La coscienza messianica di Gesù

di Paolo Sacchi

I brani sono tratti da Paolo Sacchi, Gesù e la sua gente, San Paolo, Cinisello Balsamo 2003, pp. 176-190.

Nella presentazione di Gesù e della sua dottrina, nei sinottici appare una sorta di progressione, il cui momento discriminante è l’annuncio della passione. Gli insegnamenti anteriori a questo momento riguardano essenzialmente l’etica del seguace, il suo comportamento verso gli altri uomini; gli insegnamenti posteriori hanno uno sfondo più vasto, investono l’uomo non di fronte alla società, ma di fronte all’eterno. I temi del giudizio e della giustificazione, della vera natura del Figlio dell’Uomo, della catastrofe imminente appartengono tutti a questa seconda parte. E tutti sono, perciò, connessi con l’annuncio della passione e della sua necessità.

Fino a questo momento Gesù ha insegnato come un maestro di Israele: ha indicato una morale e ha indicato un criterio del giudizio di Dio. Ma, a parte l’autorità con cui parlava, non ha compiuto nessuna azione messianica. Finora Gesù ha insegnato: ha detto parole bellissime, ha operato miracoli, ma non ha fatto nulla che operasse una rivoluzione nel mondo, quale ci si aspetta dal Messia. Non ha mai detto di dover fare qualcosa che solo lui poteva fare. Creare uno schema etico era opera di un buon maestro e guarire un malato o cacciare un demonio erano opere di un taumaturgo o di un esorcista, bravo quanto si vuole, ma sempre azioni umane. È vero che Gesù aveva detto di essere il Figlio dell’Uomo e aveva spesso imposto a coloro con cui era venuto in contatto di non parlare di ciò che aveva compiuto e uno dei segni messianici era il nascondimento, ma quanti avranno capito? E, in ogni caso, solo i presenti al fatto. Ma doveva venire il momento della rivelazione messianica: quello in cui avrebbe fatto qualcosa.

La profezia della passione

Quando Gesù andò da Giovanni Battista, sapeva di avere una sua identità da scoprire e una missione da compiere. Durante l’incontro con Giovanni, Gesù apprese di essere il Figlio prediletto, di avere l’autorità del Figlio dell’Uomo. Ma la coscienza completa della sua missione venne a Gesù mentre si stava spostando fra i villaggi intorno a Cesarea di Filippo. Tutto, nel racconto, ha il senso del non previsto.

Mentre sta camminando, apparentemente in un momento di distensione, quando gli animi sono rivolti a guardare il paesaggio o a meditare tranquillamente, Gesù all’improvviso pone ai discepoli una domanda radicale. Leggiamo la vicenda drammatica nel testo di Marco (8,27-33). Si trova con poche differenze anche in Matteo (16,13-23) e in Luca (9,18-22) [1].

«Gesù partì con i suoi discepoli verso i villaggi intorno a Cesarea di Filippo. Per via interrogò i suoi discepoli: “Chi dice la gente che io sia?”. Essi gli risposero: “Giovanni il Battista, altri poi Elia, e altri uno dei profeti”» (Mc 8,27-28).

Che ci fossero personaggi che non erano morti e che vivevano in qualche parte del cielo era credenza diffusa fra gli ebrei del tempo di Gesù. Elia, poi, era stato rapito in cielo secondo il racconto di 2Re (2,11) e il profeta Malachia (3,23) aveva detto che un giorno Dio lo avrebbe rimandato sulla terra per realizzare un’opera di salvezza. Ancora oggi, durante il seder pasquale, gli ebrei mettono a capotavola una sedia vuota per il caso che Elia dovesse giungere secondo la promessa antica. Anche di Enoc si sapeva che era stato preso da Dio prima della morte e condotto in qualche parte del cielo (Gen 5,24). Questi personaggi secondo una tradizione antica erano nati e non morti, ma al tempo di Gesù la credenza che uomini pii dovevano vivere in cielo per essere rimandati sulla terra per operazioni di salvezza deve essersi diffusa anche per altri personaggi particolarmente venerati e che non erano stati rapiti in cielo. Da qui le risposte della gente, discordi nelle identificazioni, ma ferme su un punto: Gesù era certamente uno di quei personaggi che stanno in cielo e che Dio può rimandare sulla terra. Gesù non appariva un uomo come tutti gli altri agli occhi della gente. L’identificazione più grande era quella con Elia, ma Gesù disse che Elia era la figura di Giovanni Battista e, in questo senso, era come se Elia fosse già venuto (Mt 11,14). A questo punto, Gesù sa che per la gente è un inviato di Dio a scopo di salvezza.

