Dal “Gesù della storia” al “Gesù della testimonianza”

Richard BAUCKHAM, Gesù e i testimoni oculari, Edizioni GBU, Chieti – Roma 2010, pp. 720, euro 28 (ed. or. Grand Rapids 2006). 

LA QUARTA DI COPERTINA

«Questo importante libro […] sfida l’affermazione secondo cui il resoconto della vita di Gesù cominciò a diffondersi come “tradizione di una comunità anonima”, affermando invece che esso fu trasmesso “nel nome” dei testimoni oculari. Per sostenere questo punto controverso, Bauckham pone l’enfasi su evidenze letterarie interne, l’uso di nomi propri della Palestina del primo secolo, e sui recenti sviluppi nella comprensione della tradizione orale. Gesù e i testimoni oculari prende in considerazione anche le ricche risorse dei moderni studi sulla memoria, in particolar modo in psicologia cognitiva, rifiutando le conclusioni dei critici e richiamando gli studiosi di Nuovo Testamento ad attuare un taglio netto con questa lunga e dominante tradizione. […] La presente opera è innovativa e sarà apprezzata da studiosi, studenti e da chiunque voglia comprendere le origini dei Vangeli».

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LA PRESENTAZIONE DI GIANCARLO RINALDI
(Università di Napoli, l’Orientale)

«La produzione di Richard Bauckham fonde in un unico orizzonte la riflessione teologica e la ricerca storica. In questo testo egli supera la classica dicotomia “Gesù della tede” – “Gesu della storia” a favore di un “Gesù secondo le testimonianze”. In realtà la nascita della storiografia cristiana costituisce un evento “rivoluzionario” nel panorama della letteratura antica. Eusebio di Cesarea, ad esempio, ha inventato la storiografia archivistica: al contrario degli storici classici egli non ha rielaborato o inventato i discorsi dei suoi protagonisti, ma ha ricopiato accuratamente i loro stessi scritti. Questo libro prende in considerazione i Vangeli e, ricostruendo una stratigrafia di fonti, giunge a enucleare la narrazione di testimoni oculari di quei fatti. La Buona Novella è dunque fondata sul resoconto di persone coinvolte in quegli eventi. Lo studioso non si limita a ragionare sui documenti biblici, ma si avvale anche di testi patristici (in particolare Papia di Ierapoli), oltre che di un corredo di realia che gli derivano da un’attenta frequentazione di repertori epigrafici e archeologici. In definitiva: un contributo destinato a far riflettere, utile per lo storico così come per il credente, un libro che mette in discussione conclusioni ritenute definitivamente acquisite e apre nuove piste di indagine».

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LA TESI FORTE DEL LIBRO (pp. 8-11)

«In questo libro sosterrò la tesi secondo cui i testi dei Vangeli sono molto più vicini alla forma in cui i testimoni oculari raccontarono le loro storie o tramandarono le loro tradizioni, di quanto sia comunemente sostenuto negli attuali studi scientifici. Questo è ciò che dà ai Vangeli il loro carattere di testimonianza. Essi incarnano la testimonianza oculare, naturalmente non senza un’attività editoriale o un’interpretazione, ma in una maniera sostanzialmente fedele al modo in cui i testimoni stessi la raccontarono, dato che gli evangelisti erano in contatto più o meno diretto con i testimoni e non erano separati da loro da un lungo processo di trasmissione anonima della tradizione orale. Nel caso di uno dei Vangeli, quello di Giovanni, ho concluso, contro ogni tendenza attuale, che sia stato scritto da un testimone oculare.

Questa immediatezza di relazione fra i testimoni oculari e i testi dei Vangeli esige un modello di trasmissione delle tradizioni degli stessi ben diverso da quello che la maggior parte degli studiosi del Nuovo Testamento ha ereditato dal movimento degli inizi del XX secolo, conosciuto con il nome di critica delle forme. Sebbene i metodi di questo movimento non siano più i principali tra quelli quelli utilizzati dagli studiosi nell’affrontare la questione del Gesù storico, essi hanno lasciato un’eredità estremamente influente. Si tratta dell’assunto secondo cui le tradizioni su Gesù, le sue azioni e le sue parole, sarebbero passate per un lungo processo di trasmissione orale nelle primitive comunità cristiane, lasciando gli scrittori dei Vangeli solamente in  un tardo periodo di questo processo. Tanti modelli differenti di trasmissione orale che hanno luogo, o si ipotizza abbiano avuto luogo in quelle comunità, sono stati esaminati in alternativa al modello proposto dagli studiosi della critica delle forme […].

In ogni caso, rimane radicato l’assunto secondo cui, quale che sia stata la forma in cui i testimoni oculari hanno inizialmente raccontato le loro storie o ripetuto gli insegnamenti di Gesù, tra la loro testimonianza e la stesura dei Vangeli si sia interposto nelle comunità un lungo processo di testimonianza anonima. I Vangeli quindi incorporano solo in modo piuttosto remoto il racconto dei testimoni oculari. Alcuni studiosi evidenziano il carattere conservatore del processo della tradizione orale che avrebbe teso a conservare piuttosto fedelmente le tradizioni dei testimoni oculari; altri evidenziano la creatività delle comunità che avrebbero adattato le testimonianze alle loro proprie necessità e scopi, e ampliato le tradizioni, inventandone delle nuove. Tuttavia, per quanto conservatrice o creativa possa essere stata la tradizione, pare che i testimoni oculari da cui aveva origine abbiano avuto poco a che fare con essa dopo aver cominciato il processo di trasmissione.

