Le colonne della Basilica di San Paolo Fuori le Mura – 1

di Luigi Codemo

Le colonne della Basilica di San Paolo Fuori le Mura costituiscono i più grandi blocchi di granito che siano mai stati messi in opera dopo la caduta dell’Impero Romano. Questo articolo ce ne racconta la storia.

Ai piedi delle cave del Montorfano, sul Lago Maggiore, c’è una colonna rimasta grezza.

Questa colonna è lì perché non è perfetta come le altre 146, estratte tutte d’un pezzo dal bianco granito del Montorfano e trasportate via acqua fino a Roma per ornare la basilica che sorge sulla tomba dell’Apostolo Paolo. Le colonne della Basilica di San Paolo Fuori le Mura costituiscono i più grandi blocchi di granito che siano mai stati messi in opera dopo la caduta dell’Impero Romano. E questa è la loro storia.

La Basilica di San Paolo fuori le mura

Sul luogo della tomba di Paolo, divenuto fin dal primo secolo luogo di pellegrinaggio e venerazione, l’imperatore Costantino fece ergere una prima chiesa. La chiesa, ampliata sotto l’imperatore Valentiniano II, fu consacrata da papa Silicio nel 390: con le sue 5 navate e il quadriportico divenne la più grande basilica della cristianità antica, superata solo dall’attuale basilica di San Pietro.

Sebbene si siano succeduti terremoti, incendi, saccheggi e invasioni barbariche, la basilica di San Paolosi si presentava ai fedeli che giungevano come uno scrigno di fede e di bellezza, arricchita d’arte nel corsi dei secoli. Almeno fino al 15 luglio 1823, quando la basilica venne distrutta dalle fiamme.

Probabilmente la causa che provocò l’incendio fu l’incuria di alcuni stagnini che non avevano bene estinto il caldano usato per riparare le gronde di rame. In una notte sola, tutto si ridusse a cenere e calcinacci: le travi arsero, i bronzi si rifusero, le antiche colonne si schiantarono. Si salvarono solo il ciborio, parte della zona absidale e l’attiguo chiostro realizzato dai maestri Vasalletto.

Stendhal, in quel periodo in viaggio a Roma, lasciò una testimonianza diretta nei suoi scritti:

Visitai la basilica di San Paolo il giorno dopo l’incendio. Ne ebbi un’impressione di severa bellezza, triste come solo la musica di Mozart può darne idea. Tutto ancora narrava l’orrore e il disordine di quella terribile sciagura; la chiesa era ancora ingombra di travi fumanti e nere, semibruciate; i fusti delle colonne, spaccati per tutta la loro lunghezza, minacciavano di cadere alla minima scossa. I romani, costernati, erano andati in massa a vedere la chiesa incendiata. Era uno dei più grandiosi spettacoli che io abbia mai visto.

Al Pontefice Pio VII (1800-1823), già vecchio e malato, venne taciuta la notizia. Morì pochi giorni dopo e gli succedette papa Leone XII che diede il via alla ricostruzione chiamando l’intero mondo cristiano a concorrere alla riedificazione della basilica.

Noi dobbiamo aspettarci questo soccorso dal popolo devoto, tanto più che Ci sembra essere pervenuto a Noi, da Dio stesso, questo pensiero, questo desiderio di mantenere viva fra noi la gloria dell’Apostolo, in quanto, in mezzo all’orrore della volta crollata sulle rovine delle grandi colonne di marmo ridotte in cenere, intera si è conservata la tomba dell’Apostolo, così come, in Babilonia, i tre giovinetti restarono illesi nell’ardente fornace. Si ergerà dunque sullo stesso suolo, non lungi dal luogo in cui ha dato la vita per Cristo; si ergerà di nuovo una Chiesa a Paolo, al compagno dei meriti e della gloria di Pietro (Leone XII, Lettera enciclica “Ad Plurimas” del 25 gennaio 1825).

E, sempre nel corso dell’Anno Santo del 1825, Leone XII rese pubblico il programma di ricostruzione:

Vogliamo in primo luogo che sia soddisfatto compiutamente il voto degli eruditi, e di quanti zelano lodevolmente la conservazione degli antichi monumenti nello stato in cui sursero per opera di’ loro fondatori. Niuna innovazione dovrà dunque introdursi nelle forme e proporzioni architettoniche, niuna negli ornamenti del risorgente edificio, se ciò non sia per escluderne alcuna piccola cosa che in tempi posteriori alla sua primitiva fondazione poté introdurvisi dal capriccio delle età seguenti (Leone XII, chirografo 1825).