Ripete allora la domanda per i discepoli, che hanno avuto con lui una convivenza particolare e più lunga: «E voi chi dite che io sia?» (Mc 8,29). La domanda mira ad appurare il grado di consapevolezza dei discepoli. La pienezza della missione può cominciare solo quando almeno i discepoli sanno chi è. La gente lo considera chiaramente un inviato particolare di Dio: un profeta redivivo. Ma i suoi discepoli dovrebbero essere andati più in là. Che cosa era restato nell’animo e nella mente di quei discepoli che erano presenti, quando lo spirito maligno cacciato da un uomo che si trovava nella sinagoga di Cafarnao gridò: «Tu sei il Santo di Dio!»? O quando aveva risanato un paralitico dopo avergli perdonato i peccati? Che cosa avevano ricavato dalla sua pretesa di essere il nascosto? (Mc 1,23-45).

Solo Pietro rispose. Che cosa pensassero in quel momento gli altri discepoli, la tradizione non ce l’ha trasmesso. «Tu sei il Messia» (Mc 8,29). Ancora una volta Gesù impose di non parlare di lui a nessuno. «E incominciò a in segnare loro che il Figlio dell’Uomo doveva soffrire molto… venire ucciso e dopo tre giorni risuscitare» (Mc 8,31).

Lasciamo andare se Gesù fu così esplicito nel parlare della sua resurrezione come il testo farebbe pensare. È opinione comune che l’evangelista abbia anticipato qualcosa che già sapeva. Ma l’affermazione di Gesù che la sua passione era necessaria è fuori da qualunque critica seria non solo perché la sua documentazione è ripetuta, ma soprattutto perché le azioni di Gesù sono quelle di chi ha accettato ciò che sarebbe dovuto accadere e a ciò si conforma. Il suo insegnamento si fa più vasto e profondo; per presentare se stesso in maniera definitiva, racconterà la parabola dei vignaioli cattivi.

Gesù fece questo discorso con chiarezza. Allora Pietro lo prese in disparte e si mise a rimproverarlo. Ma egli, voltatosi e guardando i discepoli, rimproverò Pietro e gli disse: «Via da me, satana! Perché tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini» (Mc 8,33).

Dunque, Gesù aveva spiegato ai discepoli che era necessario che morisse. Non sappiamo quali argomenti usò per il semplice fatto che la tradizione non ce li ha trasmessi, forse perché non furono capiti. Pietro espresse francamente la sua opinione: se era il Messia, come a lui era ormai chiaro, non poteva finire nella passione e nella morte. Così Gesù scorse nelle parole di Pietro l’ultima tentazione di Satana: rinunciare alla missione ricevuta dal Padre in cambio della vita.

La parabola dei vignaioli cattivi:
l’espressione più alta dell’autocoscienza di Gesù

L’episodio in cui Gesù narra la parabola dei vignaioli cattivi è forse quello in cui Gesù più disse di sé. Certamente la parabola non indica necessariamente che Gesù fosse figlio di Dio nel senso che queste parole hanno dopo i concili di Nicea (anno 325) e di Calcedonia (anno 451), se non altro perché le parabole sono esempi che ammettono una certa variabilità di interpretazioni e nessuno degli ascoltatori poteva pensare e capire al di là delle categorie del suo tempo. Guardiamo quindi il testo di questa parabola, cercando di interpretarlo con le categorie del tempo di Gesù.

Sia Marco sia Matteo e Luca hanno inserito la parabola in un contesto di disputa con i capi religiosi di Israele che domandano a Gesù su che cosa fondi l’autorità con cui parla. Evidentemente la parabola era tramandata inserita in questo contesto e così è raccontata dai tre con piccole differenze.