A questo scenario c’è un’obiezione molto semplice e ovvia, molto spesso avanzata ma raramente presa in seria considerazione. È stata esposta in modo memorabile nel 1933 da Vincent Taylor, lo studioso che si adoperò più di tutti per introdurre i metodi della tedesca critica delle forme tra gli studiosi neotestamentari anglofoni. In un commento spesso citato, egli scrisse: “Se gli studiosi della critica delle forme hanno ragione i discepoli devono esser stati trasportati in cielo subito dopo la risurrezione”. Proseguì facendo notare che molti dei testimoni oculari che parteciparono agli eventi raccontati nei Vangeli “non si ritirarono del tutto; per almeno una generazione circolarono in mezzo alle giovani comunità palestinesi, da poco costituitesi, e per mezzo della predicazione e della comunione misero le loro memorie a disposizione di coloro che ne erano alla ricerca”.

Più recentemente, Martin Hengel ha insistito, in opposizione all’approccio della critica delle forme, sul fatto che “il legame personale della tradizione su Gesù con specifici tradenti o più precisamente con le loro memorie e la loro predicazione missionaria… è storicamente innegabile”. Questo fu completamente trascurato dalla teoria della critica delle forme secondo cui “la tradizione ‘circolava’ piuttosto anonimamente […] nelle comunità che sono considerate come semplici collettività”. La mia intenzione in questo libro è in parte quella di presentare delle prove, molte delle quali finora non osservate affatto, che rendono “il legame personale della tradizione su Gesù con specifici tradenti”, lungo tutto il periodo della trasmissione della tradizione e fino alla stesura dei Vangeli, se non “storicamente innegabile”, almeno storicamente assai probabile […].

Se, come sosterrò in questo libro, il periodo fra il Gesù “storico” e i Vangeli fu colmato di fatto, non da un’anonima trasmissione comunitaria, bensì dalla continua presenza e testimonianza dei testimoni oculari, che fino alla loro morte rimasero le fonti autorevoli delle loro tradizioni, ne deriva che i consueti modi di pensare riguardo alla tradizione orale sono assolutamente inappropriati. Le tradizioni dei Vangeli non circolarono, per lo più, anonimamente, ma nel nome dei testimoni oculari a cui erano legate. Durante la vita di questi ultimi, i cristiani continuavano a interessarsi e a essere consapevoli del modo in cui gli stessi testimoni oculari raccontavano le loro storie. Così nell’immaginare il modo in cui le tradizioni raggiunsero gli scrittori del Vangelo, il nostro modello principale dovrebbe essere non quello della tradizione orale ma quello della testimonianza oculare».

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L’AUTORE

Richard Bauckham è Professore emerito di New Testament Studies presso l’Università di St. Andrews, in Scozia, e Senior Scholar a Ridley Hall, Cambridge. È membro della British Academy e della Royal Society di Edimburgo. In italiano è uscito il suo volume La teologia dell’Apocalisse (1994).

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8 thoughts on “Dal “Gesù della storia” al “Gesù della testimonianza”

  1. Credo proprio che lo acquisterò. Anche perché la questione va molto al di là del pur fondamentale ambito degli studi sulle sacre scritture, riguardando, più in generale, il rapporto tra cultura e tradizioni orali e storia.

  2. La casa editrice mi pare dell’ambito evangelico-fondamentalista, il che non sarebbe il massimo,per i miei gusti. Ma magari serve anche questo, quando l’esegesi cattolica sembra essere quanto di più “a[nti]cattolico” possibile.
    Piuttosto, mi chiedo quale sia la tua posizione in merito, visto che tempo fa ti sei espresso in termini di perplessità sulla categoria della “testimonianza oculare”. Sintomo di revisione?
    Auguri di ogni bene!

  3. Raramente sono d’accordo con qualcuno al – diciamo così – cento per cento. Ma questo è un saggio importante, anche se ovviamente non è impeccabile (ci mancherebbe). Ha suscitato parecchie critiche, quindi la sua traduzione italiana è un’ottima occasione per verificarne la validità. Un altro vantaggio è nel prezzo, assolutamente competitivo (soprattutto in considerazione della mole: i difetti non mancano, ma si chiude volentieri un occhio). Il volume, per la cronaca, è stato pubblicato con i fondi dell’otto per mille della Tavola Valdese… Facciamolo leggere a Flores D’Arcais!

    Un caro saluto a tutti e due.

      • Gentilissimo Paolo, purtroppo in queste settimane sono alle prese con varie faccende e con un trasloco imminente: mi piacerebbe molto avere il tempo per alcune osservazioni personali, ma non credo di potercela fare… In futuro, chissà… Grazie comunque per la proposta!

  4. Pingback: Recensione del libro “Gesù e i testimoni oculari” | UCCR

  5. Eccezionale chi, facendo di ogni erba un fascio, crede di parlare di esegesi cattolica, rifacendosi a non so quale autore.
    Più obiettività e meno sarcasmo sarebbe un buona rfegola di educazione.

  6. Ho appena comprato il libro. Promette bene, esce finalmente dal paradigma opprimente della storia delle forme. Metto il link a questa pagina sul blog di Rodari, dove c’è un supplemento di discussione.

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