Uno sguardo retrospettivo

di Giuseppe Ricciotti

Testo tratto da Giuseppe Ricciotti, Paolo apostolo, Coletti, Roma 1946, pp. 571-589.

Giovanni Bellini (1430-1516), Conversione di san Paolo, 1471-1474, Musei Civici, Pesaro.

Che cosa rimane oggi dell’opera di Paolo?

Materialmente, non rimane quasi nulla. Le numerose e fervorose cristianità da lui fondate in Asia Minore e in Macedonia, dove il cristianesimo ebbe come la sua seconda culla, oggi sono tutte scomparse: il Vangelo di Paolo ne fu espulso dal Corano di Maometto, come a sua volta il Corano sta oggi per essere espulso dal laicismo ateo. Le poche comunità fondate da Paolo altrove sono oggi ridotte a un’ombra; solo la comunità di Roma è tuttora la spina dorsale del cristianesimo, ma essa non fu fondata da Paolo, il quale la considerò sempre basata su fondamenta altrui.

Spiritualmente, troviamo il preciso contrario. L’opera di Paolo, non solo rimane oggi integralmente, ma si è accresciuta e dilatata a mille doppi: confrontando le proporzioni che essa ha raggiunte oggi con quelle che aveva alla morte di Paolo, viene spontaneo il ricordo della parabola evangelica in cui la pianta di senapa nel suo pieno sviluppo è confrontata col minuscolo chicco da cui si è sprigionata. Oggi cristianesimo significa in massima parte Paolo, come civiltà umana significa in massima parte cristianesimo: l’uomo veramente civile, consciamente o no e in misura più o meno grande, è oggi seguace di Paolo.

Ma questa legge storica, dell’apparente fallimento seguito dal reale trionfo, ha sempre retto i destini del cristianesimo, e si trova applicata anche prima di Paolo allo stesso Gesù.

La conversione dei Giudei, ai quali è immediatamente indirizzata la missione di Gesù, non avviene: la missione fallisce, e sul suolo stesso dei Giudei non soltanto non s’irradica la dottrina di Gesù ma un quarantennio dopo- la sua morte è pure sradicata e gettata fuori la nazione stessa dei Giudei. Il fallimento, dunque, sembra totale. Ma era stato anche previsto: In verità, in verita vi dico, se il chicco di frumento caduto sulla terra non muoia, esso rimarrà solo (Gv 12,24). È perciò un fallimento a cui è subordinato il trionfo, una morte a cui è subordinata la vita: muore il singolo chicco per fare sprigionare la turgida spiga. I piccoli mortali guardano al caduco trionfo immediato: Iddio guarda al perenne trionfo futuro.

Così in Gesù, così nel suo sommo discepolo Paolo. Da vivo, egli riempie lo spazio con la sua operosità: ma tutte le opere fatte nel solo spazio sono caduche, perché improntate nella materia, mentre sono perenni solo le opere immateriali, improntate negli spinti. Ecco quindi che, morto Paolo e morte anche le sue opere di cui ha riempito lo spazio, egli continua a riempire il tempo col suo pensiero di cui ha improntato gli spiriti.

L’analogia fra Maestro e discepolo è sorprendente anche per la maniera con cui essi si presentano allo storico, e per la posizione che occupano nella primitiva documentazione cristiana. È stato osservato con piena esattezza che il Nuovo Testamento, a differenza dell’Antico, consiste sostanzialmente di due grandi biografie, la biografia di Gesù contenuta nei quattro vangeli, e la biografia di Paolo contenuta negli Atti e nell’epistolario: il poco che rimane fa quasi da rincalzo a queste due biografie, e si appoggia su di esse. Paolo, in realtà, non era stato a fianco a Gesù né lo aveva giammai visto nella sua vita mortale, mentre gli altri apostoli erano stati compagni al Maestro notte e giorno, durante tutto il suo ministero pubblico; eppure degli altri apostoli sappiamo pochissimo, talvolta soltanto il nome, mentre di questo tredicesimo compagno, di questo aborto di apostolo (1Cor 15,8), abbiamo una ricca biografia che è in parte anche autobiografia. Un privilegio così eccelso non fu concesso a nessun altro, neppure all’adolescente apostolo prediletto, che doveva morir vecchissimo dopo Paolo e sui posti dissodati da Paolo; ma forse Iddio dispose così affinché al ritratto del vero modello divino fosse aggiunto il ritratto di un somigliantissimo modello umano, e dai due ritratti sovrapposti risultassero meglio taluni lineamenti spirituali dell’unico volto. Siate imitatori di me, come anch’io lo sono di Cristo (1Cor 11,1).

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