Come sopravvivere all’Anno Paolino

Raffaello, Il sacrificio di Listra

Non è una faccenda da poco. L’Anno Paolino, indetto da Papa Benedetto XVI per celebrare il bimillenario della nascita dell’apostolo (secondo un calcolo convenzionale: si stima infatti che Paolo possa essere nato tra gli anni 5 e 10 del I secolo), ha avuto inizio ufficiale presso la Basilica romana di San Paolo Fuori le Mura, con una splendida cerimonia di cui peraltro si possono ammirare alcune immagini nel sito “The New Liturgical Movement”.

Le conferenze episcopali di tutto l’orbe cattolico (vedi quella italiana) si sono mobilitate per organizzare eventi, convegni, piani pastorali, ovviamente sotto il segno di Paolo. Per non parlare delle congregazioni religiose che da lui prendono nome, o a che a lui si ispirano: i Paolini, per esempio, fondati da don Giacomo Alberione al principio del secolo scorso, non hanno certamente bisogno di presentazioni; ma che dire di tutti gli altri istituti, alcuni noti e altri meno noti? O delle numerose città che portano anch’esse il nome dell’apostolo (una quarantina soltanto nel nostro Paese)? O, ancora, del mare magnum delle diocesi?

C’è di che immaginare che quest’anno, per tanti, fornirà senz’ombra di dubbio un’occasione di festa, come pure di raccoglimento e preghiera, o di approfondimento della fede. In questo clima di entusiasmo, tuttavia, chi si occupa di Paolo da un punto di vista storico rischia di sentirsi un po’ smarrito e frastornato, anche se si tratta di un povero  “paolinista” esordiente, come il sottoscritto: ci sarà spazio per un discorso avveduto su Paolo, sulle tante questioni storiche che continuano ad agitarsi intorno alla sua figura e al suo pensiero, senza aggiustamenti attualizzanti o “pressappochismi” (altri direbbe “circiterismi”)?

È sbagliato mettere subito in guardia da tendenze autocelebrative, dall’impiego forse inevitabile di una certa retorica, dalla tentazione di incasellare l’apostolo all’interno delle nostre personali esigenze o delle nostre abitudini mentali e religiose? Personalmente credo di no. E sono anzi convinto dell’opportunità di svincolare la memoria dell’apostolo da un utilizzo troppo disinvolto.

Paolo è un autore difficile, che esige un grande sforzo interpretativo. In questo, non è molto diverso da altri grandi personaggi dell’antichità: è impossibile accostarsi a Paolo “immediatamente”. Spiace per Lutero, ma è così. Il sola Scriptura non basta. Il messaggio di Paolo ci arriva attraverso i filtri di duemila anni di storia, di pensiero, di vicende umane. Dobbiamo attrezzarci per comprenderlo, e il miglior modo per farlo è innanzitutto quello di capire cos’è che potrebbe impedirci di avvicinarci a lui. Occorre liberarsi di un po’ di zavorra.