Thérèse, la petite sorcière

Nel suo piccolo libro dedicato a Il genio di Teresa di Lisieux, il filosofo francese Jean Guitton comincia la sua presentazione della Santa con un’asciutta riflessione sull’idea di fascino (charme):

«In cosa consiste il fascino di un essere? È una certa presenza della persona al di là dei suoi limiti, come l’irraggiamento di certi volti puri. È anche una certa scioltezza, una certa qual disinvoltura nei gesti, nelle parole, nei comportamenti anche più sacrificati, una facilità la quale fa sì che ciò che un essere fa appaia come un gioco divino, che fuoriesce da lui senza sforzo e per una qualche comunicazione con la fonte del Bene.

Un essere che vi affascina fa sparire le contratture, le arricciature, le ritrosie, i timori davanti al pericolo, la paura degli altri; e forse, ancor di più, fa sparire la paura che uno ha di sé. Vi slega, vi libera dal peso che avete dentro; e così vi rende disponibili per una chiamata superiore, quella di Dio, che deve possedere nel più alto grado immaginabile quell’attributo che in linguaggio umano si può chiamare fascino: sicuramente non si può vedere Dio – “foss’anche un istante solo” – senza balzare fuori da sé, attratti, aspirati dalla sua Bellezza. La giustizia divina non deve far dimenticare il divino fascino che è un alimento delle anime glorificate…

Il fascino implica ascesi, distacco da sé e persino una non coscienza del fascino stesso: un fascino cosciente di sé somiglierebbe all’arte degli attori e svanirebbe. È vero però che in Teresa il fascino difficilmente si può separare dal metodo. Anche di lei potremmo dire ciò che il Card. Newman diceva di san Giovanni Crisostomo, difensore dell’esegesi letterale: “Abbiamo avuto molti commentatori letterali della Scrittura. Ma c’è stato un solo san Giovanni Crisostomo. Ed è Crisostomo a rendere affascinante il metodo, non è il metodo che rende affascinante Crisostomo”» (op. cit., trad. it. Torino 1995, pp. 3-4).

Questo fascino, sostiene Guitton, è quindi un elemento caratterizzante della piccola Teresa: «per questo sarà ben difficile tenere il suo metodo distinto dalla sua persona; e ancora per questo sarà ben difficile comunicarlo, più di quanto possa apparire e credesse Teresa stessa».

Ma qual è il metodo di Teresa? Per comprenderlo in profondità, dovremmo prima liberarci da una certa immagine stucchevole e zuccherosa, quella che ci viene spesso propinata dai santini o dai cliché della pur rispettabile pietà popolare: per cui Thérèse Martin (così il suo nome al secolo) è diventata la “santina” delle “piccole cose”, delle “piccole virtù”, dei “piccoli sacrifici”, delle “storie primaverili del fiorellino bianco”, la “santina delle rose”.

Certamente in Teresa troviamo anche questo, complice il gusto dell’epoca in cui visse (nacque nel 1873 e morì appena ventiquattrenne, nel 1897). Ma non troviamo solo questo. Anzi, si ha proprio l’impressione che, fermandoci alla dolce immaginetta devozionale, tradiremmo la profondità stessa del suo messaggio spirituale, o meglio, come si diceva poc’anzi, del suo metodo. Basterebbe riflettere sul suo nome di carmelitana: suor Teresa di Gesù bambino del Volto Santo, ove il primo attributo andrebbe reso piuttosto come “di Gesù Figlio” (de l’enfant Jésus), per restituirne con maggiore sensibilità il significato.

