P46, il più antico manoscritto delle lettere di Paolo

P46 (abbreviazione per Papyrus 46) è il più antico manoscritto delle epistole di Paolo che ci sia giunto. Acquistato nel 1931 dal londinese Alfred Chester Beatty, è conservato in parte presso la Chester Beatty Library, a Dublino, e in parte presso la biblioteca dell’Università del Michigan (30 fogli su 86 complessivi).

Si tratta di un codice papiraceo proveniente dall’Egitto, della misura di circa 28 x 16,5 centimetri, databile agli inizi del III secolo. Comprendeva originariamente 104 fogli. Tra le numerose pagine dedicate alla storia di questo importantissimo codice, particolarmente chiare e accurate risultano quelle consultabili nel sito dell’Università del Michigan, che offriamo qui di seguito in traduzione italiana parziale. Il Copyright del testo originale e delle immagini è del 2004, The Regents of the University of Michigan.

1. Informazioni generali

Che cosa rende P46 così importante per gli studiosi? Innanzitutto, la sua antichità e il suo stato di conservazione: P46 non è soltanto il più antico manoscritto che ci è rimasto delle epistole paoline, ma è anche quello meglio conservato, proprio in considerazione della sua antichità. Queste caratteristiche fanno di P46 una risorsa preziosissima, per chiunque sia interessato ad approfondire la storia dei testi biblici.

P46 è un esempio perfetto di una delle più antiche forme testuali del Nuovo Testamento: quella del codice papiraceo. Mentre il canone del Nuovo Testamento andava formandosi, diversi scritti cristiani venivano ricopiati e raccolti singolarmente all’interno di volumi su papiro, come appunto questo codice. Ed è soltanto a partire dal IV secolo, con l’accettazione pubblica del cristianesimo garantita da Costantino, che il Nuovo Testamento assumerà la sua configurazione attuale, in un solo volume. Il papiro verrà progressivamente sostituito dalla pergamena, poi dalla carta, mentre i codici si faranno via via più raffinati nelle decorazioni, aprendo la strada al libro stampato.

Nell’immagine sottostante, sono riprodotte le varie tappe attraverso le quali è passata la forma dei testi biblici, e quindi anche del Nuovo Testamento, in due millenni di storia (per maggiori dettagli, si veda il catalogo on line della mostra “From Papyri to King James”):

Tutti i libri precedenti all’avvento della stampa a caratteri mobili erano “manoscritti”, ossia, come dice la parola stessa, scritti e ricopiati a mano. Questi libri, generalmente stilati da scribi professionisti o da monaci addestrati a compiti di copiatura, contenevano spesso errori di trascrizione. Di conseguenza, è raro trovare due copie di uno stesso testo che risultino perfettamente identiche. Per avvicinarsi alla forma originaria di un testo che ci è giunto in via manoscritta, attraverso una catena di copie, è buona regola – non sempre valida, tuttavia – quella di affidarsi alla più antica versione disponibile, nella presunzione ch’essa possa offrirci una stesura del testo più vicina a quella originale.

Dato che P46 è stato scoperto al di fuori del suo immediato contesto archeologico (venne infatti acquistato da mercanti antiquari, in Egitto), non è possibile appoggiarsi ad alcun indizio esterno per datarlo. L’unico metodo sicuro è offerto dall’esame paleografico, che consente una datazione approssimativa al III secolo d.C. Alcuni studiosi propendono per una datazione di poco anteriore o posteriore, ma nessuno dubita del fatto che la stesura di P46 preceda quella dei codici Vaticano e Sinaitico (entrambi risalenti al IV secolo), tra i testimoni più autorevoli e antichi del testo delle epistole paoline. Il codice è stato ricopiato a più di un secolo di distanza dalla composizione originaria delle lettere di Paolo, eppure ce ne trasmette la versione cronologicamente più vicina.

2. Il contenuto di P46

P46 contiene la trascrizione di alcune lettere di Paolo, disposte in quest’ordine:

Pagine         Contenuto

1-41             Romani
41-64           Ebrei
64-117         1 Corinzi
118-145       2 Corinzi
146-158       Efesini
158-168       Galati
168-176       Filippesi
176-184       Colossesi
184-191       1 Tessalonicesi
191-195       2 Tessalonicesi (?)
195-205       Testo sconosciuto

La sequenza delle epistole, disposte secondo un ordine decrescente di lunghezza, è diversa da quella che troviamo nelle moderne edizioni del Nuovo Testamento, e riflette probabilmente criteri diffusi in Egitto, come si evince dalla collocazione al secondo posto della Lettera agli Ebrei (oggi considerata non paolina): all’epoca in cui P46 venne stilato, infatti, l’autenticità e l’importanza di questa lettera erano oggetto di disputa nelle chiese occidentali, mentre in Egitto risultavano pienamente accettate.

