Uno storico deve avere fede se studia Gesù?

di Mauro Pesce (*)

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Credo che ogni ricerca, da qualsiasi posizione pregiudiziale parta, sia utile e possa insegnarci qualcosa, farci vedere meglio ciò che è già noto o mostrare qualcosa di diverso. Imparo da qualsiasi studioso o studiosa, e non mi preoccupa sapere quale sia la loro posizione metodologica, a quale disciplina appartengano, se abbiano o no una visione religiosa dell’esistenza; non mi importa se siano totalmente privi di prospettiva religiosa o se invece abbiano un ruolo ufficiale in una chiesa, se siano di una nazionalità particolare o se scrivano in una particolare lingua, se siano «conservatori» o «innovatori». Non mi importa se scrivano per difendere la posizione della propria chiesa o invece per criticarla. In ogni contributo cerco quello che è storicamente interessante. Lo storico non dovrebbe avere la preoccupazione di contrastare o favorire una posizione. È del resto del tutto inutile irritarsi se altri hanno posizioni diverse dalle nostre. Penso invece che bisogna resistere e combattere coloro che cercano di condannare e ostacolare la diffusione di libri e articoli che sembrano loro offendere la propria posizione. Queste persone temono la libertà di ricerca e di diffusione delle idee.

La ricerca storica non produce mai la conoscenza di un oggetto per contatto diretto o per inglobamento, ma solo mediante documenti, resti, tracce, testimonianze. Si tratta perciò di una conoscenza indiretta. Il vedere, il mangiare, il toccare implicano un contatto diretto con l’oggetto, ma l’indagine storica non procede così. Per questo motivo la conoscenza dello storico è sempre parziale (perché conosce solo gli aspetti che i documenti trasmettono) ed è sempre prospettica (perché parte sempre dal punto di vista del conoscente, e nessun conoscente può dominare contemporaneamente più punti di vista).

Di questa relatività della loro forma di conoscenza gli storici sono consapevoli, sarei tentato di dire da sempre, ma almeno dalla seconda metà del XX secolo. Fu proprio nel mio primo anno di studio nella Facoltà di Lettere dell’Università di Roma, che Tullio Gregory, il maestro con cui mi laureai nel 1964, ci insegnò questo limite soggettivo invalicabile dei risultati della ricerca storica. Quando avevo ormai più di quarant’anni ho tenuto corsi di metodologia storica e di storia della storiografia su testi metodologici che si stendono per un arco più che centenario, da C.G. Droysen a F. Chabod, e poi via via D. Cantimori, M. Bloch, E. Carr, L. Febvre, H.I. Marrou e tanti altri fino ad arrivare al paradigma indiziario di C. Ginzburg e alla critica della storiografia di Hayden White. Per questo, sono un po’ stupito che alcuni ripetano oggi che considerare verità assoluta le ricostruzioni degli storici sarebbe un’ingenuità.

Qui, però, bisogna dire che il limite della conoscenza storica è comune a qualsiasi forma di conoscenza umana. Anche la teologia è sempre soggettiva e prospettica. E lo sta a dimostrare il fatto che di teologie ce ne sono tante e tutte diverse, in molti loro contenuti. Anzi la fede stessa – soprattutto quando vuole esplicitarsi in contenuti teorici – è soggettiva e prospettica e non raggiunge una certezza superiore a quella della ricerca filosofica e storica. Lo dimostra il fatto che di fedi cristiane oggi non ce n’è una sola, ma migliaia e tutte diverse l’una dall’altra. E spesso pretendono di essere quella vera, nei contenuti che professano.

Alcuni teologi cattolici e protestanti sono disposti a riconoscere la diversità tra le fedi di oggi e le origini cristiane, ma non rinunciano al principio secondo il quale i vangeli sono prodotti della fede e vanno letti tenendo conto della fede nella quale sono stati scritti. Da questa prima affermazione alcuni deducono una seconda affermazione: una ricerca storica che non parte dalla fede sarebbe incapace di comprendere il senso profondo di questi documenti di fede.

