Non addomesticate san Paolo!

Romano Penna, sacerdote della Diocesi di Alba e Docente di Esegesi del Nuovo Testamento presso l’Università Lateranense di Roma, è forse il più celebre degli specialisti italiani su Paolo. Proprio in questi giorni ha partecipato al XII Simposio di Tarso (22-25 giugno 2008), un appuntamento che raccoglie da anni, in Turchia, studiosi di livello internazionale. Lo abbiamo intervistato a pochi giorni dalla partenza, e ne è uscita una piacevole conversazione, con la quale apriamo la nostra serie di “Prospettive paoline”.

Professore, come ha iniziato ad occuparsi dell’apostolo? E da cosa nasce questo interesse durato una vita?

«L’interesse è nato dai primi studi teologici, e dal mio primo maestro Piero Rossano, che aveva un amore particolare per Paolo: diciamo pure che me lo ha trasfuso. Questa fu l’occasione “storica” che fece scattare la scintilla».

Chi sono stati e chi sono i suoi magistri in Sacra Pagina?

«Il primo è appunto Piero Rossano, mio conterraneo. Poi, durante gli anni di formazione alla Gregoriana e al Biblico, direi Albert Vanhoye per lo studio del Nuovo Testamento, ed Eduard Des Places per il confronto con la grecità e il mondo classico: sono questi i nomi più importanti. Potrei aggiungere Ignace De La Potterie, oppure Stanislao Lyonnet, o Max Zerwick…»

Lei si è occupato anche di questioni legate al “Gesù storico” e alla nascita del cristianesimo. A questo proposito, il nome di Paolo viene spesso contrapposto a quello di Gesù: talvolta lo si presenta addirittura come il “traditore” di Cristo, o come il “secondo fondatore” del cristianesimo. Ma quanto pesa, sulla nostra comprensione del DNA del cristianesimo (per citare un suo libro), una corretta valutazione del ruolo di Paolo?

«Il mio intervento al Simposio di Tarso di quest’anno è centrato proprio su questo tema: “Il fattore-chiesa tra Gesù e Paolo. Rivisitazione del topos sul secondo fondatore del cristianesimo”. Sappiamo infatti che non c’è alcun collegamento diretto tra Gesù e Paolo. Fra i due c’è la comunità, o per meglio dire vi sono le comunità primitive: sono queste a giocare un ruolo di mediazione tra Gesù e l’apostolo. Quindi, se dovessimo parlare di una “invenzione” del cristianesimo, questa sarebbe da imputare alle prime comunità cristiane, più che all’apostolo. Del resto, se Paolo s’impegnò prestissimo a perseguitarle, è perché evidentemente trovava in esse qualcosa che non si combinava bene con le proprie convinzioni. Questo fenomeno di un cristianesimo che si pone oltre il Gesù terreno, diciamo così, è assolutamente primario, e risulta anteriore a Paolo: è pre-paolino. Se Paolo si presenta con delle novità, queste sono dovute certamente al suo genio personale, alla sua ermeneutica specifica dell’annuncio evangelico, ma d’altronde s’innestano sempre in un quadro anteriore, che è quello fornito dalla comunità post-pasquale».

C’è un passaggio della Prima lettera ai Tessalonicesi in cui Paolo elogia i destinatari, perché sono divenuti «imitatori delle chiese di Dio che sono nella Giudea». «Voi pure – scrive l’apostolo – avete sofferto le (loro) stesse persecuzioni per mano dei vostri connazionali» (1Ts 2,14). Potremmo intendere questo passaggio come una nota autobiografica, in cui Paolo rivela qualcosa della sua precedente attività di persecutore dei discepoli di Gesù?

«È ben possibile, anche se in altri scritti (1Cor 15,9; Gal 1,13; Fil 3,6) egli scrive chiaramente di aver perseguitato la chiesa di Dio, usando il singolare: e dando all’espressione, molto probabilmente, un valore più teologico che sociologico. Nel brano di 1Ts, invece, Paolo utilizza il plurale: parla di “chiese” di Dio. Il singolare viene di norma impiegato per designare una determinata comunità locale. Questo significa che in Paolo non c’è ancora un concetto “cattolico”, nel senso etimologico del termine, di “chiesa”: la Chiesa. Se nei testi che ho citato poco fa egli utilizza il genitivo “di Dio”, è dunque per etichettare la qualità teologica di una singola comunità. Non è per dire che esiste una sola Chiesa. Certo, in 1Cor 1,2 si fa riferimento alla “chiesa di Dio che è in Corinto”: ma in questo caso bisognerebbe fare un discorso più ampio, sulla composizione della o delle chiese corinzie. In definitiva c’è un vocabolario, c’è un lessico che non è ancora fissato».

