Paolo scrittore

di Giuseppe Ricciotti

Testo tratto da Giuseppe Ricciotti, Paolo apostolo, Coletti, Roma 1946, pp. 157-174 (§§ 161-185).

161. L’arte cristiana cominciò nel sec. XII a raffigurare Paolo munito di un’affilata spada, e questa raffigurazione diventò poi tipica nell’iconografia posteriore. Rappresenta quella spada soltanto il martirio dell’apostolo? No, alla mente dello storico essa simboleggia più giustamente l’arma spirituale impiegata da lui per primo fra i discepoli del Cristo, l’arma della scrittura.

A conferma di questa interpretazione simbolica si potrebbe far osservare che il Cristo non è raffigurato nell’iconografia con una spada, appunto perché non ha lasciato alcuno scritto. Il Cristo non doveva impiegare la spada della scrittura, perché egli stesso era la vivente… parola d’Iddio, ed efficace, e tagliente più di qualunque spada a doppio taglio (Ebrei, 4, 12). Paolo invece scrisse, e questa sua spada dopo tanti secoli non ha perduto nulla della sua tempera e della sua affilatezza.

Paolo medesimo ci fornisce la valutazione di se stesso come scrittore, quando afferma di essere ignaro di parola, ma non di conoscenza (II Cor., 11, 6); egli cioè si reputa, non già un esperto e sottile artefice della parola, ma un uomo che sente profondamente ciò che vorrebbe esprimere per mezzo di essa: inadeguata parola (lógos), ma pienezza di conoscenza (gnôsis).

162. Udita questa confessione di Paolo, dovremmo concludere ch’egli fu eloquente scrittore. Se ci rivolgiamo infatti a un maestro in materia, Quintiliano, egli ci ammonisce che Pectus est quod disertos facit, et vis mentis, ossia che la vera eloquenza è frutto, non già di artifizi di parole, bensì di sentimento (pectus) e di salda convinzione (vis mentis): e, queste cose, Paolo le ebbe ad esuberanza. Senonché, più precisamente, Quintiliano intende parlare del letterato consapevole della sua arte, di colui che riesce a racchiudere il suo profondo sentimento entro una forma sapientemente preparata, come il fonditore che fa colare il bronzo liquefatto entro lo stampo laboriosamente rifinito in precedenza.

Ora, siffatto artefice Paolo non è: non è un letterato di mestiere; egli non vede che il suo pensiero, non maneggia che il bronzo liquefatto, e lo fa colare nel primo stampo che gli capita sotto mano senza preoccuparsi di rifinirlo. Questa incompiutezza d’arte è certamente la sua deficienza; ma è nello stesso tempo la causa della sua grandezza, perché lo fa essere un artista inconsapevole, uno scrittore che senza volerlo diventa spesso gran “letterato”. Tale appunto è il giudizio che sull’eloquenza di Paolo dava Agostino, un altro competente in materia: Come noi non affermiamo che l’Apostolo sia andato appresso ai precetti dell’eloquenza, così non neghiamo che l’eloquenza sia andata appresso alla sapienza di lui (De doctrina christiana, IV, 7).

Il finissimo Isocrate che per dieci anni lavora assiduamente attorno al suo Panegirico, e s’indugia tanto a limarlo e rifinirlo che lo pubblica quando esso non serve più, ossia quando è già conclusa quella pace ch’egli raccomandava in quella orazione, questo Isocrate è il tipo del “letterato” puro, per cui la parola è tutto, mentre il pensiero non è che un pretesto per la parola. Poco dopo lui, Demostene tocca la vetta più alta dell’eloquenza umana, perché racchiude un sentimento fiammeggiante dentro una forma perfetta: anche oggi, a leggere la sua orazione Sulla corona, si rimane stupiti per il magistero della sua parola, ma si è anche travolti dalla potenza del suo pensiero. Paolo è il preciso opposto di Isocrate: egli farebbe volentieri a meno della parola, se potesse comunicare il suo pensiero senza di essa; ma dal momento che questa materia, pesante ed opaca, è insostituibile, egli la tratta sdegnosamente, perché a risponder la materia è sorda (Dante, Paradiso, 1, 129).

***

Continua a leggere l’articolo completo, in formato pdf.