Gli dèi morenti e i culti misterici

di Ugo Bianchi

L’articolo è tratto da Sulle orme di Paolo, vol. IV, allegato alla rivista “Jesus” n. 3 (2009): pp. 52-57.

Dio ci ha fatto conoscere «il mistero della sua volontà», scrive Paolo ai cristiani di Efeso (Ef l,9ss.). Un mistero che «nelle età passate non fu conosciuto dai figli degli uomini, come ora è stato rivelato ai suoi apostoli e ai profeti per mezzo dello Spirito…» (3,3ss.).

Paolo usa più volte il termine mistero, il cui suono richiama concezioni e pratiche dell’antichità pagana, i misteri, o “culti di mistero”; e ci stimola alla ricerca di collegamenti eventuali, di affinità, di somiglianze e differenze. È ciò che hanno fatto con attenzione particolare gli storici delle religioni antiche, quegli studiosi del cristianesimo che intorno agli Anni Venti del secolo scorso si rifacevano alla cosiddetta “scuola storico-religiosa”, e anche gli storici della liturgia e della spiritualità cristiane.

Qualcuno vide nei riti pagani in questione quasi un’ombra anticipatrice della figura di Cristo, cosicché il cristianesimo potrebbe apparire come la rivelazione e la realizzazione piena di ciò che l’umanità aveva cercato e presentito fin dalla tradizione più remota. Altri invece avanzavano sostanziali obiezioni di fatto a certi accostamenti. Noi non ci fermeremo qui sulla contesa, ricordando piuttosto che tra le obiezioni più pertinenti una riguarda l’uso specifico del termine “mistero”.

I culti misterici pagani sono indicati in greco con il termine al plurale, mysteria. E questo plurale, come altri termini affini (teletai, orghia, tele) sta a indicare il carattere rituale degli atti religiosi in questione. I Padri della Chiesa, invece, usano il termine mysterion al singolare. E così sembrano dare all’espressione un significato quasi esclusivamente intellettuale e didattico, non un significato cultuale.

Nella Lettera agli Efesini abbiamo visto poi che mysterion indica un segreto nascosto in Dio e poi rivelato con Cristo. Il senso, dunque, è molto diverso da quello dei misteri greco-romani, con il loro carattere segreto, con la struttura mitico-rituale del culto, che è quella che qualifica il senso di “mistero” e “misterico” nel mondo pagano.

Dopo questa premessa, sarà utile qualche osservazione di base su caratteristiche e storia dei culti misterici nell’antichità pagana, tenendo però ben presente questo dato: il contesto storico della dottrina della salvezza e del messianismo cristiani è radicalmente diverso da quello dei culti del paganesimo antico. Sono anche diversi e per un aspetto contrapposti i sottofondi storici, cioè quello giudaico per il cristianesimo e i culti preistorici o protostorici mediterranei e asiatici per il paganesimo greco-romano.

Il contesto cristiano, con l’idea del Regno di Dio che culmina nell’evento di Cristo, è caratterizzato da elementi che non hanno alcun riscontro né con il paganesimo greco-romano in genere né con i culti di mistero in specie; questi elementi sono il monoteismo, la vocazione di Abramo, la storia del popolo dell’Alleanza, i profeti, l’incarnazione del Figlio di Dio, la Chiesa come corpo di lui, le Scritture, la dottrina degli ultimi tempi (escatologia). Nello stesso tempo, questi medesimi elementi caratterizzano alcuni altri aspetti: la vicenda di passione e di risurrezione del Cristo, la partecipazione dei fedeli a questa vicenda tramite il battesimo, la testimonianza che essi ne danno attraverso il banchetto eucaristico; e su questi elementi la scuola “storico-religiosa” ha potuto istituire delle comparazioni con i culti di mistero pagani.

Vediamo dunque di ambientare anche questi culti nel loro contesto storico e tipologico. Alla base, nell’antichità pagana, si trovano i cosiddetti “culti di fecondità”, che sono miti e rituali centrati su una coppia di divinità: madre e figlia come nel culto di Eleusi, sposo e sposa come nei culti di Osiride e Iside in Egitto, Attis e Cibele in Anatolia, Adonis e Afrodite in Siria, Dumuzi e Inanna presso i Sumeri, Tammuz e Ishtar a Babilonia. Delle due divinità, quella femminile è associata ai temi della vita e della fecondità; quella maschile (sotto un aspetto inferiore all’altra) è concepita come soggetta a un destino che la conduce a una fine violenta (rapimento o uccisione), e questa fine qualifica in senso prevalentemente funebre il personaggio. Ma sul piano rituale c’è un ritorno periodico (annuale o stagionale): un ritorno non del personaggio come tale, ma della storia complessiva che lo riguarda; cosicché nella vicenda si inserisce un elemento di ciclicità, talvolta già anticipato dal particolare mitico che il dio in questione passerà ogni anno una parte del tempo in questo mondo e un’altra parte nell’Ade.

Come si vede, qui assolutamente non si parla di risurrezione, intesa come trionfo definitivo della vita sulla morte; anzi, la risurrezione viene esplicitamente negata. E si comprende pure come una tipica divinità di tali culti – Adonis, l’amato di Afrodite – sia non già protagonista ma oggetto di una ripetitività rituale che Ovidio ben definiva “immagine replicata di morte”, repetita mortis imago. In un altro testo (l’Epitaffio di Adonis, del poeta ellenistico Bione) si invita Afrodite a non lamentarsi più quest’anno sul suo sposo morto, perché l’anno prossimo le toccherà replicare il lamento.