Lei si è impegnato più di altri colleghi in lavori di carattere divulgativo su Paolo e sul cristianesimo delle origini, pur senza abbandonare la rigorosità della ricerca storica. Come valuta lo stato di salute della divulgazione, ma anche della produzione accademica, intorno a questi temi? C’è comunicazione fra i due ambiti?

«Dirò una banalità, ma la comunicazione c’è quando ad operare sui due livelli è la stessa persona. Ci può essere chi coltiva la ricerca, e nello stesso tempo, parallelamente o conseguentemente, si dedica anche alla divulgazione. Quindi il contatto può esserci e di fatto c’è. Ho l’impressione, tuttavia, che prevalga il numero di coloro che si dedicano alla divulgazione senza aver non dico praticato, ma almeno documentato una propria attività di ricerca più rigorosa. E questo è un problema che i biblisti avvertono con particolare sofferenza, persino in rapporto alle gerarchie ecclesiastiche, che non sempre si dimostrano sensibili nei confronti della ricerca scientifica. C’è la tendenza a creare contrapposizioni che non devono esistere, assolutamente. E a volte c’è un certo timore, diffuso anche a livello gerarchico (per continuare ad usare una “parolaccia”), che non può non dispiacere».

Stupisce, però, che molto spesso sia proprio lo specialista a non reagire con forza di fronte a certe ricostruzioni pseudo-storiche, in formato Codice da Vinci…

«È anche per non farne troppa propaganda. Se non si parla troppo di certe cose è meglio… Anche se il silenzio, in effetti, può essere un’arma a doppio taglio. In certi casi sarebbe più giusto reagire. Ma c’è un detto nel libro dei Proverbi (26,5) che dice: “Con lo stolto, non ragionare da saggio. Altrimenti anche lui finirà per ritenersi saggio”…»

Torniamo allora a Paolo. C’è una bella battuta di Gilbert K. Chesterton: «Tutte le strade portano a Roma, e questo è uno dei motivi per cui la gente non ci va mai» (anche se poi non è del tutto vero). Ora, di Paolo si parla e si scrive tantissimo. Eppure si ha l’impressione che l’apostolo, tutto sommato, rimanga una figura quasi sconosciuta o conosciuta male.

«Soprattutto in ambito cattolico, occorre dirlo. Non bisogna generalizzare, ma la mia impressione è questa: Paolo o è stato ignorato, o è stato addomesticato. Da questo punto di vista, però, credo che un’iniziativa come l’Anno Paolino contribuirà certamente a migliorare la situazione».

Ma cos’è che rende difficile la lettura dell’epistolario paolino?

«A mio parere, sempre restando all’interno del cattolicesimo, Paolo è conosciuto più per il ritratto che ne forniscono gli Atti degli apostoli, che per le sue lettere: vale a dire ch’è conosciuto più come apostolo, come missionario, che non come pensatore. D’accordo, una narrazione è sempre molto più appetibile di una disquisizione ragionata. Ma in questo modo si finisce per trascurare quello che già notava a suo tempo Albert Schweitzer: che Paolo ha assicurato per sempre, nel cristianesimo, il diritto di pensare. Con Paolo bisogna insistere, perché se gratti e gratti, come diceva Lutero, prima o poi si aprono le porte del Paradiso. Spesso non si ha la pazienza di farlo…»

Lei nomina Lutero: ma non ha giocato, sulla ricezione di Paolo in ambito cattolico, proprio il richiamo del riformatore all’apostolo?

«Senza dubbio. Se non ricordo male, è nei suoi “Discorsi a tavola” che Lutero immagina un buffone della corte pontificia, il quale consiglia al Papa di buttar via Paolo, se è Paolo a creare così tanti problemi… Ecco, a livello di controversistica possiamo dire che non si è buttato via Paolo, ma che certamente si è cercato di addomesticarlo, come dicevo».

Magari scordando la profondità e la radicalità dei commentari di un Tommaso d’Aquino all’epistolario paolino: la dottrina della grazia elaborata dall’Aquinate sulla scia di Paolo è di una radicalità sorprendente, che non ha nulla da invidiare a Lutero.

«Sì. Non dobbiamo nemmeno dimenticare che il concetto di sola fide, tanto caro a Lutero, c’è pure in Tommaso».

Che consiglio darebbe, a chi si trovasse ad affrontare le pagine dell’apostolo per la prima volta?

«Beh, innanzitutto di prenderle in mano, di leggerle, di “masticarle” per bene, non dico rovinandosi i denti, ma quasi… e senza lasciarsi spaventare dalla prima impressione. Bisogna andare in profondità. Un buon motto, per restare in tema con quanto detto poco fa, sarebbe… “gratta e vinci”. Naturalmente aiutandosi con alcuni strumenti adeguati: dalle introduzioni ai commenti. Questo è inevitabile. Già la Seconda lettera di Pietro, parlando della difficoltà di accostarsi alle lettere paoline, afferma “che persone incompetenti e vacue le stravolgono a propria rovina personale” (2Pt 3,16). Se si va per conto proprio, questo è il rischio».

