La Didaché

di Erik Peterson

L’articolo corrisponde alla voce «Didaché», in Enciclopedia Cattolica, Città del Vaticano 1948-1954, vol. IV, coll. 1562-1565.

L’unico manoscritto di questo opuscolo fu scoperto da Teofilo Bryennios, metropolita di Nicomedia, nel 1875, presso la Biblioteca del monastero del S. Sepolcro a Costantinopoli (riproduzione del manoscritto curata da R. Harris, Londra 1897). Due frammenti greci papiracei (capp. 1, 3-4; 2,7; 3,2) del secolo IV furono pubblicati da A.L. Hunt (The Oxyrhynchos Papyri, XV [Londra 1922], n. 1782, pp. 12-15).

Nelle Constitutiones Apostolorum, VII, 1-32, si è conservata quasi interamente un’altra recensione del testo greco della Didaché. Una traduzione copta dei capitoli 10,3b – 12,2a è stata trovata in un papiro da G. Horner (“Journal of Theological Studies”, 25 [1924], pp. 225-231; v. anche C. Schmidt, in “Zeitschrift für Neutestam. Wissenschaft”, 24 [1925], pp. 81-99). Una traduzione georgiana dell’intero testo fu resa nota da G. Peradze nella stessa rivista (31 [1932], pp. 111-116, 206). La traduzione latina, pubblicata da J. Schlecht, Doctrina XII Apostolorum (Friburgo 1900) contiene solo i capp. 1 – 6,1. Altri mezzi per la storia del testo sono gli antichi Ordini ecclesiastici e la vita araba del monaco Scenudi.

1. Integrità del testo

Il papiro Oxyrh. XV, n. 1782, ha qualche volta (p. es., 1, e 2,7) meglio conservato il testo originale. Le sezioni 1,5-6 e 13,5-7 mancano nella traduzione georgiana. Il testo copto aggiunge (come il testo greco in Const. Ap., VII, 27) alla fine del capitolo 10 una preghiera sopra il crisma. Le sezioni 1,3 e 2,1 mancano in una parte delle traduzioni (vd. A. Casamassa, I Padri apostolici, Roma 1938, pp. 10 sgg.). Bisogna ricordare che il testo di Bryennios, scritto nel 1056, è relativamente recente, e che per la ragione che la Didaché fu usata nell’insegnamento, bisogna pensare a rifacimenti (allungamenti o accorciamenti) del testo. Non è possibile ricostruire il testo originale o voler ritrovarlo nel manoscritto di Bryennios.

2. Contenuto

1) Parte morale (capitoli 1 – 6). La via della vita (capitoli 1 – 4). Amor di Dio e del prossimo. Regola aurea. L’amore del nemico è messo all’inizio. I singoli peccati che sono da evitare vengono nel testo di Bryennios elencati in grande disordine. Raccomandazione delle elemosine, del rispetto per i maestri, doveri verso i membri della famiglia, confessione dei peccati (4,14; che la confessione avvenga nella chiesa è una aggiunta tardiva, come dimostrano Ep. Barn. 19,13 e Const. Ap., VII, 14, 3). La via della morte (capp. 5 – 6). Nuovo elenco dei peccati, cominciando con l’omicidio e l’adulterio. L’obbligo di astenersi dagli idolotiti. Precede il consiglio di portare il giogo del Signore e di osservare i cibi (precetti ascetici).

2) Parte liturgica (capitoli 7 – 10). Battesimo, se possibile, nell’«acqua viva» (corrente). Formula trinitaria per il Battesimo. Digiuno (uno o due giorni) del battezzando e del battezzante. Nella settimana due volte digiuno in contrasto con gli usi giudaici. Tre volte al giorno preghiera del Padre nostro. Ringraziamento prima e dopo un pasto, sopra il calice ed il pane. Esclusione dei non battezzati dal banchetto.

3) Parte riguardante gli «Apostoli e i profeti» (capitoli 11 – 16). Distinzione del vero e del falso «profeta». I «profeti» ricevono le primizie come i sacerdoti del Vecchio Testamento. Celebrazione eucaristica domenicale. Ordinazione di vescovi e diaconi che non devono essere disprezzati, perché anch’essi prestano servizio come «profeti e dottori».

4) Parte escatologica (capitolo 16). La seconda venuta di Gesù.

