Atlante di Gerusalemme: archeologia e storia

Dan BAHAT, Atlante di Gerusalemme. Archeologia e storia, Edizioni Messaggero, Padova 2011, pp. 185, euro 59.

Dal sito Archeomedia:

«Realizzato da Dan Bahat, il più grande archeologo israeliano vivente, [l’Atlante di Gerusalemme] racconta la madre di tutte le generazioni di credenti come non è stata mai letta, soprattutto in italiano. Un’opera unica sotto il profilo storico e archeologico, giunta alla terza edizione ma pubblicata solo ora, per la prima volta, nel nostro Paese per i tipi del Messaggero di Padova.

E a legare ancor di più la nostra terra alla città di Davide la decisione di presentarla, notizia nella notizia, in anteprima nazionale a Vicenza, nel corso del recente Festival Biblico. Un regalo, impreziosito dalla presenza dell’autore, che ha confermato lo spessore della rassegna cattolica vicentina e che ha premiato il lavoro e le intuizioni di don Raimondo Sinibaldi, infaticabile direttore dell’Ufficio Pellegrinaggi della Diocesi e vulcanico ideatore ed organizzatore di iniziative e convegni. Lui, naturalmente, si schermisce spostando i riflettori sullo studioso ebreo: “Bahat è stato per anni responsabile degli scavi nell’area del Muro del Pianto, dove ha portato alla luce il tunnel che scorre alla sua base. È un ricercatore eccezionale ma anche un uomo semplice, doti che ha saputo esprimere nel suo libro”.

Oltre 400 immagini a colori e tra cartine, disegni, foto, rielaborazioni isometriche, riproduzioni di monete antiche e ricostruzioni di palazzi scorre sintetico e potente il testo di facile lettura e corredato di informazioni autorevoli ed aggiornate, basate sulle ultime scoperte. Rigoroso e preciso sotto il profilo scientifico, superiore a qualsiasi altra pubblicazione del genere, l’Atlante segue un filo logico semplice, dove ogni capitolo, e al suo interno ogni pianta topografica corrispondente, illustra in tempo praticamente reale un racconto senza tempo né fine, per certi aspetti ancora sepolto ed in attesa di ritornare alla luce.

Si comincia dalle origini, dal primo insediamento, al 1000 a.C, si passa al periodo del Primo Tempio (1000 – 586 a.C.) e poi del Secondo Tempio (583 a.C. – 1 d.C.), al tempo di Gesù, per continuare con l’Aelia Capitolina (135 – 326), il periodo bizantino (326 – 638), il primo periodo musulmano (638 – 1099), il periodo crociato (1099 – 1187), il periodo ayyubida (1187 – 1250), il periodo mamelucco (1250 – 1517), il periodo ottomano (1517 – 1917) fino al Mandato Britannico e, dal 1948 al 1967, alla Gerusalemme divisa.

“A completare l’atlante – sottolinea don Raimondo – c’è anche una bibliografia ragionata e l’indice completo dei nomi di persona e di luogo. Al di là di questo, però, la grande forza sta proprio nel messaggio d’amore che lancia, affinché siano protetti tutti i suoi tesori archeologici, non importa a quale epoca appartengano, e venga salvaguardato il suo retaggio di speranza, unico per le generazioni che verranno”».

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INTERVISTA ALL’AUTORE

Dal sito di Fulvio Scaglione, giornalista e vice-direttore di “Famiglia Cristiana”:

Ha scavato al Muro del Pianto, portando alla luce il tunnel che scorre alla sua base. Ha scavato a Masada. È stato per molti anni l’archeologo ufficiale di Gerusalemme. Il suo Atlante di Gerusalemme è sempre il caposaldo di tutti gli studi sulla città. Il professor Dan Bahat, come un chirurgo, ha operato al cuore la storia di Israele e quindi anche la storia islamica e cristiana.

“Nei primi anni noi ebrei eravamo ansiosi di portare le prove che questo è il nostro Paese. Ogni studioso voleva ritrovare almeno una sinagoga, l’archeologia era un cavallo attaccato al carro del sionismo. Quella fase, però, è finita per sempre. Un esempio: la mia tesi di dottorato era sulla Gerusalemme dei crociati, che per gli ebrei fu un olocausto. Venivano bruciati, annegati, venduti come schiavi, furono cacciati dalla città. Malgrado ciò, mi interessa il fatto storico e culturale. Ancora: sono israeliani alcuni dei massimi esperti di architettura e ceramica islamica. In ogni caso, per me scavare un sito ebraico, musulmano o cristiano è la stessa cosa”.

Lei ha lavorato a Masada, baluardo della resistenza ai romani. Oggi pare più un simbolo politico che non un sito archeologico.

“No, proprio no. Masada è fondamentale per la scienza. Per molti anni gli archeologi hanno parlato di “epoca del secondo tempio”, definizione che comprende i maccabei ed Erode fino alla distruzione del tempio, cioè dal secondo secolo a.C. al 70 d.C. Solo dopo la Guerra dei Sei Giorni, e proprio grazie agli scavi a Masada, Gerico e nel quartiere ebraico di Gerusalemme, abbiamo capito che cosa riguarda i maccabei, che cosa Erode e così via. Dal 67 fino al 73 Masada fu occupata dagli zeloti: ogni ceramica o iscrizione trovata lì è decisiva per datare tanti altri siti”.

E per lei, scavare a Masada, che cosa ha voluto dire?

“Mi piaceva il deserto, dormire nella tenda, guardare le stelle… Scherzi a parte: per me non era un monumento ma un luogo con moltissime cose da raccontare”.

