Rationabile obsequium

L’amico Giampaolo, in un commento, mi ha chiesto di fornire alcuni rilievi sull’espressione greca logikē latreia, che Paolo utilizza al principio del dodicesimo capitolo della lettera ai Romani, e sulla quale Benedetto XVI si è soffermato in una recente udienza del mercoledì. Il testo di riferimento è il seguente:

«Vi esorto dunque, fratelli, per la misericordia di Dio, a offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo, gradito a Dio: è questo il vostro culto spirituale (logikē latreia)» (Rm 12,1).

Il Santo Padre rileva innanzitutto la presenza, in queste parole, di un apparente paradosso: «mentre il sacrificio esige di norma la morte della vittima, Paolo ne parla invece in rapporto alla vita del cristiano. L’espressione “presentare i vostri corpi”, stante il successivo concetto di sacrificio, assume la sfumatura cultuale di “dare in oblazione, offrire”. L’esortazione a “offrire i corpi” si riferisce all’intera persona; infatti, in Rm 6, 13 egli invita a “presentare voi stessi”. Del resto, l’esplicito riferimento alla dimensione fisica del cristiano coincide con l’invito a “glorificare Dio nel vostro corpo” (1Cor 6,20): si tratta cioè di onorare Dio nella più concreta esistenza quotidiana, fatta di visibilità relazionale e percepibile».

Il sacrificio richiesto ai seguaci di Gesù viene poi qualificato con una triplice aggettivazione: «Il primo [aggettivo] – “vivente” – esprime una vitalità. Il secondo – “santo” – ricorda l’idea paolina di una santità legata non a luoghi o ad oggetti, ma alla persona stessa dei cristiani. Il terzo – “gradito a Dio” – richiama forse la frequente espressione biblica del sacrificio “in odore di soavità” (cf. Lev 1,13.17; 23,18; 26,31; etc.)».

A questo punto, si giunge all’enigmatica conclusione del passo, nella quale l’apostolo, come abbiamo visto, definisce questo nuovo modo di vivere come «il vostro culto spirituale». I commentatori, spiega sempre il Papa, «sanno bene che l’espressione greca non è di facile traduzione. La Bibbia latina traduce: “rationabile obsequium”. La consueta traduzione italiana “culto spirituale” non riflette tutte le sfumature del testo greco (e neppure di quello latino). In ogni caso non si tratta di un culto meno reale, o addirittura solo metaforico, ma di un culto più concreto e realistico – un culto nel quale l’uomo stesso nella sua totalità di un essere dotato di ragione, diventa adorazione, glorificazione del Dio vivente».


Vediamo cosa posso aggiungere.

Partirei dalla constatazione che l’esigenza di un “culto verace”, percepito come alternativo all’idolatria dei Gentili come pure al sistema sacrificale del Tempio di Gerusalemme, è una sorta di leitmotiv che percorre sotterraneamente molte delle elaborazioni profetiche e sapienziali del giudaismo in età ellenistica. Quest’esigenza ha trovato due propugnatori di prim’ordine, al tempo di Paolo, in Gesù e in Giovanni Battista.

Sappiamo che Giovanni celebrava un “battesimo di conversione”, offrendo di fatto un’alternativa (per molti inaccettabile) rispetto al sistema di remissione sacrificale dei peccati praticato nel Tempio. Questo lo colloca in una posizione singolare, potremmo dire di confine, rispetto al giudaismo palestinese dell’epoca. La sua predicazione, come quella di Gesù, è incentrata sull’avvento del “regno di Dio”, della regalità di Dio (una regalità prima di tutto interiore, che coinvolge il cuore del singolo uomo), probabilmente in vista di una restaurazione escatologica del Patto fra Dio e il suo popolo.

Il modello di alleanza che Gesù e Giovanni considerano vincolante, tuttavia, non è tanto quello sancito sul Sinai attraverso la mediazione di Mosè, quanto quello che risulta stabilito sulla base della “natura”, o per Gesù di una sapienza pre-esistente (Mt 23,34-36 // Lc 11,49-51), mediante la quale è possibile porre a giudizio la stessa “tradizione degli antichi” (cf. l’argomentazione sviluppata in Mt 19,8-9 // Mc 10,5-6).

Non è un caso, allora, se dalle fonti affiora spesso l’assimilazione del Battista e dello stesso Maestro di Nazareth a figure profetiche come quella di Elia (vd. ad es. Mc 6,14-16): stando a G. Fohrer e M. Masson, la redazione del ciclo narrativo su Elia (1Re 17 – 2Re 1) andrebbe infatti collocata nel quadro di un primo tentativo, elaborato all’interno delle correnti più radicali del profetismo giudaico (VIII sec. a.C.), di contestazione e di superamento del mosaismo, pur senza giungere a una rottura aperta con gli ambienti sacerdotali. Questa contestazione aprì la strada, più che a un distacco, a un lento processo di relativizzazione della Legge, che condusse in seguito a quello spostamento dei confini di Israele fieramente difeso e messo in pratica da Paolo.

