Le radici farisaiche di Paolo – 1

Rabbi Gamaliel, colui che secondo la testimonianza degli Atti (22,3) sarebbe stato il prestigioso maestro di Paolo, viene indicato dalle fonti rabbiniche come un discendente o un discepolo strettissimo di Hillel, cioè del caposcuola di una delle due “Case” (l’altra essendo quella del “rivale” Shammaj) che si sarebbero contese il controllo del movimento farisaico tra la fine del I secolo a.C. e gli inizi dell’era cristiana.

Miniatura ebraica del XIV secolo.

I vangeli – come in generale il resto della letteratura protocristiana, ma anche lo stesso storiografo ebreo Giuseppe Flavio – ignorano i nomi di queste due prestigiose figure: in essi, tuttavia, troviamo una traccia cospicua delle discussioni che avrebbero animato le loro due “Case” all’epoca di Gesù, in merito all’osservanza del sabato, alle norme di purità e alla loro eventuale subordinazione a regole di carattere etico, al divorzio, alle modalità di relazione con gli esterni ad Israele, al prelevamento delle decime, al digiuno, al rapporto con le autorità romane.

L’approccio farisaico a questioni di carattere dottrinale, come la resurrezione dei morti o l’arrivo del messia, ci è stato tramandato più dalle fonti protocristiane che dalla tradizione rabbinica: del resto, se per una ricostruzione del giudaismo palestinese del I secolo ci dovessimo basare unicamente su questa, sapremmo ben poco sia dell’attesa messianica, sia delle convinzioni di altri gruppi all’infuori dei farisei.

Hillel e Shammaj furono attivi al tempo dell’idumeo Erode (34-4 a.C.): il Gamaliel che gli Atti indicano come maestro di Paolo, pertanto, può ben essere la stessa persona che le fonti rabbiniche indicano come “figlio” di Hillel. I tempi coincidono, ipotizzando Paolo giovinetto a Gerusalemme tra gli anni venti e trenta del I secolo. Rabbi Hillel, secondo le fonti, sarebbe giunto da Babilonia a Gerusalemme, e ivi sarebbe morto alla ragguardevole età di centoventi anni, la stessa di Mosè (su questa importante figura, vd. fra gli altri J. Charlesworth – L. L. Johns, Hillel and Jesus. Comparative Studies of Two Major Religious Leaders, Minneapolis 1997) .

I movimenti degli Ebrei della diaspora verso Gerusalemme sono stati discussi dalla documentata indagine di Joachim Jeremias su Gerusalemme al tempo di Gesù (la terza edizione tedesca dell’opera, rivista completamente dall’autore, è apparsa nel 1966). Giudei provenienti dalla Cilicia, come il nostro Paolo, sono menzionati sempre dagli Atti, insieme ad altri gruppi dotati di una propria sinagoga:

«…si levarono alcuni della sinagoga detta dei Liberti, dei Cirenei e degli Alessandrini, e di quelli di Cilicia e d’Asia, e si misero a disputare con Stefano» (At 6,9).

Accanto a questi “Liberti” originari di Cirene (Africa) e di Alessandria (Egitto), e forse discendenti dei Giudei condotti a Roma come prigionieri da Pompeo (nel 63 a.C.) e in seguito affrancati, figurano dunque Giudei della Cilicia e della provincia romana dell’Asia Proconsolare: saranno questi ultimi a provocare l’arresto di Paolo a Gerusalemme, molti anni dopo (cf. At 22,27; 24,19).

Secondo Jeremias, tutti costoro si radunavano in una sinagoga comune, indicata dalla letteratura talmudica sia col nome di “sinagoga degli Alessandrini” sia col nome di “sinagoga dei Tarsioti”. È quindi significativo che, se di Hillel si tramandò la notizia di una discendenza davidica, del suo parente Gamaliel si sia detto che appartenesse alla tribù di Beniamino. L’apostolo scrisse infatti ai Romani:

«Io stesso sono un israelita, della discendenza di Abramo, della tribù di Beniamino» (Rm 11,1).

L’affermazione, coniugata al presente, è di notevole importanza, anche se non è del tutto chiaro cosa potesse sottintendere Paolo con questa orgogliosa rivendicazione: probabilmente, dal contesto della lettera, era un modo per fugare ogni dubbio sulla propria ebraicità, esibendo il sigillo di un’innegabile limpieza de sangre. Nel territorio di Beniamino erano localizzati il Tempio e Gerusalemme, e al momento della separazione dei due regni di Giuda e Israele (931 a.C.) le tribù di Giuda e Beniamino furono le uniche a rimanere fedeli alla casata di Davide. Che Paolo, quindi, abbia usato il suo titolo di vanto in un modo per così dire “strategico” – soprattutto nelle lettera ai Filippesi, laddove poco dopo afferma che «ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero come spazzatura (skýbala, lat. stercora) al fine di guadagnare Cristo» (Fil 3,8) – è davvero evidente.