Professore, non riuscirà a farmi credere che anche scavare sotto il Muro del Pianto…

“Intanto, bisogna dire che lo studio di Gerusalemme è una scienza a parte. Un archeologo impegnato nel Negev o in Galilea rischia di non capire nulla di questa città. E magari non gliene importa nulla. Io ho cominciato a studiarla nel 1964, prima della guerra dei Sei Giorni. Un giorno sono andato sul tetto di Notre Dame per guardare la Città Vecchia, che allora stava appena al di là della frontiera, e pensavo: sono israeliano, farò in tempo ad andare sulla Luna prima di mettere piede laggiù. E invece… Ma quello che voglio dire è che ci voleva una passione particolare per intraprendere certi studi in una certa epoca”.

Anche al Muro del Pianto, dunque, solo scienza e niente sentimento?

“Non sono religioso, anzi. In Israele la religione è intrecciata con la politica e questo per me è male. Sono l’unico laico nel gruppo che si occupa del Muro, lavoro bene con le persone religiose ma non ho sentimenti religiosi. Che ci posso fare? In più, ho appena scritto un articolo intitolato: Da quando pregano gli ebrei al Muro del Pianto? Ebbene, sono giunto alla conclusione che ciò accade da non più di 300-400 anni. Per uno come me, che si sente anello di una catena cominciata nei giorni di Abramo, tre o quattro secoli non sono nulla. Se visitate il tunnel ai piedi del Muro, vedrete che i pannelli parlano dei musulmani non meno che degli ebrei. Li ho scritti io così, perché credo che quel luogo rappresenti tutta la storia di Gerusalemme e i contributi di tutti coloro che vi hanno vissuto e operato. Piuttosto…”.

Piuttosto?

“Quando vado al Muro del Pianto con i miei amici cristiani, dico loro: questo è un posto che dovrebbe esservi caro, perché quasi tutte le meraviglie che Gesù fece a Gerusalemme le fece qui, al Tempio. Posso mostrarvi il luogo concreto dove Gesù insegnò ai rabbini quando aveva 12 anni, quello da cui cacciò i mercanti. E poi gli chiedo: perché quando venite qui ammirate l’arte musulmana e dimenticate che questo è per voi un luogo santo, molto più della Via Dolorosa che è un’invenzione francescana del Quattordicesimo secolo? Qual è il problema? Non capite o avete paura dei musulmani?”.

Questa intervista, frutto di un lungo colloquio con il professor Bahat nella sua casa alle porte di Gerusalemme, è stata pubblicata in versione meno estesa su “Famiglia Cristiana” n. 35 del 31 agosto 2008. 

2 thoughts on “Atlante di Gerusalemme: archeologia e storia

  1. “Quando vado al Muro del Pianto con i miei amici cristiani, dico loro: questo è un posto che dovrebbe esservi caro, perché quasi tutte le meraviglie che Gesù fece a Gerusalemme le fece qui, al Tempio. Posso mostrarvi il luogo concreto dove Gesù insegnò ai rabbini quando aveva 12 anni, quello da cui cacciò i mercanti. E poi gli chiedo: perché quando venite qui ammirate l’arte musulmana e dimenticate che questo è per voi un luogo santo, molto più della Via Dolorosa che è un’invenzione francescana del Quattordicesimo secolo? Qual è il problema? Non capite o avete paura dei musulmani?”.

    Ma è proprio questo il punto decisivo tra fede cristiana e giudaismo post-biblico. Per noi cristiani senza alcun dubbio quanto rimane del Tempio di pietra non può non esserci caro, ma mai quanto la Persona di Gesù Cristo che – Lui stesso si è così definito – è il Vero Tempio: quello che distrutto, con la Sua morte in Croce, è stato ricostruito, con la Sua Resurrezione, dopo tre giorni, laddove invece quello in pietra una volta distrutto non è mai stato ricostruito. E’ proprio l’idea fissa di certi ambienti del fondamentalismo ebraico contemporaneo, contiguo al sionismo politico, di ricotruire il tempio di pietra a costituire, oltre che uno “schiaffo” alla fede cristiana nella Divino-Umanità di Cristo, un vero pericolo per la pace mondiale dal momento che per ricostruire il tempio sarebbe necessario abbattere la moschea di Omar, terzo luogo santo per l’islam (con quali reazioni e conseguenze tutti possono facilmente immaginarlo!). In fondo, anche il professor Bahat da testimonianza di queste ambiguità presenti nella cultura post-biblica di Israele, persino negli israeliti non religiosi come lui, laddove ricorda che, almeno, agli inizi “nei primi anni noi ebrei eravamo ansiosi di portare le prove che questo è il nostro Paese”. Ecco appunto: questo nazionalismo autocentrico ed autoreferenziale, che nasce da una lettura a-cristologica della Scrittura, è molto inquietante ed è alla base dei grandi problemi che travagliano oggi la Terra Santa. Santa per tutte e tre le fedi abramitiche e non solo per una di esse. Sicché, ad esempio, la pretesa che Gerusalemme sia la capitale di uno Stato ebraico (uno Stato dunque caratterizzato in senso etnico e quindi democraticamente “sospetto”) è quanto di più assurdo possa esserci, anche sul piano storico. Gerusalemme, o almeno la Città Vecchia, dovrebbe essere internazionalizzata perché essa è santa sia per i cristiani, sia per gli ebrei, sia per gli islamici.
    Cari saluti.

    Luigi Copertino

  2. Anche se la via dolorosa risale al 14° secolo, è il memoriale della passione e morte di Cristo, evento centrale della fede cristiana. Io non la liquiderei come una semplice “cosa inventata”. Anche perché (ma potrei anche sbagliarmi) non credo proprio che i francescani se la siano inventata dal nulla.

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