giovanni Paolo II – e con adorazione, e i vasi sacri purificherà con calma e attenzione, secondo il richiamo di tanti padri e santi. Si inchinerà sul pane e sul calice nel dire le parole di Cristo consacrante e nell’invocare lo Spirito Santo alla supplica o epiclesi. Li eleverà separatamente fissando in essi lo sguardo in adorazione e poi abbassandolo in meditazione. Si inginocchierà due volte in adorazione solenne. Continuerà con raccoglimento e tono orante l’anafora fino alla dossologia, elevando i santi doni in offerta al Padre. Reciterà il Padre nostro con le mani alzate e non tenendo per mano altri, perché ciò è proprio del rito della pace; il sacerdote non lascerà il sacramento sull’altare per dare la pace fuori del presbiterio, invece frazionerà l’ostia in modo solenne e visibile, quindi genufletterà davanti all’eucaristia e pregherà in silenzio chiedendo ancora di essere liberato da ogni indegnità per non mangiare e bere la propria condanna e di essere custodito per la vita eterna dal santo corpo e prezioso sangue di Cristo; poi presenterà ai fedeli l’ostia per la comunione, supplicando Domine non sum dignus, e inchinato si comunicherà per primo. Così sarà di esempio ai fedeli.

Dopo la comunione il ringraziamento nel silenzio, meglio che seduti si può fare in piedi in segno di rispetto o inginocchiati, se è possibile, come ha fatto fino all’ultimo Giovanni Paolo II, col capo inchinato e le mani congiunte; al fine di chiedere che il dono ricevuto ci sia rimedio per la vita eterna, come si dice mentre si purificano i vasi sacri. Molti fedeli lo fanno e ci sono di esempio. Il sacerdote, dopo il saluto e la benedizione finale, salendo l’altare per baciarlo, ancora alzi gli occhi alla croce e si inchini o genufletta al tabernacolo. Quindi torni in sacristia, raccolto, senza dissipare con sguardi e parole la grazia del mistero celebrato.

Così i fedeli saranno aiutati a comprendere i santi segni della liturgia, che è una cosa seria, e in cui tutto ha un senso per l’incontro col mistero presente. Paolo VI, nell’istruzione Eucharisticum mysterium richiama una verità centrale esposta da san Tommaso: “Questo Sacrificio, poi, come la stessa passione di Cristo, sebbene sia offerto per tutti, non ha effetto se non in coloro che si uniscono alla passione di Cristo con la fede e la carità… Ad essi tuttavia giova più o meno secondo la misura della loro devozione”. La fede è condizione della partecipazione al sacrificio di Cristo con tutto me stesso.

In che cosa consiste l’azione dei fedeli, diversamente dal sacerdote che consacra? Essi, memori, rendono grazie, offrono e, convenientemente disposti, si comunicano sacramentalmente. L’espressione più intensa è nella risposta all’invito del sacerdote poco prima dell’anafora: “Il Signore riceva dalle tue mani questo sacrificio a lode e gloria del suo nome, per il bene nostro e di tutta la sua santa Chiesa”. Senza fede e devozione del sacerdote non sussiste l’ars celebrandi e non viene favorita la partecipazione del fedele, innanzitutto la percezione del mistero. Perché il Signore, di noi “conosce la fede e la devozione” (Canone romano) che si esprimono nei sacri gesti, gli inchini, le genuflessioni, le mani giunte, lo stare inginocchiati. La mancanza della devozione nella liturgia, spinge molti fedeli ad abbandonarla e a dedicarsi a forme di pietà secondarie, allargando la divaricazione tra l’una e le altre. Poiché la sacra liturgia è un atto di Cristo e della chiesa, non l’esito della nostra bravura, non prevede il successo a cui applaudire. La liturgia non è nostra ma sua.

La tradizione della Chiesa

La congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti nell’istruzione Redemptionis sacramentum ricorda al sacerdote la promessa dell’ordinazione, rinnovata di anno in anno nella messa crismale, di celebrare “devotamente e con fede i misteri di Cristo a lode di Dio e santificazione del popolo cristiano, secondo la tradizione della Chiesa” (n. 31).

Egli è chiamato ad agire nella persona di Cristo, deve perciò imitarlo nell’atto sommo della preghiera e dell’offerta, non deve deformare la liturgia in una rappresentazione delle sue idee, cambiare e aggiungere alcunché arbitrariamente: “Troppo grande è il mistero dell’eucaristia perché qualcuno possa permettersi di trattarlo con arbitrio personale, che non ne rispetterebbe il carattere sacro e la dimensione universale” (Ivi, n. 11).

La messa non è proprietà del prete o della comunità. L’istruzione declina abbondantemente come va celebrata rettamente la messa cioè l’ars celebrandi: i seminaristi per primi devono apprenderla attentamente affinché possano attuarla da sacerdoti.

Benedetto XVI, nella Sacramentum caritatis dedica attenzione all’ars celebrandi (n. 38-42), intesa come l’arte di celebrare rettamente, e ne fa la condizione della partecipazione attiva dei fedeli: “L’Ars celebrandi scaturisce dall’obbedienza fedele alle norme liturgiche nella loro completezza, poiché è proprio questo modo di celebrare ad assicurare da duemila anni la vita di fede di tutti i credenti” (38). In nota 116 la Propositio n. 25 specifica che “un’autentica azione liturgica esprime la sacralità del mistero eucaristico. Questa dovrebbe trasparire nelle parole e nelle azioni del sacerdote celebrante, mentre egli intercede presso Dio Padre sia con i fedeli sia per loro”.

Poi l’esortazione ricorda che “l’ars celebrandi deve favorire il senso del sacro e l’utilizzo di quelle forme esteriori che educano a tale senso, come, ad esempio, l’armonia del rito, delle vesti liturgiche, dell’arredo e del luogo sacro” (40). Trattando dell’arte sacra, richiama l’unità tra altare, crocifisso, tabernacolo, ambone e sede (41): attenti alla sequenza che rivela l’ordine d’importanza. Con l’immagine, anche il canto deve servire ad orientare la comprensione e l’incontro col mistero. Il vescovo e il presbitero, tutto questo sono chiamati a esprimere nella liturgia che è sacra e divina, in modo che manifesti davvero il credo della Chiesa».

(Nicola Bux, Una riflessione alla luce del Magistero ecclesiale, L’Osservatore Romano, 4-5 agosto 2008)