Diamo qui la versione di Marco 12,1-11 (cfr. Mt 21,33-44; Lc 20,9-18):

«Una volta un uomo piantò una vigna. La circondò di una siepe, vi fece un frantoio e vi costruì una torre. Poi la consegnò a dei contadini e andò a risiedere altrove. Quando fu il tempo, mandò a quei contadini un suo servo per ricevere da loro quel che gli spettava dei frutti della vigna. Ma quelli lo presero, lo picchiarono e lo rimandarono a mani vuote. Egli mandò loro, di nuovo, un altro servo; ma anche a questo ruppero il capo e lo insultarono. Ne mandò ancora un altro; e questo, lo ammazzarono. E così molti altri: alcuni li picchiarono, altri li ammazzarono. Ormai non aveva che una sola persona presso di sé, il [2] figlio amato. Come ultimo, mandò loro anche questo, pensando: “Avranno riguardo per mio figlio”. Ma quei contadini dissero fra di loro: “Questo è l’erede; suvvia, uccidiamolo e l’eredità sarà nostra!”. Lo presero, l’ammazzarono e ne buttarono il corpo fuori della vigna. Che farà il padrone della vigna? Verrà, farà strage dei contadini e darà la vigna ad altri. Non avete letto la Scrittura? “La pietra che i costruttori hanno scartata è diventata pietra angolare. Questo è stato fatto da Dio ed è meraviglioso ai nostri occhi”».

Alcuni elementi della parabola sono facilmente intuibili: il padrone della vigna è Dio. La vigna costruita con cura è Israele. Gesù si riallaccia qui a una credenza popolare e diffusa, che gli ebrei cioè erano colpevoli di avere perseguitato e ammazzato i profeti. Chi ascoltava poteva arrabbiarsi, ma capiva benissimo. Poiché gli ebrei hanno ammazzato i profeti, a Dio non resta altro che mandare sulla terra l’ultimo suo rappresentante, il figlio amato, cioè Gesù. La posizione in cui Gesù mette se stesso nel rapporto con Dio è altissima. Se per chi ascoltava «figlio di Dio» poteva voler dire poco, Gesù chiarisce che il figlio di Dio in questo caso non è soltanto un uomo cui egli abbia affidato un compito importante, come la gente poteva capire: ce un particolare in più. Questo figlio è anche l’erede e, dunque, colui che, nella parabola, è destinato ad avere tutto il patrimonio del padre. Nella società palestinese dove la famiglia formava un’unità molto più solida che nella nostra società, il figlio partecipava già delle ricchezze del padre. Si pensi alla parabola del figlio prodigo: al figlio restato col padre, questi può dire: «Tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo» (Lc 15,31). Il figlio, specialmente se unico, può ben dire di possedere l’eredità del padre, che in qualche modo è già sua.

Questa parabola si distingue chiaramente dagli episodi raccolti da Marco all’inizio del suo vangelo e che dovevano servire a dimostrare chi era Gesù. In effetti questa parabola dice di più, ma non dimostra nulla: ha un significato solo per chi ha già accettato la messianicità di Gesù. Il miracolo della guarigione istantanea del paralitico cui sono rimessi i peccati vuol dimostrare che Gesù ha poteri divini (Mc 2,2-12). Nel caso dello spirito immondo, è un’entità spirituale che afferma chi è Gesù (Mc 1,23-28); nel caso del lebbroso (Mc 1,40-43), si aveva un segno che serviva per identificare Gesù, ma una parabola come questa dei cattivi vignaioli, che è un’interpretazione globale della storia di Israele con la funzione di essere argomento della messianicità rifiutata di Gesù, presuppone un’autocoscienza di Gesù ormai completa che non cerca più argomenti per spiegarsi. Ormai egli sa che i suoi discepoli sanno che il Messia è lui. A noi confrontare la parabola dei vignaioli con i fatti successivi alla sua narrazione.

Gesù rispose con questa parabola a chi gli chiedeva con quale autorità parlasse e facesse i miracoli; quindi anche questa sua parabola doveva servire a spiegare l’origine della sua autorità a chi gli aveva domandato con quale autorità facesse ciò che faceva, ma, come spesso accade nelle riposte di Gesù, la risposta va oltre la domanda. Chi aveva posto la domanda conosceva bene la Scrittura e Gesù costruisce la sua risposta sulla logica del salmo 118, dove si parla di una pietra angolare che era stata scartata e che era diventata fondamento della costruzione per intervento diretto di Dio.

L’autore del salmo ringrazia Dio per una vittoria probabilmente contro nemici interni. «Grida di giubilo e di vittoria nelle tende dei giusti; la destra di Jhwh ha fatto meraviglie, la destra di Jhwh si è alzata; la destra di Jhwh ha fatto meraviglie. Non morirò, resterò in vita e annuncerò le opere di Jhwh. Jhwh mi ha provato duramente, ma non mi ha consegnato alla morte. Apritemi le porte della giustizia [cioè del Tempio]; entrerò a rendere grazie a Jhwh. È questa la porta di Jhwh. Ti rendo grazie perché mi hai esaudito, perché sei stato la mia salvezza. La pietra scartata dai costruttori è diventata testata d’angolo: ecco l’opera di Jhwh» (Sal 118, 15-22).

