Lo scopo dell’Anno Paolino: “Imparare Cristo”

Così Benedetto XVI, alla prima delle Udienze del mercoledì dell’anno giubilare.

La curiosa espressione deriva da un versetto della lettera agli Efesini (4,20), collocato all’interno di un passaggio in cui i credenti vengono esortati a «spogliarsi dell’uomo vecchio», per «rinnovarsi nello spirito della mente» e «rivestirsi dell’uomo nuovo» (endýsasthai tòn kainòn ánthrōpon). Ma cosa significa “rivestirsi dell’uomo nuovo”, ovvero “rivestirsi di Cristo”?

Quantunque la lettera agli Efesini, come vedremo, venga posta dagli studiosi nel novero delle lettere deutero-paoline, cioè non direttamente attribuibili alla mano dell’apostolo, il passaggio che abbiamo citato non è privo di corrispondenze con lo stile e il lessico che ritroviamo nell’epistolario sicuramente autentico di Paolo.

Prendiamo ad esempio l’inizio del capitolo quinto della Seconda lettera ai Corinzi:

«Noi sappiamo infatti che quando si smonterà la tenda della nostra dimora terrestre, avremo una dimora edificata da Dio, un’abitazione eterna nei cieli, non costruita da mani d’uomo. 2 Perciò in questa (tenda) sospiriamo, desiderando di rivestirci della nostra abitazione celeste, 3 se però, per quanto svestiti, non saremo trovati nudi. 4 (…) ed è per questo che non vogliamo essere svestiti, ma sopravestiti, affinché ciò che è mortale sia assorbito dalla vita» (2Cor 5,1-4).

Qui Paolo utilizza due immagini molto diffuse nella letteratura del suo tempo, cui è sottintesa una precisa “antropologia della salvezza”. Il «Noi sappiamo infatti» che apre il primo versetto, d’altronde, rimanda a concezioni condivise da chi scrive e dai suoi destinatari.

Innanzitutto, nei primi due versetti, l’apostolo esprime il rapporto fra condizione terrena e condizione escatologica, attraverso l’antitesi “tenda” (skēnos) / “abitazione” (oikía). La tenda, dimora mobile e nomadica, indica la provvisorietà della condizione terrena, che verrà abbandonata dopo la morte per assumere una dimora finalmente stabile, posta “nei cieli” (en toîs ouranoîs). Questa prima metafora, non ignota ad altri testi del primo cristianesimo, viene impiegata da Paolo per indicare il trasferimento da un’abitazione terrena (il corpo mortale) a un’abitazione costruita da Dio stesso (il corpo risorto), secondo quel processo di ri-creazione che l’apostolo ha già descritto in 1Cor 15,12-57.

La seconda immagine impiegata da Paolo è quella della veste, introdotta al v. 2 («desiderando di rivestirci della nostra abitazione celeste») e pienamente sviluppata a partire dal v. 3 («se però, per quanto spogli, non saremo trovati nudi»).

Analogamente a quanto accade in 1Cor 15, anche qui l’apostolo sta cercando di chiarire come avverrà il passaggio dalla vita mortale alla vita “glorificata”. Ciò che è mortale, spiega Paolo, verrà assorbito dalla vita stessa, ossia dallo Spirito “che dà la vita”, e il corpo corruttibile sarà “rivestito” di incorruttibilità (1Cor 15,53).

Ma mentre in 1Cor il concetto veniva principalmente spiegato attraverso una complessa rilettura del rapporto fra “protologia” ed “escatologia”, ossia tra il “primo Adam” (l’uomo terrestre) e il “secondo Adam” (l’uomo spirituale, cioè Cristo), in 2Cor lo spunto è offerto da un implicito rimando al rito del battesimo, e forse all’interpretazione che di esso veniva data sulla scia di una parola di Gesù, riportata da Matteo all’interno della parabola detta del “banchetto escatologico” (Mt 22,1-13).

La supposizione deriva proprio dall’osservazione che Paolo fa al v. 3, quando scrive che il desiderio dei credenti di “rivestirsi” (ependýsasthai) della dimora celeste, non troverà compimento se questi verranno trovati “nudi” (gymnoì). Essi potranno, questo sì, essere trovati “svestiti” (ekdysámenoi), ma non “nudi”. Il futuro passivo heurethēsómetha, del v. 3, allude molto chiaramente al momento del giudizio finale.

La puntualizzazione di Paolo, quindi, nasconde un sottile gioco di parole, che diventa meno oscuro leggendo il v. seguente: «E infatti, quanti siamo nella tenda sospiriamo aggravati, ed è per questo che non vogliamo essere svestiti, ma sopravestiti, affinché ciò che è mortale sia assorbito dalla vita».

Se il corpo mortale è la tenda della quale tutti gli uomini sono “rivestiti”, spiega Paolo, il desiderio dei credenti non è tanto quello di non essere trovati svestiti, cioè di morire (essere privati del corpo mortale), quanto quello di essere “sopravestiti”, cioè vestiti di una veste aggiuntiva, che in questo caso rappresenta l’abito della “gloria” conferito dallo Spirito.

Qual è allora la differenza tra l’essere svestiti e l’essere nudi? Essa può essere compresa proprio alla luce della parabola di Gesù citata poc’anzi, in cui un re (Dio) rimprovera e punisce un servo che si presenta al banchetto nuziale privo di un abito adeguato per la festa (Mt 22,11-12).

Come viene spiegato in altri passi dell’epistolario, quanti sono stati battezzati “in Cristo” sono “rivestiti” di Cristo (Gal 3,27: il verbo è endyō). Per questo, anche in Rm 13,14, Paolo ammonisce gli uomini del suo tempo a “rivestirsi” del Signore Gesù. Non si tratta soltanto di una bella metafora, come può apparire oggi a un primo sguardo, ma dell’invito ad assumere realmente una nuova condizione di vita: non si “impara” Cristo che partecipando della sua natura, rivestendo di Lui la nostra umanità.