Due tipi di fede?

Il complesso atteggiamento assunto da Paolo nei confronti dei suoi “fratelli carnali”, in particolare di quelli che non avevano accettato la fede in Cristo, ha contribuito a gettare una pesante ipoteca anti-paolina nell’immaginario ebraico: un’ipoteca che ancora oggi resiste, nonostante i vari tentativi di riguadagnare la figura di Gesù alla vicenda storica e spirituale d’Israele, compiuti nel panorama intellettuale dell’ebraismo novecentesco.

I classici lavori di Claude-Joseph Montefiore, di Joseph Klausner, di Leo Baeck (che negli anni Trenta si oppose frontalmente ad Harnack), di Samuel Sandmel, di Shalom Ben Chorin o di André Chouraqui, in effetti, costituiscono altrettante pietre miliari di un graduale riavvicinamento a Paolo come “genio” ebraico, non più semplicemente pensato in strenua opposizione a Gesù. Al di là della natura fondamentalmente apologetica di queste opere, il percorso degli approcci di parte ebraica a Paolo si dimostra, almeno in questo, singolarmente parallelo a quello di molti studi di parte cristiana.

Prima dell’originale lettura di Jacob Taubes, che non mancheremo di discutere, il più importante libro “ebraico” su Paolo è stato probabilmente Zwei Glaubensweisen (Zürich 1950) di Martin Buber (tradotto in italiano nel 1995, col titolo Due tipi di fede. Fede ebraica e fede cristiana).

In esso Buber portava a compimento, con tutte le contraddizioni del caso, la fortunata e arbitraria distinzione fra “due tipi di fede”, appunto: la pístis greca (vocabolo che ricorre per ben 142 volte nell’epistolario paolino) e la ’emunah ebraica. Secondo l’argomentazione di Buber, la ’emunah rappresenterebbe «un atteggiamento positivo, di natura essenzialmente comunitaria», mentre la pístis, derivando dal verbo pistéuô (che ha la medesima radice di peíthō, “persuado, convinco”), indicherebbe negativamente un’accettazione individualistica, il riconoscimento di qualcosa o qualcuno da parte di un singolo: sarebbe insomma un’intellettuale e astratta “fede in”. All’ebreo Gesù, per Buber, sarebbe appartenuto il primo tipo di fede, mentre a Paolo, naturalmente imbevuto di “ellenismo”, il secondo…

Ora, che il ragionamento di Buber sia discutibile, lo si evince innanzitutto dal fatto che anche l’ebraico ’emunah, derivando dalla stessa radice della parola ’amen (mantenuta nel greco dei Vangeli, e solitamente resa in italiano con le perifrasi “in verità”, “così sia!”), implica l’idea di accettazione, e appartiene ad un’area semanticamente affine al suo omologo greco.

Studiando il lessico paolino, si potrà facilmente constatare quanto l’uso da parte dell’apostolo di pistéuô e dei suoi derivati si presenti assai ricco di sfumature, e squisitamente “giudaico”: la “fede in” di Paolo si spiega altrimenti che separando di netto il pensiero “greco” dal pensiero “ebraico”, “Atene” da “Gerusalemme” (una tentazione che riemerge a più riprese nel pensiero occidentale, da Tertulliano a Šestov): contro una simile prospettiva, soprattutto se adottata in sede di riflessione teologica ed esegetica, ha scritto pagine decisive, fra gli altri, James M. Barr, in un contributo intitolato “Fede” e “verità”: esame di alcune argomentazioni linguistiche (in Id., Semantica del linguaggio biblico, Bologna 1980 [ed. or. London 1961], pp. 229-286), al quale mi permetto di rimandare i lettori.

Anche Pavel Florenskij, in una nota de La colonna e il fondamento della verità (1914), ha esposto con grande chiarezza alcune direttrici fondamentali per la comprensione del vocabolario di “fede”, a partire dalle diverse sfumature etimologiche del greco e dell’ebraico. Concludo allora questi appunti con una sua citazione:

Il greco pistéuein è legato a péisthestai (obbedire, propriamente “lasciarsi convincere”), ma si riferisce anche alla persona nel senso di “dare fiducia”, “fidarsi”. Ne consegue la proporzione pístis : pistós = fede : fedele. L’ebraico he’emin, dal verbo ’aman (puntellare), significa “fermezza della persona e della cosa, quando ti basi su di esse” e allo stesso tempo (ciò che è molto importante) rivela la medesima radice di ’emet (“verità”). Quindi se il russo verit’ [“credere”, “fidarsi”; vera, “fede”] e il tedesco glauben indicano il momento soggettivo della fede, il “credere” come l’attività morale del rapporto di reciprocità con una persona determinata, l’ebraico he’emin indica la natura di questa persona quale natura della verità, e la fede come permanere nella verità. Il latino fides come il greco pístis indicano il “dare la confidenza” e la “confidenza” stessa, mentre il verbo credere è parallelo al sanscrito šraddhā (mettere il proprio cuore in [Dio]) e quindi secondo l’uso latino ha significato sacrale» (op. cit., trad. it. Milano 1974, pp. 107-108).