Il Battista, che secondo la tradizione del quarto vangelo dimorava «al di là del fiume Giordano» (Gv 1,28; cf. 10,40), cioè in un territorio significativamente estraneo alla giurisdizione di Roma e di Gerusalemme, rampognava in questo modo le “folle” che ritenevano di poter scampare all’ira ventura: «E non pensate di dire in voi stessi: “Abbiamo per padre Abramo”, perché vi dico che Dio può suscitare figli di Abramo da queste pietre » (Mt 3,9 // Lc 3,8; cf. Gv 8,33 e sgg.). La frase cela un probabile gioco di parole in aramaico (’abnayya, “pietre”, e benayya, “figli”), ma anche qualcos’altro. Non siamo distanti, in effetti, dal sogno dell’inclusione escatologica di tutte le Genti in Israele, preconizzato dai profeti e fatto proprio dallo stesso Gesù: «Ora vi dico che verranno molti da Oriente e Occidente, e si porranno a mensa con Abramo e Isacco e Giacobbe nel regno dei cieli» (Mt 8,11; cf. Lc 13,29).

L’espressione logikē latreia si inserisce dunque, a mio giudizio, in questo percorso ideologico e spirituale. Il sintagma è tipicamente ellenistico, ma ricorre anche in testi giudaici (Test. Lev. 3,6; Filone, Spec. leg. 1,272.277) e protocristiani (cf. 1Pt 2,5), per indicare un modello di sacrificio incruento, “interiorizzato” nel senso ch’è fatto proprio, incarnato, vissuto, dal fedele: perciò viene considerato più degno di una divinità trascendente e del suo logos eterno.

Per Paolo, l’esempio supremo di questo tipo di “sacrificio”, al quale tutti devono conformarsi «secondo la misura della fede che Dio ha donato a ciascuno», è ovviamente Gesù Cristo, la cui morte in croce è interpretata in termini sacrificali in vari passaggi della lettera ai Romani. Dopo una digressione sull’unità dei vari carismi all’interno del corpo ecclesiale (Rm 12,4-8), l’apostolo offre pertanto un elenco di norme di condotta morale e di orientamenti spirituali (12,9-21), presentati secondo un ordine apparentemente casuale, ma in realtà sottilmente collegati dal doppio tema dell’amore del prossimo (vv. 9-13) e dell’amore per il nemico o per l’esterno alla comunità (vv. 14-21).

Non si tratta di un insieme di precetti, quanto dell’applicazione (necessariamente duttile) di un principio vitale, che diventa criterio unico e insuperabile per l’intelligenza e per la condotta dei fedeli. Questi, spiega Paolo, non debbono «uniformarsi al secolo presente», ma «trasformarsi rinnovando il proprio intelletto (nous)», per «poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, gradito e perfetto» (Rm 12,2).

La trasformazione dell’intelletto non obbedisce a una semplice idea di “adattamento” rispetto alle esperienze del mondo e della storia presente, come si ripete spesso, ma al contrario si attua discernendo e portando alla luce quanto in esse può risultare “buono, gradito e perfetto” agli occhi di Dio.

Torna in mente, da tutt’altro contesto ma sul medesimo tema, una considerazione espressa dal filosofo tedesco Robert Spaemann, in un’intervista appena pubblicata in traduzione italiana dall’editore Cantagalli (all’interno del volume La diceria immortale, Siena 2008, pp. 189-215):

«Per la Chiesa stare al passo coi tempi non può voler dire altro che rappresentare, in modo specificamente attuale, la necessaria contraddizione costituita nel mondo dalla Chiesa e dalla fede della Chiesa […]. Quando sento dire: “Dobbiamo capire il mondo di oggi. Dobbiamo stare nel mondo di oggi”, mi chiedo: “Ma dove vivono quelli che parlano così?”. Chi scriveva: “Lascia il mondo. Segui il mio appello e la mia voce”, stava nel mondo forse più di coloro che predicano che bisogna entrare nel mondo».

Paolo, ne sono certo, avrebbe apprezzato.

4 thoughts on “Rationabile obsequium

  1. Eccellente ricostruzione, la tua e quella di B16.
    Oggi tuttavia c’è il problema dell’interpretazione pesantemente antirituale che ne si fa.
    Potrebbe essere utile leggere il cap. 6 del libro di Andrea Grillo “Grazia visibile, grazia vivibile” EMP (“Sacrificio rituale e sacrificio spirituale …”) o anche il cap. 10 (“Sacerdozio, gerarchia e rito”).
    Un abbraccio in Xsto.

  2. Molte grazie per l’approfondimento, decisamente utile.

    In effetti, alla luce dei rilievi già posti da BXVI e approfonditi da te (l’accostamento è dovuto all’oggetto, nessuna acquiescenza alla temperie democratistica) la traduzione italiana non solo non riflette l’ampiezza sematica del sintagma, ma pare proprio fuorviante.

    Da quel che capisco, definire spirituale il logikwn pone la dimensione del culto in un’accezione particolare, quasi subito attratta nella polarità corpo-materia, laddove invece, e specialmente nel mondo alessandrino per quel che so, logikwn ha tutt’altra valenza.

    Due domande: il vocabolario paolino, mi pare non sia estraneo al concetto di “pneuma”, laddove voglia esprimere l’istanza spirituale. Perchè quindi forzare un termine quale logikwn sullo spettro semantico dello pneumatikos? So che dovrei girare la domanda ai traduttori, ma la questione che vorrei porre non è solo di ordine esegetico, quanto piuttosto ermeneutico, e cioè vorrei capire che rapporto vi sia, se ci fosse, tra le due dimensioni quella del logos e quella del pneuma nell’orizzonte paolino. Sono forse sovrapponibili, magari in alcune loro sfumature, oppure complementari o che..?

    Secondariamente chiedo se il logikwn in questo caso non sia forse pensabile, more alexandrino, quale il raccordo in homine con il Logos divino. Mi pare Filone avesse esplorato quel sentiero, ma sono reminescenze datate.

    Grazie ancora!

    Giampaolo

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