Questa parabola è il testo più alto che Gesù ci abbia lasciato circa il senso della sua missione. Essa non parla soltanto del particolarissimo rapporto che Gesù pensava di avere con Dio e quindi del fondamento della sua autorità, ma dice anche il senso ultimo della missione di Gesù: la necessità della sua morte, perché il regno di Dio sia predicato. Perché questo avvenga, è necessario che una pietra sia scartata: solo in quanto scartata essa può diventare «pietra angolare». La Scrittura era letta, almeno negli ambienti di tipo essenico, come profezia, e Gesù applico a sé questo salmo usando lo stesso procedimento con cui aveva applicato a sé, nella sinagoga di Nazaret all’inizio della sua missione, un passo di Isaia (Lc 4,16-21 ). Se Gesù applicò a sé il salmo 118, la pietra scartata è lui stesso. Per diventare testata d’angolo è indispensabile che sia rifiutato e «rifiutato» significa ucciso, data l’identificazione di Gesù col Figlio amato e massacrato.

Il senso della missione di Gesù

Quando Gesù ebbe spiegato ai discepoli i motivi per cui avrebbe dovuto affrontare la passione, Pietro si ribellò, perché non aveva capito e forse è per questo che la tradizione ha perso la spiegazione di Gesù. Fra i tanti modi con cui gli ebrei si immaginavano il Messia, evidentemente non c’era quello che Gesù aveva indicato. Proprio perché Pietro era convinto che Gesù fosse il Messia, non poteva accettare le spiegazioni di Gesù. Anche Matteo, che amava ricercare nella Scrittura figure di ciò che riguardava la vita di Gesù, in questo caso non aggiunse nulla; ma si trattò certamente dei medesimi argomenti per cui aveva dichiarato che non era venuto ad abolire la Scrittura, ma a darle compimento (Mt 5,17-19). Per questo disse che era necessario che soffrisse e morisse.

Per noi, è come se Gesù avesse detto semplicemente che era necessario che soffrisse: in ogni caso, lo dichiarò dopo essersi accertato che i suoi discepoli sapevano, erano certi che il Messia era lui, Gesù. Gesù raggiunge la certezza della passione nella pienezza della coscienza messianica. Pietro non capì e anche noi abbiamo difficoltà, perché ci manca la spiegazione che dette il protagonista nel momento stesso in cui enunciava il suo progetto. Non resta che aiutarci sulla base di ciò che Gesù disse e fece dopo.

Al tempo di Gesù ci si poteva aspettare dal Messia (o dai Messia) molte cose, come la liberazione dai romani e il Regno di Israele. Si poteva attendere anche la conversione di Israele e la sua liberazione dal peccato, come sperava l’autore del testo qumranico 11QMelch [3] o l’autore del Testamento di Levi [4]. Abbiamo visto attraverso Giovanni Battista che molti erano convinti che il vero ostacolo alla salvezza di Israele era il suo peccato. Anche l’autore anonimo, di poco anteriore a Giovanni, che scrisse i Salmi di Salomone, era della stessa opinione [5]. Abbiamo visto che per Giovanni nemmeno la conversione era sufficiente, perché il peccato lasciava una traccia che non permetteva di accostarsi a Dio e a Dio di accostarsi all’uomo. Il problema del peccato, che impedisce il rapporto con Dio, era allora gravissimo e sentito da molti. È in questo bisogno di salvezza terrena, vissuto sullo sfondo dell’eterno, che si snoda la vicenda di Gesù.

Gesù fino a questo momento ha insegnato i fondamenti della società ideale; ha annunciato che Dio si sarebbe avvicinato all’uomo, che avrebbe gettato nella storia un seme che sarebbe cresciuto fino a diventare un albero. Ha detto che questo seme si sarebbe sviluppato indipendentemente dal fatto che gli uomini ne avessero la percezione o meno. Il seme era la sua predicazione del Regno, ma come sarebbe stato l’albero né lo sapevano coloro che ascoltarono Gesù, né lo sappiamo noi, perché Gesù non l’ha detto, e l’albero non ha concluso la sua crescita.