È però vero che nel culto di Attis (un altro di questi “dei morenti”) alcuni particolari del rituale accennano a manifestazioni di gioia dopo le manifestazioni di lutto (queste ultime accompagnate da cerimonie cruente, fino alla castrazione). Ed è vero che nel rituale di Osiride, in Egitto, il gioioso ritrovamento del dio faceva seguito alla crudele spartizione del suo corpo, ad opera del maligno Seth. Ma intanto Osiride veniva consacrato re dei morti, che vivono in una dimensione tutta speciale; e in questo senso veniva concepita la sua ricomposizione, il suo ritorno in vita.

I culti di fecondità di cui abbiamo parlato sinora si possono chiamare culti “mistici” (nel significato greco del termine, non in quello che ci è familiare). In essi, infatti, certi dei che appunto chiamiamo “mistici” (ai quali va aggiunto Dioniso), subiscono un destino che per un verso è puramente umano e per un altro è sovrumano: Adonis, Tammuz e gli altri prima ricordati sono pur sempre capaci di sommuovere annualmente la vita, con i loro rituali nuziali e orgiastici. Però la tonalità generale di questi culti rimane sempre tipicamente funebre, come risulta anche dalle immagini che troviamo scolpite su antichi sarcofagi. Dunque, culti “mistici”, nel senso sopra ricordato. Ma non tutti questi culti possono dirsi anche “misterici”. Sono “misterici”, infatti, quei riti che includono anche il cerimoniale dell’iniziazione, azione segreta che conferisce all’individuo iniziato (e non più alla collettività) le “buone speranze” per l’aldilà.

Vero e proprio culto di mistero, che conferisce tali speranze, è quello di Eleusi, fin da epoca greco-arcaica. Culti di mistero diventano talora quelli di Cibele e Attis e di Iside e Osiride. Però le “buone speranze”, la salvezza dai “dolori” non propongono affatto, almeno ad Eleusi, un parallelismo tra dio e fedele, o una incorporazione tra i due, oppure una “redenzione” dell’uomo; piuttosto, sembra instaurarsi una certa familiarità tra i due, cosicché il fedele per mezzo dell’iniziazione, si vede riconosciuta nel mondo infero una condizione di privilegio. Solo in qualche caso, come nei misteri del dio persiano Mithra, diversissimo dai malinconici dei morenti di cui si è parlato, sembra che si alluda a una ascensione dell’anima verso le sfere astrali, mentre nel caso dei “misteri” egiziani di cui ci parla Apuleio, si ha una “osirificazione” (trasformazione in Osiride) dell’iniziato.

Veniamo ora alla questione “Paolo e i misteri”. Da quanto si è detto risulta molto chiaro che non c’è parallelismo tra i misteri pagani e la visione paolina del battesimo come morte in Cristo e con Cristo, in vista di risorgere con lui (Romani 6,4ss.). E questo non solo a causa della storicità del sacrificio di Cristo (in contrasto col carattere mitico degli “dei morenti” del paganesimo), ma anche a causa di differenze essenziali nella struttura e nel significato delle rispettive concezioni.

Emerge tra queste differenze, giova ripetere, il carattere ineliminabile funebre dei personaggi divini nei misteri pagani; mentre nel caso dell’ “invitto Mithra” ciò che manca è invece la vicenda dolorosa, il destino di morte che accompagna le divinità protagoniste degli altri culti misterici. Resta solo un richiamo comune, ma generico, a una alternanza, a una “dialettica” dolore-gioia. Questo è un dato significativo, nell’ insieme di esperienze religiose per il resto fortemente diverse, quando non opposte, come appunto il messaggio cristiano e la “teologia dei culti di mistero”.

In particolare – e questo è di estrema importanza – nel funebre destino degli dei morenti dei misteri pagani non vi è nulla di sacrificale, nulla comunque che significhi donazione di sé. Come si è già osservato, questi dei sono piuttosto “oggetto” del loro destino: e i loro fedeli sono chiamati soltanto a una partecipazione emotiva. Li si invita a piangere la vittima di un destino crudele. Essi venerano uno che muore. Ma la morte non avviene per qualche cosa. Non è il supremo atto di amore.

Anche sotto questo aspetto ci appare chiara l’immensa diversità tra il patetico dramma erotico-funebre del mitico Adonis o Tammuz e il volontario sacrificio di Cristo secondo la forte espressione di Paolo nella Lettera ai Filippesi: «(Gesù Cristo) sussistendo in natura di Dio… svuotò se stesso, assumendo la natura di schiavo…» (2,5ss.). Analoga differenza si nota nell’effetto del sacrificio sui fedeli: «Consepolti con Lui per mezzo del battesimo nella morte, affinché, come fu risuscitato Cristo… così anche noi camminiamo in novità di vita» (Romani 6,4ss.). E scrivendo agli Efesini l’Apostolo ancora insiste: «“Risvegliati, o tu che dormi, e risorgi dai morti”, e Cristo ti darà luce» (5,14).