Presupposti di una teologia della storia

Il brano è tratto da Enrico Castelli, I presupposti di una teologia della storia, CEDAM, Padova 1968.

Tutta la storia della filosofia moderna è la storia della corsa alla solitudine attraverso il terrore della solitudine stessa: storia dei tentativi per instaurare una comunicazione oltre alla parola rivelata. La storia politica è la storia dei tentativi di limitare i danni che gli individui (i solitari) recano quasi loro malgrado (pessimismo profondo. Assertori autorevoli: Machiavelli e Lutero). Così è nata la politica dell’anonimo. Un tentativo disperato; e, si può aggiungere, disperante. L’Umanesimo dei teologi-filosofi del Quattrocento era stato l’ultimo grandioso sforzo per opporsi alla minaccia di una statolatria che già si annunciava.

La filosofia moderna ha [infatti] dimenticato: 1) che si può donare; 2) che la storia degli esseri umani non si può prescindere da una storia della follia; 3) che esiste una animalità di cui tenere conto. La storia della filosofia moderna per buona parte è la storia di un’ossessione: l’obiettività. Storia di un’impresa disgraziata: spiegare razionalmente tutto. E di una formula: tutto ciò che è reale è razionale e tutto ciò che è razionale è reale. Giustamente è stato scritto: «…in fondo Hegel cominciò soltanto dal punto dove Carlo V finì… in un chiostro a regolare orologi».

Dal fallimento di un’impresa è nata la scienza moderna; la dottrina della scienza ha ceduto il posto alle scienze che si sono trasformate quasi inavvertitamente in potenza (tecnica). E questa potenza è stata tanto forte, una seduzione così sottile, da rendere insignificante l’interesse per la scienza in sé. È sorta gigante una scienza delle previdenze sociali, una delle riduzioni spaziali e del tempo contratto o risparmiato (sentire di più, vedere di più, fare di più, cioè in minor tempo) […]. Si è dimenticato che il tempo è un dono, un dono prezioso, sul cui buon uso la Chiesa ha sempre parlato. Costante ripetersi di un richiamo ammonitore che purtroppo trova sempre meno orecchie disposte ad ascoltarlo.

In un certo senso, il tempo della Grazia è la Grazia del tempo. La Grazia è un dono. Ma il pensiero moderno ha perduto il senso della Grazia, e del dono. Ha incominciato col dire: «ch’io sia non c’è dubbio», ma non si è posto il problema se questa sia una grazia o una disgrazia. Anzi ha riconosciuto che la Grazia riguarda la Fede , mentre quelli che hanno fede sanno che senza la Grazia non c’è fede. «Si chiede bene a Dio di rivelarsi; ma per lo più l’uomo comincia col porre le sue condizioni, come se non cercasse altro che decretare l’apoteosi ai suoi propri desideri; bramando di seguire in disparte un più dolce sentiero, esige che questo sentiero sia la vera via». Così ha scritto un grande pensatore, Maurice Blondel; ma il suo pensiero non ha lasciato traccia. È avvenuto che il se nella storia ha perduto ogni senso; se le cose sono andate così, non potevano che andare così…

La caduta del condizionale ha fatto svanire la coscienza di una caduta iniziale. Per questo la storia del pensiero moderno può ben dirsi la storia di una scristianizzazione crescente. Non si è tenuto conto che sempre si può introdurre il se nella storia, meno che nella storia di Cristo. È globale, il Cristo. Un tutto: il condizionale non ha senso, fa perdere il senso. La fenomenologia della Passione è decisiva illico et immediate. Se non fosse la storia di Cristo (vero Dio e vero Uomo) sarebbe una triste storia qualunque di un qualunque partigiano disgraziato. Insomma: la descrittiva è nello stesso tempo simbolo (edificante) e monito (moralizzante). Un documento che non chiede una prova per la sua validità. È il documento che documenta. Ma queste considerazioni sembrano estranee alla indagine filosofica, e in realtà lo sono, ma per quella filosofia che ha rotto tutti i ponti con la teologia, perché essa stessa è una teologia deformata.

C’è una filosofia per la quale non ha significato parlare di filosofia della religione e tanto meno di teologia della storia. «La ragione ha un solo mezzo per spiegare ciò che da essa non proviene, è quello di ridurlo a nulla», ha scritto un filosofo inglese di questo secolo, puntualizzando l’essenza della filosofia moderna. Non si è tenuto conto che se è lecito costruire una logica, non è però lecito costruire una logica che non sia la logica della pazzia evitata.