Adesso Gesù raggiunge la piena coscienza che manca ancora qualcosa alla realizzazione della sua missione: quello che è ricordato come la sua passione. Fa parte della sua missione andare a Gerusalemme e lì affrontare la passione, che doveva essere affrontata da lui proprio in quanto re/Messia: questo aspetto della sua persona, il suo essere re, non lo aveva ancora rivelato. Si era presentato come Figlio dell’Uomo, ma nell’immaginario dell’ebreo del tempo il Figlio dell’Uomo non era re, anche se superiore ai re: in nessun caso re d’Israele, mentre antiche profezie parlavano del Messia come di un re d’Israele. Il Messia era il re unto e Gesù doveva mostrare che lui era effettivamente, in quanto Messia, re. Forse Gesù spiegò qualcuna di queste cose a Pietro, quando annunciò la sua passione, ma nella tradizione di quel colloquio non c’è restato che l’argomento senza particolari.

Resta chiaro che Gesù sapeva che era necessario che soffrisse e per questo non si sarebbe sottratto al dolore, proprio perché la sofferenza, la sua sofferenza, faceva parte della missione. Anzi, in relazione alla sua missione, aggiunse che, se qualcuno voleva seguirlo, doveva rinnegare se stesso e, in definitiva, affrontare il dolore e, forse, la morte (Mc 8,34). Come dire che, con la sua passione, la sofferenza e il dolore non sarebbero cessati e spariti dal mondo, ma avrebbero continuato ad avere il valore che avevano per lui. La sua passione e la sua morte non avrebbero posto fine né al dolore, né all’ingiustizia che spesso ne è causa.

Perché il Messia, re e Figlio dell’Uomo, doveva affrontare il dolore e la morte, per operare il «riscatto» (Mc 10,45) dell’umanità? E da che cosa doveva riscattarla? «Riscattare» è il verbo che indica il pagamento del prezzo per liberare uno schiavo o un prigioniero. Secondo l’immaginario dell’ebreo del tempo, chi ascoltava doveva cogliere l’allusione a un’umanità prigioniera di un re perverso: certamente Satana (cfr. Mc 3,20-27). Nell’immaginario del tempo anche Satana aveva, come Dio, un suo Regno, che poteva essere identificato con la tenebra opposta alla luce del libro della Genesi, o con una delle due parti in cui Dio divideva gli uomini assegnandoli secondo la sua imperscrutabile volontà al dominio dell’arcangelo del bene, o a quello del grande angelo del male (1QS 3,25 – 4,2). Nel libro dei Giubilei (10,8-10), Satana manda a Dio il suo ambasciatore per chiedere che una parte degli spiriti maligni resti ai suoi ordini: l’immagine dei due regni contrapposti è chiarissima.

L’immagine dei due regni al tempo di Gesù doveva essere diffusa. Gesù avrebbe riscattato con la sua passione gli uomini dal dominio di Satana. Il discorso di Gesù si approfondisce quando, poco dopo, scende dal monte della trasfigurazione.

La trasfigurazione

È dopo che Gesù ha predetto la sua passione e quindi il suo progetto messianico, che i vangeli sinottici pongono la trasfigurazione, che in qualche modo anticipa la gloria della resurrezione:

«Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e li portò su un monte alto, in un luogo appartato, loro soli. Si trasfigurò davanti a loro: le sue vesti divennero splendenti, bianchissime, come nessun lavandaio sulla terra potrebbe renderle così bianche. E apparve loro Elia con Mosè, che discorrevano con Gesù» (Mc 9,4).

La trasfigurazione conferma ai discepoli che l’uomo Gesù è il Messia celeste, quel Messia che egli ha detto, e che proprio per questo suo essere il Messia celeste dovrà affrontare la passione. La trasfigurazione è anche il pegno che Gesù dà ad alcuni discepoli della loro gloria futura (Mc 9,2-10; Mt 17,1-13; Lc 9,28-36).

Poco dopo, mentre scendono insieme dal monte, i tre discepoli domandano a Gesù: «“Perché gli scribi dicono che prima [del Messia] deve venire Elia?”. Rispose loro: “Sì, prima viene Elia e ristabilisce ogni cosa; ma, come sta scritto del Figlio dell’Uomo? Che deve soffrire molto ed essere disprezzato. Orbene, io vi dico che Elia è già venuto, ma hanno fatto di lui quello che hanno voluto, come di lui sta scritto”» (Mc 9,11-13).