La sostanziale veridicità di questi dati – il discepolato di Paolo ai piedi di Gamaliel e la sua appartenenza alla stirpe di Beniamino – risulta indubitabile per Jacob Taubes, il quale giustamente ribadisce l’impossibilità di comprendere Paolo senza metterlo in dialogo con il proprio passato di fariseo:

«…Egli ha senza dubbio un passato farisaico leggermente diverso da quello solito. So che sono in molti a negarlo; [secondo costoro] tutto ciò che sta scritto negli Atti degli Apostoli deve essere necessariamente errato… Personalmente, la cosa non mi convince per motivi molto semplici. Chi, venti o trent’anni dopo Paolo, scrive che egli si era seduto ai piedi di Gamaliele quando c’erano persone che ancora lo conoscevano, sa bene di non potersi permettere affermazioni di cui poi non può rendersi garante. Sono più propenso a credere ai testi coevi che agli ipercritici allievi di Bultmann, in particolare a quelli della seconda generazione. Gli Atti degli Apostoli sono senza dubbio un’apologia, però costruita con elementi di realtà! Con le menzogne non si fanno apologie. Non si dice forse che le bugie hanno le gambe corte? Perciò un’apologia la si fa con scenari veri» (La teologia politica di San Paolo, trad. it. Milano 1997, p. 56).

Hillel e Shammaj sono segnalati dalla Mishnah [*] come la quinta e ultima delle coppie (zugot) storiche di presidenti e vice-presidenti del Sinedrio di Gerusalemme. La figura di Hillel, che fu pressappoco contemporaneo di Gesù (se ne data la morte attorno al 10 d.C.), acquistò ben presto un valore quasi paradigmatico, anche per il fatto che dopo il 70, a Javne (o Jamnia), furono i discepoli di Hillel a conquistare la leadership del movimento farisaico: per tale ragione le fonti di cui disponiamo sono generalmente assai poco galanti nei confronti di Shammaj. Questo conduce molti studiosi, ancora oggi, a presentare approssimativamente Hillel come un maestro indulgente, illuminato, di tendenze moderate, e a fare di Shammaj un interprete rigorista della Legge.

Certamente le due Case, se mai esistettero, si distinsero l’una per la propria apertura al mondo non ebraico, l’altra per la tendenza esclusivista: è un’immagine che ci viene trasmessa dalle stesse fonti, anche all’indomani del fantomatico concilio di Javne, quando si sarebbe deciso di conformare la halakhah (ossia l’interpretazione della Legge) alle coordinate della scuola di Hillel.

Come osservato da Jacob Neusner, «le tradizioni più antiche e ben attestate, antecedenti al 70, ma emanate dall’accademia di Javne dopo il 70, trattano delle tradizioni legali attribuite a questi due gruppi che facevano parte del movimento farisaico. Solo molto più tardi, dopo la guerra di Bar Kokhbà [135 d.C.], troviamo attestazioni di storie sui fondatori delle due Case. La relazione fra le due Case produce quindi narrazioni sulle relazioni fra i due Maestri fondatori, Shammàj ed Hillèl. Mentre le storie concernenti le due Case sono equilibrate e danno pari rispetto alle opinioni delle due parti, altrettanto non accade nelle storie dei due fondatori; al contrario, i discendenti di Hillèl, autori dell’intero corpus di narrazioni su Hillèl e Shammàj, rappresentano continuamente Shammàj sotto una luce negativa» (Il giudaismo nei primi secoli del cristianesimo, trad. it. Brescia 1989, p. 132).

Ecco un esempio:

«I nostri maestri hanno insegnato: un uomo dovrebbe sempre essere umile e dolce come Hillel, e non dovrebbe mai essere intransigente e impaziente come Shammaj… Avvenne un giorno che un pagano (goy) si presentò da Shammaj e gli domandò: “Quante Torot avete?”. Gli rispose: “Due: la Torah scritta e la Torah orale”. Egli disse: “Per quanto riguarda la Torah scritta, ti credo; ma quanto alla Torah orale, non ti credo. Fa di me un proselito, a condizione di non insegnarmi che la Torah scritta”. Ma Shammaj s’infuriò contro di lui e lo cacciò via con ira. Il pagano si presentò allora ad Hillel, e questi fece di lui un proselito. Il primo giorno Hillel gli insegnò: “Aleph, bet, gimel, dalet” [le prime lettere dell’alfabeto ebraico]. L’indomani gliele presentò nell’ordine inverso. Il pagano gli disse: “Ma ieri non mi hai detto questo!”. Hillel allora gli disse: “Non hai dunque fiducia in me? Fammi fiducia anche per quanto concerne la Torah orale”. Avvenne di nuovo che un pagano si presentò da Shammaj e gli disse: “Fa’ di me un proselito, a condizioni di insegnarmi tutta la Torah mentre sto in piedi su una gamba sola”. Ma Shammaj lo cacciò via con un bastone da geometra che teneva in mano. Si presentò davanti a Hillel, e questi fece di lui un proselito. Hillel gli disse: “Ciò che è odioso a te, non farlo al tuo prossimo: questa è tutta la Torah, e il resto non è che commento; va’ e studia”. …Qualche tempo dopo, questi pagani divenuti proseliti si incontrarono in uno stesso luogo e dissero: “L’impaziente intransigenza di Shammaj ha voluto cacciarci dal mondo, ma l’umile pazienza di Hillel ci ha avvicinati e ci ha condotti sotto le ali della Presenza Divina [shekhinah]”» (TB Shab. 30b-31a ).

Il nome di Hillel, oltre che alla singolare formulazione della cosiddetta regola d’oro che troviamo nel brano citato più sopra («Ciò che è odioso agli altri, non farlo a te»), è associato ad altre sentenze, alcune d’innegabile fascino. Ne riportiamo alcune, fra le più significative:

«Hillel dice: “Sii dei discepoli di Aronne, uno che ama la pace e persegue la pace, che ama le creature e le avvicina alla Torah”. Egli soleva dire: “Chi si fa un nome perde il suo nome, e chi non accresce diminuisce. Chi non studia merita la morte, e chi si serve della corona [ossia: chi accumula denaro attraverso l’insegnamento della Legge] perisce”. Era solito anche dire: “Se non sono io per me, chi è per me? E quand’anche io fossi per me, che cosa sono io? E se non ora, quando?” (…). Hillel dice: “Non separarti dalla comunità, non fidarti di te stesso fino al giorno della tua morte, e non giudicare il tuo prossimo finché non ti sei messo al posto suo. Non dire che una cosa non si può capire, perché infine sarà capita; e non dire: Studierò quando avrò tempo, perché forse non ne avrai mai tempo”. Egli soleva dire: “Un incolto non teme il peccato, e un popolano (‘am ha-aretz) non può essere santo. Il vergognoso non impara, l’iracondo non insegna, e chi si dà troppo al commercio non diventa sapiente. Dove non ci sono uomini, sforzati di essere un uomo”» (M. Avot 1,12-14; 2,5-6).

Gli ‘amei ha-aretz nominati nel brano (letteralmente “uomini della terra”, nome col quale s’indicavano probabilmente i contadini e gli uomini privi d’istruzione o di peso sociale), saranno tra i principali destinatari delle beatitudini di Gesù.

Le fonti attribuiscono a Hillel anche disposizioni di carattere giuridico, come il prosbul (una misura che regolava la cancellazione dei debiti durante l’anno sabbatico, dal greco prosbolē), ma soprattutto la codificazione di sette regole ermeneutiche (le middot elencate nella Toseftah a M. Sanh. 7,11), cui la tradizione ne aggiunse in seguito di ulteriori, attribuendole a Rabbi Ismael (II sec. d.C.).

Le sette regole di Hillel sono le seguenti (tra parentesi indichiamo alcuni brani in cui Paolo sembra farne uso; la traslitterazione delle espressioni ebraiche è semplificata):

  1. Qal va-homer, argomentazione a fortiori, “dal minore al maggiore”: se qualcosa vale nel piccolo, varrà anche nel grande (cf. 2Cor 3,1-18; Rm 5,12-29);
  2. Gezerah shavah: principio di equivalenza, per cui due testi che trattano del medesimo argomento si spiegano vicendevolmente (cf. Gal 3,6.11; Rm 1,17; 4,3);
  3. Biniam av i-katuv echad: vd. punto seguente;
  4. Biniam av mishenei ketuvim: da uno o due testi biblici possono derivare principi validi per l’intera Scrittura;
  5. Ke-jotze be-maqom acher: un passo oscuro va spiegato con un passo più chiaro;
  6. Kelal v-pherat v-pherat kelal: principio della sineddoche, per cui quel che vale per la parte vale anche per il tutto (cf. Gal 5,14; Rm 3,19);
  7. Davar halamed me-injano: un passo va spiegato a partire dal proprio contesto.