Sappiamo pure che i suoi manoscritti autobiografici, ora pubblicati nell’edizione critica faticosamente ricostruita da studiosi come André Combes e Jean François Six, furono vittima di molteplici aggiustamenti, di riscritture maldestre, di correzioni varie, compiute senz’altro in buona fede, per mano di alcune sorelle della Santa. Questo non impedì comunque il riconoscimento dell’intrinseca “grandezza” della “piccola” Teresa:

«San Pio X, che di santità in ogni caso doveva intendersi, alla prima lettura dell’allora pur rimaneggiata, mutilata e ridotta Storia di un’anima, lo capì subito, chiamandola “la più grande santa dei tempi moderni” e autorizzando poi l’avvio della causa canonica… Anche Pio XI, l’intellettuale fine e il rude montanaro, così poco incline alle smancerie di moda ai suoi tempi, che la volle beata nel 1923 e solo due anni dopo santa, e la chiamò la “stella del mio Pontificato”, onorandola del titolo di Patrona di tutte le Missioni ala pari di san Francesco Saverio, ne intuì come per istinto la grandezza vera» (G. Gennari, Introduzione a Storia di un’anima, Milano 1997, p. 14).

Non solo i papi se ne accorsero, ma anche gli artisti: da Georges Bernanos, che raffigurò la Santa nel personaggio di Chantal, protagonista del romanzo La gioia (1929), a Joseph Roth, che fece della sua Leggenda del santo bevitore (1939) un limpidissimo ex voto. Per citarne solo due che abbiamo particolarmente cari, perché l’elenco sarebbe lunghissimo, e potrebbe comprendere anche autori cinematografici: come l’agnostico Alain Cavalier, che nel 1986 ci ha regalato Thérèse, un film pieno di grazia, per nulla scontato.

C’è qualcosa di grandiosamente paradossale nelle vicenda di Teresa di Lisieux, qualcosa che ci avvicina immediatamente alla sostanza del suo metodo. Non è un caso che sia stata proclamata “Patrona universale delle missioni”, nel 1927, e settant’anni dopo “Dottore della Chiesa” (per volontà di Giovanni Paolo II): lei che, certamente non dotata di grande cultura (ma di acume teologico sì), non si mosse mai dal piccolo Carmelo di Lisieux. Era il suo segreto, la sua incrollabile volontà di stare al centro della Chiesa, di “farsi tutto a tutti”, secondo il proclama dell’Apostolo. Fu grazie a Paolo, infatti, che Teresa intuì la propria vocazione:

«Durante l’orazione, poiché i miei desideri mi facevano soffrire un vero martirio, aprii le epistole di S. Paolo per cercare qualche risposta. I cap. XII e XIII della prima lettera ai Corinzi mi caddero sotto gli occhi… Io vi lessi, nel primo, che tutti non possono essere apostoli, profeti, dottori, ecc… che la Chiesa è composta di differenti membra e che l’occhio non potrebbe essere nello stesso tempo la mano…

Come Maddalena abbassandosi sempre vicino al sepolcro vuoto finì per trovare quello che cercava, così, abbassandomi fino alla profondità del mio niente io mi innalzai così in alto che potei raggiungere il mio scopo… Considerando il corpo mistico della Chiesa, io non mi ero riconosciuta in nessuna delle membra descritte da S. Paolo, o piuttosto volevo riconoscermi in tutte… La Carità mi diede la chiave della mia vocazione…

Io compresi che l’Amore solo faceva agire le membra della Chiesa, e che se l’Amore si fosse spento, gli Apostoli non avrebbero più annunciato il Vangelo, i martiri avrebbero rifiutato di versare il loro sangue… Io compresi che l’Amore racchiudeva in sé tutte le vocazioni, che l’amore era tutto, che esso abbracciava tutti i tempi e tutti i luoghi» (Manoscritto B, 3v).

Il genio di Teresa è stato quello di far leva sulla propria piccolezza, rivendicandone la grandezza. Siamo «troppo piccoli per la dura scala della perfezione», diceva: ed è bene rendersene conto, senza inutili patemi, puntando tutto su Chi ha fatto di questa condizione la chiave per il nostro riscatto, il sigillo di una gloria riconquistata, di una bellezza che fa impallidire tutta la tronfia operosità dei “grandi” uomini.

(l.w.)