Dalla trasfigurazione Gesù ha aumentato ancora il senso della necessità della passione, che in un certo senso è già cominciata. Il tempo che intercorre fra la certezza di una sventura e l’accadere della sventura produce uno stato di ansia, che è già una sofferenza. Diversamente dal colloquio con Pietro, questa volta la tradizione ci ha conservato il ricordo dell’appello di Gesù alla Scrittura. Sembra che debba esistere un passo che possa suonare più o meno così: «Il Figlio dell’Uomo soffrirà». Questo passo nella Scrittura non c’è, come non c’è né nella letteratura apocrifa, né in quella qumranica.

Il discorso è cominciato con una domanda dei discepoli, che sanno che esiste una profezia riguardante il ritorno di Elia sulla terra, perché l’hanno sentita dire, ma non sanno se c’è anche nella Scrittura. Gesù conferma che la profezia è proprio tale e non è una semplice voce popolare, né un’opinione di dotti. Si rifà evidentemente all’ultima parte del libro di Malachia, dove sta scritto: «Ecco, io invierò il profeta Elia, prima che giunga il giorno grande e terribile del Signore, perché converta il cuore dei padri verso i figli e il cuore dei figli verso i padri; così che io, venendo, non colpisca il paese con lo sterminio» (Ml 3,23-24).

Quindi Elia doveva tornare sulla terra secondo un’antica profezia. Doveva venire per ristabilire una situazione conflittuale di Israele e permettere così l’avvento della visita di Dio al suo popolo per mezzo del Messia. «Per mezzo del Messia» non sta scritto, ma l’interpretazione di Gesù scorre ovvia. Gesù considera la profezia del ritorno di Elia già realizzata, evidentemente in Giovanni Battista, che ha incontrato la morte proprio per essere stato fedele alla sua missione. Come per la malvagità umana è caduto il profeta del Messia, così dovrà cadere anche il Messia. Come la morte del Battista in quanto Elia inviato al suo popolo non era prevista dal piano divino, così la venuta del Messia sarebbe stata diversa, se avesse incontrato un’umanità diversa.

Alcune parole non presenti in Marco illustrano questo pensiero che giace nel profondo dell’animo di Gesù: «Gerusalemme, Gerusalemme, che uccidi i profeti e lapidi quelli che ti sono inviati; quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli, come una gallina raccoglie i pulcini sotto le ali; e voi non avete voluto!» (Mt 23,37; cfr. Lc 13,34).

Fra la promessa e la sua realizzazione c’è uno scarto, la cui luce si riverbera sul destino del Messia. È a causa della malvagità umana che il Messia deve venire ed è a causa della malvagità umana che deve soffrire. È un discorso la cui verità si intuisce, ma si razionalizza male, perché riguarda l’azione di Dio e la sua preveggenza: esiste una partecipazione dell’uomo alla storia che modifica il progetto divino, anche se la sua conclusione ultima non poteva essere ignorata dall’Onnipotente.

Spostando il discorso dal Messia genericamente profetizzato dalla Scrittura a se stesso, Gesù pronuncia la frase: «Egli [cioè il Figlio dell’Uomo] deve soffrire molto». Dice «soffrire», non «morire». La morte del Messia non è prevista dalla Scrittura, in quanto rappresenta la volontà di Dio nel passato. Essa deriva dall’indurimento del cuore degli uomini, che per il loro indurimento hanno già ammazzato il Battista.

D’altra parte, esistono passi scrittu-ristici che parlano della persecuzione e della sofferenza del giusto come molti salmi. Soprattutto, Gesù poteva avere in mente il Salmo 89, nel quale un re unto si lamenta con Dio che ha promesso protezione eterna alla sua stirpe e, quindi, anche a lui. Ma ecco che quel re unto si trova in una situazione disperata ed esclama: «Tu lo [cioè il re] hai respinto e ripudiato, ti sei adirato contro il tuo unto [cioè il tuo messia]» (Sal 89,39). Gesù sente di trovarsi nella posizione del messia respinto di cui parla il salmo. Tutto gli dice che la Scrittura ha previsto e vuole la conclusione della sua missione nel dolore.

Il discorso di Gesù nelle discussioni con i discepoli o con la gente si fa sempre più largo. La coscienza del suo messianismo, sia pure tragico, si fa sempre più piena e grandiosa. «Chiunque vi darà da bere un bicchiere d’acqua, perché siete del Messia, vi dico in verità che non perderà la sua ricompensa» (Mc 9,41).