Stando all’auspicio espresso da Papa Benedetto XVI, durante le celebrazioni dell’anno giubilare paolino c’è un particolare aspetto che dovrà essere curato con singolare attenzione: l’appello all’unità dei cristiani. Il Pontefice ha probabilmente un occhio di riguardo nei confronti del mondo protestante, anche per ragioni di provenienza geografica, ma come il suo predecessore non smette di pensare alla ferita aperta con l’Oriente cristiano, e più in generale alla coesione interna della Chiesa. Ora, in che modo la predicazione di Paolo può essere di stimolo in questa triplice direzione: dialogo con il mondo protestante, riavvicinamento con il l’Oriente cristiano e coesione all’interno del cattolicesimo?

«Forse è la concezione ecclesiologica di Paolo, in generale, che può rappresentare uno stimolo. Nel I secolo, d’altra parte, si parla più di chiese che di Chiesa. C’è la testimonianza “cattolica” della Lettera agli Efesini, che però è da considerarsi posteriore a Paolo. Guardando alle lettere sicuramente autentiche, c’è invece il concetto di unità del corpo ecclesiale, in quanto corpo di Cristo. Ma non si può utilizzare Paolo per costruire un’idea di Chiesa in senso monocorde, statico. Paolo avverte quasi fisicamente la separazione dei credenti in gruppuscoli, in piccole unità. Certo. Se consideriamo l’esordio della Prima lettera ai Corinzi, ad esempio, vediamo che il rischio era quello di creare delle divisioni in nome di singoli predicatori: “Io sono di Paolo”, “Io sono di Apollo”, “Io sono di Cefa”… c’è chi dice addirittura “Io sono di Cristo”, quasi facesse parte di un gruppuscolo isolato. Come lei saprà, il dibattito esegetico sul significato di questi versetti è tuttora aperto. Ma l’importante, per Paolo, è che la o le chiese convergano verso Cristo. L’unità della Chiesa la dà Gesù Cristo, la dà la fede in Lui e l’inserimento in Lui: questo è un concetto fortissimo, che potrebbe avere indubbiamente una ricaduta sulla vita ecclesiale d’oggi».

Il centro del messaggio paolino veniva un tempo individuato nell’interpretazione della Legge. Questo ha spinto ultimamente gli studiosi a un riesame dei rapporti tra l’ebreo Paolo e il giudaismo del suo tempo. In proposito, qual è la sua posizione nei confronti della cosiddetta “New Perspective on Paul”?

«Non è un approccio che condivido molto. Mi trovo più dalla parte dei luterani tedeschi, che non sembrano apprezzarlo particolarmente. Non credo nemmeno che si debba mettere al centro del paolinismo la polemica nei confronti della Legge, perché questo è un elemento secondario. Al centro c’è la scoperta di Cristo, della sua persona, del suo rapporto con i credenti: è da qui che deriva lo stemperamento della Legge. Come dice bene Ed P. Sanders, il punto di partenza di Paolo non è una Torah-logia: è la Cristo-logia. Se poi è la Legge a farne le spese, è perché Cristo per così dire la fagocita, e in qualche modo la detronizza. La Legge non è buttata nel cestino, ma è appunto ridotta a una funzione secondaria».

L’osservanza della Legge, da sola, non procura la salvezza.

«Infatti. Paolo dice questo perché per lui basta Cristo. È la fede in Cristo che procura la riconciliazione con Dio, la giustificazione, la redenzione, il riscatto. Ma è meglio non parlare di “salvezza”, non essendo un termine tipico di Paolo. Al primo posto, all’unico posto, c’è comunque la figura e la funzione di Gesù Cristo».

Parafrasando la lettera ai Romani, potremmo dire che per Paolo è Gesù Cristo il reale compimento dell’uomo, la destinazione ultima dell’uomo. La fede in Cristo non annulla la dignità dell’uomo, ma la rende viva e operante.

«Sì. Mi spingerei oltre, affermando che ciò che sta a cuore a Paolo è innanzitutto l’uomo, ancor più che Dio. Non è di Paolo il precetto dell’amore per Dio: semmai si parla dell’amore di Dio. Di Dio per l’uomo. Nell’ottica paolina non è l’uomo al servizio di Dio, ma al contrario è Dio al servizio dell’uomo, ed è Dio che si fa “servo” dell’uomo, in Gesù Cristo. Questo è un rovesciamento della concezione “religionista” corrente: proprio per questo motivo il Vangelo, in quanto tale, non può essere ridotto a “religione”».

Ma c’è rottura o continuità tra l’uomo vecchio e l’uomo nuovo, tra il Paolo “pre-cristiano” e il Paolo che ha incontrato Cristo?