Ora, che i documenti protocristiani siano prodotti dalle fedi di chi li ha scritti è fatto noto e accettato comunemente. È un truismo. Tuttavia, i documenti cristiani prodotti nei primi centocinquanta anni sono molte decine e fra di loro dimostrano una straordinaria varietà di fedi, spesso inconciliabili fra loro. Compito dello storico è proprio di indagare quale fosse la visione che ciascun autore degli scritti protocristiani aveva di Gesù. Quale fosse la sua particolare fede. Diversa è la visione di fede del Vangelo di Marco da quella di Giovanni o Tommaso o del Vangelo di Pietro, ecc. Per lo storico è ovvio, per esempio, che non si può leggere il Vangelo di Marco alla luce della visione di quello di Tommaso o viceversa.

E per comprendere la fisionomia storica di Gesù, lo storico quale fede dovrebbe scegliere? Quella del Vangelo di Tommaso o quella del Vangelo di Giovanni? Quella della Didachè o dell’Ascensione di Isaia? Quella di Giustino o quella del Vangelo degli Ebrei? Quella del Vangelo degli Egiziani oppure quella di Paolo? Come oggi sono molte le fedi, così erano molte le fedi immediatamente dopo la morte di Gesù. Non mi sembra che la fede nella risurrezione di Gesù provocasse contenuti di fede comuni, nel I secolo. Perché il pensiero di Paolo, che crede alla risurrezione di Gesù, è diverso da quello del Vangelo di Matteo o di Giacomo o del Vangelo di Tommaso o da quello di Giovanni, vangelo che anch’esso dichiara fede nella risurrezione di Gesù. E, d’altra parte, gli storici non possono far proprie le distinzioni anacronistiche fra ortodossia ed eresia, improponibili per il I secolo e per buona parte del II.

Vorrei chiarire meglio la questione enunciando tre tesi:

1. Per poter comprendere uno scritto protocristiano, lo storico deve evitare di assumere una delle fedi delle chiese di oggi, perché esse sono diverse dalla fede dell’autore di quello scritto.

2. Lo storico deve comprendere ciascuna diversa visione di fede con cui ciascun diverso autore di uno scritto protocristiano, ad esempio un vangelo, scrive. Come storico, non ritengo affatto che la fede dell’autore del Vangelo di Marco lo abbia indotto a trasformare così radicalmente i fatti da rendere il suo vangelo inutilizzabile come documento storico. Credo, al contrario, che sia possibile discernere le eventuali deformazioni dei fatti che la visione di fede dell’autore ha introdotto, potendo così utilizzare il suo testo come fonte storica. James Dunn ha certamente ragione nel ripetere che Gesù voleva suscitare fede in se stesso e che quindi i testi che scrivono alla luce della fede in lui sono in qualche modo in continuità con Gesù. Ma resta il fatto che Gesù suscitò visioni diverse di “fede” e reazioni diverse di “rifiuto”. La molteplicità delle reazioni di fede e di rifiuto sono una foresta nella quale lo storico deve ritrovare le tracce più sicure degli avvenimenti.

3. Nei testi non c’è solo la fede dello scrivente, ma anche una molteplicità di dati letterari, culturali, storici, sociali, che non riguardano la fede, ma sono essenziali per comprendere i testi stessi. Direi che la gran parte di un testo contiene elementi che non investono le questioni che sembrano importanti a chi pensa alle questioni dogmatiche.

Il fatto è che il rapporto tra affermazioni storiche da una parte e affermazioni di fede dall’altra è stato interpretato in modi molto differenti. Gerd Theissen evidenziava quattro modelli differenti di concepire la relazione tra risultati storici su Gesù e fede: la soluzione biblicistica; la riduzione ai risultati della ricerca storica; la riduzione kerygmatica; l’interpretazione simbolica [1].

Insoddisfatto di questi modelli, Theissen proponeva poi quattro risposte possibili al fatto dell’ineliminabile ipoteticità «della nostra conoscenza e della nostra fede» [2]. La sottolineatura è mia e tende a evidenziare una confluenza tra la tesi di Theissen e le mie precedenti osservazioni sulla ineliminabile prospetticità e soggettività non solo della conoscenza storica, ma anche di tutte le fedi di ieri e di oggi.