Anche i discepoli vivono, a modo loro, nella nuova atmosfera, in cui si scorgono sempre più gli aspetti sovrumani dell’uomo Gesù. Ecco i due figli di Zebedeo che vogliono sedere uno alla destra e uno alla sinistra del Messia glorificato. La risposta di Gesù è che devono soffrire come soffrirà lui, ma nemmeno questo è sufficiente, perché sedere nel Regno alla sua destra o alla sua sinistra non dipende da lui. Anzi, approfitta di questa piccola bega di potere per dare un altro insegnamento fondamentale: «Chi vuol essere il primo tra voi, sia il servo di tutti». L’esempio è tratto da lui stesso: «Il Figlio dell’Uomo non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti» (Mc 10,44-45).

La morte di Gesù servirà per riscattare molti e «molti» nella Palestina del tempo di Gesù può stare in luogo di «moltitudine», di «tutti».

Gesù stesso affronta temi relativi all’aldilà con la parabola degli operai dell’ultima ora (Mt 20,1-16). Nel regno di Dio, che qui ha acquistato il senso di Regno celeste e come tale già pienamente esistente, non ci saranno premi diversi a seconda della quantità di lavoro svolto per il Regno e nel Regno da parte di ciascuno durante la vita. Gli operai che hanno risposto alla chiamata del proprietario della vigna al mattino avranno la stessa ricompensa di coloro che hanno risposto all’ultimo momento della giornata. In paradiso non ci sono posti di prima fila e loggione. La beatitudine non è data secondo una giustizia retributiva, ma secondo la giustizia di Dio, che è misericordia e, di fatto, non corrisponde né alle aspettative umane, né alla logica umana. Rispetto al Regno di Dio o si è dentro o si è fuori.

Gesù parla anche della dignità del Messia (Mc 12,35-37; Mt 22,41-45; Lc 20,41-44). Questa volta è lui stesso che prende la parola. È un problema che gli sta a cuore chiarire. Perché gli esperti della Scrittura dicono che il Messia è figlio di David, se David scrisse in un suo salmo: «Disse il Signore [cioè Dio] al mio Signore [cioè il re, il Messia]: “Siedi alla mia destra, finché io ponga i tuoi nemici a sgabello dei tuoi piedi”»? Se David chiama il Messia «mio Signore», com’è possibile che sia suo figlio? Il Messia è signore anche di David.

Oggi si discute se questa affermazione di Gesù, certamente autentica, ha valore assoluto o relativo. Si discute cioè se Gesù escludeva la sua discendenza carnale da David o se voleva parlare della sua dignità, che è superiore a quella di David. La tradizione della Chiesa ha accettato da sempre la seconda soluzione; ma il testo di per sé è almeno ambiguo. Se non avessimo le genealogie di Gesù di Matteo e di Luca, dovremmo necessariamente accettare la prima interpretazione. In ogni caso, il Messia è molto al di sopra di David.

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Note

[1] Luca fa svolgere la scena in luogo appartato, ma sicuramente non è la situazione originale. L’importanza, direi la fondamentalità, della scena sembrava esigere l’isolamento del sacro. È per questo che l’originalità di Marco è certa. Anche Matteo sfuma la semplicità della scena marciana.

[2] Il: nel greco l’articolo non c’è e la traduzione è «un figlio amato». Ma il senso del racconto è chiaramente «il figlio amato». La mancanza dell’articolo che produce il significato di «un» si spiega bene pensando allo svolgimento del racconto. Dopo aver esaurito la serie dei servi, al padrone non resta che una sola persona, che non appartiene alla categoria dei servi, ma a quella dei figli. Comunque, il discorso prosegue avendo come personaggio un solo figlio, cioè il figlio amato.

[3] II Melkisedek di questo testo è il grande angelo che sta a capo del partito della luce secondo la teologia di Qumran. Si legge alla colonna 2,5-6: «Essi sono l’ere[dità di Melki]sedek, che li farà ritornare a se stessi. Proclamerà per loro la liberazione, affrancandoli [dal peso di] tutte le loro iniquità».

[4] Secondo il Testamento di Levi, il cui autore attende due Messia, il Messia più importante sarà il sacerdote e il suo compito principale e definitivo consisterà nel «legare Satana» (TLevi 18,12).

[5] Cfr. PsSal 17,5.