Il principio che anima tutta l’etica di Hillel è l’amore per la Torah: un curioso aneddoto, tramandatoci sempre dalla Mishnah, ce lo descrive povero, ma talmente zelante nello studio da spendere metà del proprio salario per accedere al bet ha-midrash (la casa di studio). La volta in cui si trovò squattrinato, e il custode non gli permise di entrare, Hillel

«si aggrappò alla finestra e si sedette fuori per ascoltare le parole del Dio vivente spiegate da Shemajah e Abtalion. Narra la tradizione che quel giorno era una vigilia di Shabbat, nel cuore dell’inverno, e la neve cadeva abbondantemente. Allo spuntare dell’alba Shemajah disse ad Abtalion: “Collega, di solito la stanza è chiara, ma oggi è buia; forse è nuvolo”. Alzarono gli occhi alla finestra e videro una forma umana. Uscirono e lo trovarono coperto di tre cubiti di neve. Lo tolsero da quella posizione, lo lavarono e gli fecero frizioni, e lo misero davanti al fuoco, dicendo: “Quest’uomo merita che per lui si profani il Shabbat”» (M Jom. 35b).

Un episodio, questo, che trova uno straordinario parallelo nel mondo greco, con quel che si racconta del filosofo stoico Cleante, disposto a lavorare anche di notte pur di assistere alle lezioni del suo maestro Zenone.

***

Nota

[*] La Mishnah (abbr. M) è un codice sistematico di discussioni legali, promulgato secondo la tradizione rabbinica da Jehudah ha-Nasì (“il Principe”) tra la fine del II secolo e il III secolo. Accanto alla Gemarah – l’insieme delle discussioni relative alla Mishnah elaborate nelle accademie rabbiniche palestinesi e babilonesi – va a costituire il Talmud, nelle sue due diverse redazioni: il più antico Talmud palestinese (o “di Gerusalemme”: abbr. TP), redatto verso la fine del V secolo, e il più ampio e autorevole Talmud babilonese (TB), che risale al VI secolo. Dei 63 trattati mishnici, divisi in sei ordini, il TP ne commenta 39, mentre il TB 36 e mezzo. La caratteristica più evidente e sorprendente di questo corpus è il suo carattere dialogico. Vengono detti Tannaim i maestri della Mishnah, Amoraim quelli della Gemarah. Si chiama Toseftah, invece, l’aggiunta di tradizioni tannaitiche al testo della Mishnah, con la funzione di chiarire alcune decisioni legali attraverso l’esposizione di casi concreti. In italiano è disponibile il testo completo della Mishnah, a cura di V. Castiglioni, Mishnaiot, 3 voll., Roma 1962-1965 (I ed. Trieste 1912), oltre a diverse traduzioni del trattato Pirqé Avot (“Massime dei padri”). Del Talmud è disponibile invece una classica antologia pubblicata originariamente nel 1935 (A. Cohen, Il Talmud, Roma-Bari 1981), oltre al trattato Berakhot, in S. Cavalletti (cur.), Talmud. Il trattato delle benedizioni, trad. it. E. Zolli, Milano 1992. Sulla Mishnah e sul Talmud, sempre in lingua italiana, si possono leggere: J. Neusner, Come si studia la Mishnah, Roma 1983 (presentazione agile e didattica, utilissima per intraprendere lo studio diretto delle fonti); F. Manns, Leggere la Mishnah, Brescia 1987; G. Stemberger, Introduzione al Talmud, Bologna 1994. Per un primo approccio e un tentativo di sistemazione cronologica dei materiali mishnici, vd. J. Neusner, Il Giudaismo nella testimonianza della Mishnah, Bologna 1995.

(1 – continua)

3 thoughts on “Le radici farisaiche di Paolo – 1

  1. Grazie mille per questo interessantissimo post! Avevo già cominciato a muovermi in una direzione simile, pensando alla “sinagoga dei liberti” come a una sorta di ricettacolo gerosolimitano degli ebrei di cultura greco-romana e di nascita non giudaica (e dunque in qualche modo “parenti poveri” dei loro correligionari autoctoni), particolarmente sensibili verso tutti i tentativi dei componenti del loro gruppo (Paolo, Stefano?) di mettere in dubbio le posizioni ortodosse. Ora però, con la contestualizzazione della figura del maestro Gamaliel e della dialettica tra le due ‘scuole’ farisaiche a proposito di certi temi fondamentali del giudaismo, molte cose si chiariscono meglio.
    Ancora grazie!

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