«Profezia non significa semplicemente predire: significa promettere», così scrive Cassirer nel suo Saggio sull’uomo, e aggiunge: «Questo è il nuovo tratto caratteristico che appare evidente per la prima volta nei profeti di Israele, Isaia, Geremia ed Ezechiele. Il loro futuro ideale implica la negazione del mondo empirico, la fine di tutti i giorni; ma contiene nello stesso tempo la speranza e la certezza di un nuovo cielo e di una nuova terra». Verissimo. Ma il mondo d’oggi ha perduto il senso della profezia. Se il profeta predicesse soltanto, ogni scienziato sarebbe un profeta. Nel profeta e nella predizione c’è una voce che trascende il calcolo (quel calcolo che permette all’astronomo di annunciare l’apparizione di una cometa). C’è un impegno e una garanzia che si traduce nel «Non sono io che vi annuncio, io non sono che lo strumento di una voce che non mente» – e conclude: «Ascoltatemi, perché solo ascoltandomi saprete ascoltare». Sotto questo aspetto la filosofia si avvicina alla profezia; è anch’essa un invito ad ascoltare, una voce troppo spesso soffocata dal calcolo, dalle fallaci anticipazioni dei fenomeni naturali. Quasi che i fenomeni della natura fossero davvero dei fenomeni naturali, e i giorni non subissero consumazione, ed avesse senso dire: sempre giornate. Mentre credere in una giornata è non credere […].

L’umanesimo sembra contenere la soluzione di questa stessa difficoltà che riduce la storia al presente. Presente nostalgico o presente inaudito, poco importa; ciò che invece importa, ed è grave, anzi fatale, è la sua riduzione al solo presente. Se tutto è presente, se tutto è l’ora, l’allora non ha più significato, per quanto il presente possa essere gravido del passato, ricco di emozionalità del ricordo. E la parola del poeta – «Ma dimmi, al tempo dei dolci sospiri / a che e come concedette amore / che conoscete i dubbiosi desiri?» – non avrebbe senso, se il «tempo dei dolci sospiri» non fosse carico di una durata, non più quello «dei dolci sospiri», ma solo il suo travestimento attuale, poiché travestirsi è sempre tradire. Tutto qui il segreto ed il problema: essere quello (l’allora) ed essere questo.

L’Umanesimo, nella sua visione del classico, ha fatto vivere la soluzione del problema attraverso la visione cristiana che inutilmente alcuni studiosi hanno voluto misconoscere o sottovalutare. Perché il classico che l’Umanesimo ha rievocato, è tale solo in quanto partecipe del sacro, anche se talvolta sembra molto profano. È la disputa delle arti contro la medicina, le scienze; è il conflitto di ciò che ha la sua radice nella dignitate hominis, nell’essere stesso dell’individuo che rievoca la rivelazione primigenia divina; conflitto con ciò che vincola (la necessità logica), ciò che rappresenta l’ineluttabile (la pura consequenziarietà) […].

Per questo il filosofare di un Pico della Mirandola e di un Ficino ha trovato la compagnia delle canzoni d’amore, nate nei cenacoli di Firenze; e la poetica si è affiancata al diritto, facendo rivivere il senso della justitia, che non si può risolvere nella matematica divisione di un bene qualunque. Questo sacro del classico ha il dono di partecipare del solenne e del gioioso a un tempo; il dono di una gravità che lascia il posto al sorriso. Non meravigliamoci se la novellistica dell’Umanesimo ha sconfinato troppo nel profano, e se la vita intima che un Matteo Bandello svela è talvolta scandalosa; è attraverso lo scandalo e la denuncia del costume che si prepara la rinascita dell’esprit de finesse di pascaliana memoria. Quello spirito d’intesa che nel Medio Evo si era rifugiato nell’arte di sottilizzare controversie teologiche, rinasce proprio dall’esame di una vita non ipocritamente falsificata […].

Il mondo non separa più, non isola, non divide; c’è posto per il ritmo che ne cadenza la vita attraverso l’arte e la poesia, c’è posto per la meditazione che non si perde nelle vie della logica formale, perché il senso del classico sovrasta. «Ut poetae cum christianis simul consentiunt», scrive il Pontano. Come i poeti e i cristiani insieme convengono.

Attestare ancora una volta che la disputa è indirizzata al rispetto dell’umanità, che nel rispetto del testamento, anche se non redatto nella debita forma, si mette in luce la dignità dell’uomo, è un compito per il quale la latinità è impegnata oggi più che mai. Dico latinità, nel suo significato più profondo: diritto e filosofia, filologia e poetica. Latinità è pur sempre senso del diritto che attraverso l’esperienza cristiana ha raggiunto la sua conciliazione con la charitas, creando una esperienza comune per la quale spirito latino significa spirito di comprensione. Un verso di Dante sembra riassumere mirabilmente lo spirito dell’Umanesimo: «Amor che nella mente mi ragiona». L’Umanesimo ha aperto il cammino al sentimento dell’approssimarsi, al sentimento di un diventare prossimo, evitando l’incubo del troppo vicino, della massa. A noi spetta di tenerlo in vita, quel sentimento; esso partecipa del sacro, ed è certo che, finché esso sussiste, Dante e Petrarca parlano ancora.