Fu istituita una “Congregazione speciale per la fabbrica della basilica di San Paolo, distrutta dall’incendio del 1823”, così composta:

Card. Giulio Maria della Somaglia, Presidente
Mons. Angelo Uggeri, Segretario
Mons. Belisario Castaldi, Tesoriere
Card. Emmanuele De Gregorio
Card. Francesco Bertolazzi
Card. Tommaso Riario Sforza

La direzione dei lavori di ricostruzione fu affidata a Pasquale Belli e successivamente a Luigi Poletti, Pietro Bosio e Pietro Camporese, che ripristinarono la pianta basilicale a cinque navate con transetto.

Nel 1854, papa Pio IX consacrò la Basilica risorta. I lavori continuarono anche dopo il 1870, quando la basilica ostiense passò al Regno d’Italia: fu infatti sotto la Direzione delle Belle Arti che avvenne il completamento del quadriportico esterno (1892-1928).

Con i Patti Lateranensi , la Basilica fu riconsegnata alla Santa Sede.

Le colonne

Poiché la basilica doveva ergersi secondo l’antico splendore, particolare attenzione venne riservata alle colonne che andavano a ergersi al posto di quelle antiche e pregiate di marmo pavonazzetto.

Vari graniti vennero presi in considerazione dalla Commissione delegata alla ricostruzione del tempio: i graniti dell’Isola d’Elba, quelli dell’Isola del Giglio, quelli della Corsica e il granito di Montorfano, detto “del Sempione”.

Furono chiamati anche degli esperti con il compito di esaminare i graniti, stabilire la capacità delle cave in vista del numero e della mole di massi da estrarre e accertarne la qualità, la grana, il colore e l’uniformità.

Le misure richieste per le colonne hanno ancora oggi del titanico:

  • le 80 colonne delle navate dovevano rispettare un’altezza di 11 metri con una circonferenza di base 3, 50 metri;
  • le 2 colonne dell’arco trionfale dovevano essere alte 14, 50 metri con una circonferenza di base 4, 60 metri.

La scelta premiò il granito bianco e nero di Montorfano che, rispetto agli altri, oggi come allora, si distingue per la sua solidità e per avere una macchia chiara, unita e armoniosa, soprattutto in vista della destinazione all’interno dell’edificio.

Ecco cosa scriveva nella sua relazione alla Commissione il professore di Mineralogia Pietro Carpi:

Il granito scelto per le colonne della basilica di San Paolo proviene dalle cave di Montorfano situate presso il Sempione… Ha un tessuto lamellare, una lucentezza cristallina, ed acquista colla lavorazione un bel pulimento. Questa sue qualità lo rendono molto somigliante al granito bianco e nero proveniente una volta dall’Egitto, di cui esistono molti saggi fra i monumenti che ci restano dell’antica Roma.

Fu così che alla cava di Montorfano si fece richiesta di ottanta colonne oltre alle due colonne più grandi da inserire nell’arco trionfale, detto di Galla Placidia. A queste si aggiungeranno le 64 colonne del quadriportico costruito tra il 1890 e i 1907, di cui le dieci colonne frontali saranno di granito rosa della vicina cava di Baveno, anch’essa affacciata sul Lago Maggiore.

Il trasporto

Le colonne erano imbarcate su delle chiatte sul fiume Toce. Queste attraversavano il Lago Maggiore, si immettevano nel Ticino e scendevano fino a imboccare il Naviglio Grande, verso Milano.

Qui attraverso il naviglio della Martesana le colonne, ancora grezze, sostavano presso i Cantieri Pirovano per procedere alla loro fusatura.

Dopo questa operazione, le colonne venivano caricate nuovamente sulle chiatte per scendere lungo il Naviglio Pavese per rientrare nel Ticino e da qui fino al fiume Po. Una volta arrivate al mare costeggiavano fino a Venezia, dove erano prese in consegna dalle navi pontificie, due trabaccoli, uno di nome “Veloce” e l’altro “Corriera”. Le navi circumnavigavano l’Italia, passando dallo stretto di Messina, e imboccavano la foce del fiume Tevere per risalirlo fino alla basilica, dove fu necessario aprire un canale apposito capace di contenere carichi così enormi.

Dopo un viaggio di 2.220 chilometri percorso interamente via acqua, che durava mediamente quattro mesi con punte anche di un anno, le colonne dalle Alpi giungevano alla Città Eterna.

(1 – continua qui)

Cartina e molte informazioni riportate in questa prima parte sono tratte dallo studio di Egisto Galloni, Le colonne di granito di Montorfano della Basilica di San Paolo fuori le Mura, Edizioni Antiquarium Mergozzo, 1988.