3. I problemi della Didaché

a) Il carattere letterario. La Didaché non è uno scritto che rispecchia una situazione reale della Chiesa primitiva, ma una finzione letteraria per descrivere usanze e dottrine della Chiesa apostolica. È presupposto nella Didaché il vangelo scritto, forse il Diatéssaron di Taziano (dossologia dopo il Padre Nostro; citazione di Lc 6,30 in 1,4: v. Funk, Patres apostolici, vol. I, Tubinga 1901, p. 5). L’autore ha conosciuto la Lettera di Barnaba, che copia malaccortamente (Did. 4,1-2 paragonato con Ep. Barn. 19,10). La coppia di «profeti e dottori» in 15,1 si basa sulla menzione di questo gruppo in At 13,1, ma l’autore non era più al corrente del significato originale di questo accoppiamento (cf. E. Peterson, La leitourgía des Prophètes et des didascales à Antioche, in “Recherches de science religieuse”, 36 [1949], pp. 577-579). Nel tentativo di rappresentare il più antico rito del Battesimo (nell’«acqua vivente») non può celare usi battesimali di un’epoca posteriore (7,2-3).

b) La datazione. È molto probabile che in Did. 1,5 sia stato usato il Pastore di Erma (Mand., 2, 4-6), e d’altra parte la Didaché era conosciuta all’autore della Didascalia siriaca; dunque fra il Pastore di Erma e la Didascalia si deve fissare la data del nostro apocrifo (forse verso il 150).

c) L’ambiente di origine. Gli usi liturgici presupposti nella Didaché hanno molto in comune con quelli della letteratura pseudo-clementina: Battesimo nell’«acqua vivente» (Did. 7,1-2 e Pseud.-Clem. Contestatio, cap. I, p. 4, 20, ed. P. de Lagarde; Homil. XXVI, p. 117, 4 e 12 Lag.), digiuno di uno o due giorni prima del Battesimo (Did. 7,4, Homil. XI, 35, p. 119, 32; XIII, 9, p. 136, 21 ; XIII, 11, p. 137, 7; Recogn., VII, 34, 30) ed è Pietro che insegna la dottrina delle due vie. Ora si sa da Rufino (Commentaria in Symb. apost. XXXVIII; v. anche s. Girolamo, De viris illustr., 1) che la dottrina delle due vie, da lui identificata con la Didaché di s. Atanasio, Ep. Fest., 39, portava anche il titolo «iudicium secundum Petrum». Questo fatto suggerisce di inquadrare la Didaché nell’elenco degli apocrifi che trattano di Pietro. Se, come gli studi degli ultimi anni hanno dimostrato, la Didaché è una finzione letteraria, si potrebbe metterla forse in rapporto con alcuni Atti apocrifi (di Pietro, 2), come del resto anche la Didascalia siriaca presuppone la conoscenza della letteratura pseudo-clementina. Bisogna però sottolineare che si tratta di una sola ipotesi. Del resto la Didaché si distingue chiaramente dalla letteratura pseudo-clementina: mentre quest’ultima esalta la gerarchia della Chiesa, le preferenze della Didaché vanno verso i «carismatici» che portano i nomi di «apostoli, profeti e dottori». È impossibile spiegare il termine «profeta» ricorrente nella Didaché con il montanismo (contro Connolly e Vockes), perché i montanisti limitavano l’uso di questa parola a tre persone, i propagandisti del montanismo invece percepivano un salario e non furono rispettati come profeti. È certo che sul vocabolario della Didaché ha avuto grande influenza la lingua del Nuovo Testamento, ma è anche forse vero che esistevano nella Chiesa siriaca gruppi di carismatici che dall’autore della Didaché sono chiamati «profeti» (o similmente). Non è da escludere la possibilità che si tratti degli stessi asceti vaganti, dei quali le Epistole pseudo-clementine danno alle vergini una descrizione impressionante.

d) Sopravvivenza del testo. La Didaché era molto in voga in Egitto, come provano i papiri, s. Atanasio, la vita di Scenudi, ecc. Interessante è che la Chiesa egiziana non ha conosciuto solo «le due Vie» (che da alcuni sono riguardate a torto come un’opera giudaica), ma anche le tanto discusse preghiere dei capitoli 9 e 10. Dalla tradizione egiziana non si può dedurre una conclusione sicura sul significato originale di queste preghiere. Mentre i versetti di Did. 9,2.4 si trovano anche in testi eucaristici (Serapione, Sacramentarium, XIII, 23, ed. F.X. Funk, Paderborn 1905, p. 174; Papiro di Dom Balyzeh, in C.H. Roberts e B. Capelle, An early Euchologium, Lovanio 1949, pp. 26 sg.; Anaphora etiopica di s. Gregorio, ed. O. Löfgren – S. Euringer, Roma 1933), è stato dimostrato da (ps.?) Atanasio, Logos Soterias, cap. 13 (ed. E. v. der Goltz, Lipsia 1905) che la preghiera in Did. 9,4 veniva usata anche in preghiere comuni da tavola. L’esclusione dei non battezzati in Did. 9 dal banchetto non è una prova per il carattere eucaristico di queste preghiere. Anche nella letteratura pseudo-clementina i non battezzati sono esclusi dai banchetti comuni. Del resto, il testo di Bryennios, che sostituisce «pane» con «spezzato» (Did. 9,4), è una prova della influenza del linguaggio liturgico egiziano sul testo.

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