«Bella domanda! Nella teologia di Paolo c’è rottura. L’uomo vecchio è stato crocefisso, ma qui bisogna intendersi: non è l’uomo in sé ad essere crocifisso, ma è l’uomo vecchio. Se si parla di “nuova creazione”, significa che si produce qualcosa che prima non c’era. Paolo applica questo sintagma al presente, a differenza della letteratura apocalittica del suo tempo, che lo rimanda al futuro. Questa è l’originalità di Paolo: nessuna fuga in avanti, bisogna vivere in pienezza il presente. L’impegno etico va bene, ma come risultato, come conseguenza di questa novità di vita».

In che modo la riflessione paolina su una figura come quella di Abramo, il “padre di tutti i credenti” (Rm 4,16), può essere messa in campo per un confronto con il mondo islamico?

«Non so se il Corano citi il passaggio di Genesi 15,6, come invece fa Paolo in due occasioni: “Abramo credette e gli fu computato a giustizia” (cf. Gal 3,6 e Rm 4,3). A lume di naso, penserei piuttosto che l’Islam si ponga sulla linea di Giacomo, più che su quella di Paolo: dove la giustificazione, l’esser considerati giusti da parte di Dio, è motivato non dalla pura fede ma dall’adempimento dei precetti. Ma in ogni caso siamo tutti discendenza di Abramo: e sotto l’ombrello di Abramo c’è molto spazio».

L’enorme proliferazione di “suggestioni paoline” nel campo dell’indagine politica e filosofica del Novecento, assieme alla pretesa di comprendere Paolo adattandolo ai nostri problemi, appaiono oggi molto forti. Che impressioni ricava, lo storico e l’esegeta, dalle interpretazioni che si danno di Paolo al di fuori del proprio ambiente accademico? Ne ricava stimolo o insofferenza?

«L’impressione è molto positiva: quantomeno, Paolo non si riduce ai registri ecclesiastici. Si potrebbero citare alcuni studiosi ebraici, che avvertono in Paolo una personalità molto forte, e sono pronti a rivalutarlo. In altri ambiti, è possibile che vengano colti e messi in luce aspetti marginali, ma che sono ugualmente di estremo interesse. Non sono approcci basati sulla “fede”, ma su una certa “simpatia”: tanto per fare un esempio, ho qui fra le mani il libro del filosofo Alain Badiou su Paolo e la fondazione dell’universalismo, sicuramente stimolante. Ben vengano, quindi, lavori di questo genere. Purché si tenga presente che soltanto un approccio “integrale” alla figura di Paolo potrà permetterci di ottenere una sintesi corretta del suo pensiero, che è essenzialmente cristologico».

Ogni grande svolta del cristianesimo è avvenuta sotto il segno dell’apostolo: nel I secolo; nel confronto con l’Impero romano o con l’insorgere dei movimenti gnostici; nel periodo delle riforme; fino a giungere al XX secolo, con il Concilio Vaticano II. Sia nel primo che nel secondo millennio della storia cristiana, quindi, la presenza di Paolo si è rivelata cruciale. Quali sono, secondo lei, i temi caldi nei quali il magistero paolino potrebbe risultare decisivo per il terzo millennio?

«Sempre sulla base della fede cristologica di Paolo – perché questo è il dato irrinunciabile e identitario di Paolo – vi sono delle ricadute notevoli: si nominava poc’anzi l’universalismo, ad esempio. Ecco, il superamento degli steccati, delle barriere: questa è la grande lezione che Paolo può dare al nostro tempo. “Non c’è più né giudeo né greco, né schiavo né libero, né maschio né femmina” (Gal 3,28): è la fine delle contrapposizioni etniche, sociali, di genere. Si tratta di un ideale straordinario, sempre difficile da mettere in pratica. Noi viviamo in un’epoca di globalizzazione, ma anche di localizzazione, dove si riaccendono i contrasti. E qui Paolo torna attuale, anche in una prospettiva semplicemente antropologica. Per quanto riguarda più direttamente la Chiesa, direi inoltre che quello di Paolo è innanzitutto un richiamo all’essenzialità. Paolo sfronderebbe molte cose, mirerebbe all’essenziale».

Per concludere, c’è una lettera o un passaggio dell’epistolario ai quali è particolarmente affezionato?

«Le rispondo senza esitazione Rm 8,31-39: “Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi? …Niente e nessuno potrà mai separarci dall’amore di Dio che è in Cristo Gesù nostro Signore”. Si tratta di un brano che potrebbe fare da corrispettivo al famoso elogio dell’agápē, dell’amore, in 1Cor 13,1-13. Ma in questo passaggio della Lettera ai Romani l’agápē ha un nome, ha una storia, ha un volto: che sono quelli di Gesù».

(Domande a cura di Luigi Walt)