Ciò che a me preme mettere in luce, però, è che non esiste una sola soluzione al problema del rapporto tra risultati della ricerca storica e affermazioni di fede. Vorrei inoltre sottolineare che l’attendibilità del lavoro storico non dipende dall’appartenenza dello storico. Oggi siamo abituati a riconoscere che si può essere buoni storici dell’ebraismo senza essere ebrei, buoni storici del cristianesimo senza essere cristiani e buoni storici dell’islam senza essere musulmani.

Infine, vorrei portare la mia esperienza di esegeta e di storico. In diversi decenni di ricerca non riesco a ricordarmi un caso in cui avere fede o non averne abbia cambiato in qualcosa la mia ricerca. Faccio degli esempi. Quando devo decidere se la versione più vicina a una parabola pronunciata da Gesù sia quella di Matteo o di Luca o di Tommaso, la fede non mi aiuta in nulla. Io ho solo bisogno di statistiche lessicali, di ricorrenze sintattiche, di confronti tra detti che i diversi flussi di tradizione mi fanno trovare in un testo piuttosto che in un altro. Una fede non è di alcuna utilità: io ho bisogno solo di dati letterari e di modelli intellettuali per interpretarli. Se debbo decidere se sia mai esistita la fonte dei detti Q, la fede anche in questo caso non mi è di alcuna utilità.

Dirò di più, anche se l’esegeta non ha alcuna fede può comunque arrivare all’ipotesi che la frase della Prima lettera ai Corinzi (15,3) “Cristo è morto per i nostri peccati secondo le scritture” è condivisa da tutti i seguaci di Gesù del I secolo, mentre un esegeta con la fede può arrivare alla conclusione che invece quella frase è testimonianza di una credenza diffusa solo tra certe correnti siriaco-ellenistiche. Insomma, se non mi sbaglio, chiedere a uno storico e a un esegeta di leggere i documenti storici alla luce delle fedi (sia quelle di oggi sia quelle di ieri) non aiuta a superare la soggettività e provvisorietà delle letture esegetiche perché le molte fedi sono almeno ugualmente soggettive e prospettiche. […]

La libertà assoluta nel fare ogni genere di ipotesi sullo svolgimento dei fatti narrati nei testi protocristiani, sulle relazioni tra tradizioni, sul significato di parole e frasi, sulle esperienze religiose e così via si accompagna del resto alla consapevolezza che non vi è un’immediata ripercussione del risultato dell’indagine sul proprio sistema di credenze e sulla propria prassi. Ogni individuo, indipendentemente dal fatto di essere o no credente, quando perviene a una nuova conoscenza in qualsiasi campo (la religione non fa differenza, non costituisce un settore umano, sociale o epistemologico a sé) utilizza i dati nuovi di questa conoscenza introducendoli nel complesso sistema della sua visione del mondo, delle relazioni interpersonali (di lavoro, parentali, familiari, di amicizia, di appartenenza).

L’impatto di una nuova convinzione all’interno del proprio sistema di convinzioni e di prassi è tutt’altro che immediato: è sottoposto a una serie complessa di mediazioni. Per questo, sono convinto che sia assolutamente necessario non porre alcun diaframma tra i risultati della ricerca scientifica (di cui anche quella umanistica fa parte) e il pubblico dei non specialisti. Ogni individuo, a qualunque classe sociale appartenga, proprio in quanto uomo, ha la capacità, il diritto e il dovere di decidere sulla propria esistenza. Quando abbiamo nuove conoscenze le dobbiamo comunicare subito e a tutti. La responsabilità dello storico è quella di cercare e scoprire e poi di comunicare ciò che ha trovato. Non deve mai proteggere altri dalla conoscenza.

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Note

[1] «Criteria in Jesus Research and the “Wide Ugly Ditch” of History», in G. Theissen – D. Winter, The Quest for the Plausible Jesus: The Question of Criteria, Westminster John Knox Press, Louisville 2002 (ed. or. Die Kriterienfrage in der Jesusforschung, Vandenhoeck & Ruprecht, Göttingen 1997).

[2] Ivi, pp. 258-259. La frase tra virgolette è a p. 259.

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(*) Testo tratto da M. Pesce, Da Gesù al cristianesimo, Morcelliana, Brescia 2011, pp. 25-29.