3. Che cos’è un codice?

Come si è detto, ci sono rimasti soltanto 86 fogli, dei 104 che originariamente componevano il manoscritto. I fogli mancanti corrispondono alle pagine 1-13, 16-19, 186-189 e 192-205. Il contenuto delle prime tre sezioni mancanti può essere facilmente dedotto dalle porzioni di codice che conosciamo. Resta il dubbio per le quattordici pagine finali.

Esaminando quel che resta della pagina 191, è abbastanza verosimile che le quattro pagine seguenti, dalla 192 alla 195, contenessero la Seconda lettera ai Tessalonicesi. Le restanti dieci pagine, invece, occupano uno spazio troppo piccolo per accogliere le cosiddette lettere pastorali, con le quali si sarebbe potuto concludere un corpus epistolare paolino: non si può escludere, però, che tali fogli siano stati lasciati in bianco dal copista, o che ad essi se ne dovessero aggiungere altri. Mancando la parte conclusiva del codice, del resto, qualunque ipotesi è puramente congetturale.

Ma che cos’è, propriamente, un codice? Un codex non è altro che una forma arcaica del nostro attuale libro, ottenuta attraverso l’unione di vari fogli di papiro (un supporto materiale di origine vegetale) o di pergamena (un supporto materiale di origine animale), ripiegati e successivamente rilegati insieme, in modo da formare un certo numero di pagine. I primi esempi di codice risalgono alla fine del I secolo, quando anche per impulso dell’uso massiccio che ne fecero i cristiani il codex (a sinistra) cominciò a soppiantare progressivamente il più diffuso volumen (rotolo, a destra).

Il materiale scrittorio più usato nell’antichità, proveniente proprio dall’Egitto e da qui esportato in tutto il bacino mediterraneo, era appunto il papiro. Qualunque scrittore o lettore dell’antichità, dal primo dei filosofi greci all’ultimo degli imperatori romani, avrebbe considerato il rotolo di papiro come la forma abituale di “libro”. I primi cristiani, tuttavia, per diverse ragioni vi preferirono il codice, contribuendo in tal modo alla sua lenta affermazione. L’uso della pergamena in luogo del papiro, diversamente, si afferma a partire dal principio del IV secolo. Codici papiracei come P46 sono dunque molto rari, e molto antichi: prima delle scoperte effettuate nel XX secolo, se ne conoscevano soltanto pochissimi esemplari.

4. La confezione del codice

P46 costituisce senza dubbio un esempio raro di codex, essendo composto da un unico fascicolo, formato da fogli piegati in quarto. La maggior parte dei codici, esattamente come i libri moderni, era invece composta da fascicoli diversi (di 4, 8 o 16 fogli) rilegati insieme l’uno accanto all’altro. L’illustrazione che segue mostra come un tipico fascicolo di quattro pagine possa essere ottenuto da un singolo foglio di papiro, di pergamena o di carta, tramite piegatura e taglio:

P46, ad ogni modo, è formato da un singolo fascicolo, ottenuto prendendo un mazzo di fogli di papiro e legandoli insieme nel mezzo. Questo metodo produceva un tipo di codice nel quale il primo foglio risultava legato all’ultimo, mentre i restanti fogli venivano inseriti tra i due. Dato che P46 utilizza precisamente questa singolare tecnica di confezione (ben presto abbandonata a causa della sua scarsa praticità), la quantità esatta di fogli impiegati può essere desunta dalla conoscenza del numero di ciascuna coppia di pagine. Il numero di fogli che precedono ciascuna pagina è infatti pari al numero di fogli che seguono la sua pagina corrispondente.

Pertanto, anche se in possesso di una copia frammentaria del codice, i papirologi sono in grado di determinarne l’originaria composizione di 104 fogli, a partire da una semplice constatazione: le pagine 48 e 159 fanno parte di uno stesso foglio; perciò 47 pagine precedevano la pagina 48, e altre 47 seguivano la pagina 159, per un totale di 206 pagine numerate. Dato che la prima pagina veniva lasciata bianca (la numerazione cominciava sempre con la facciata sinistra della prima pagina), si evince che il codice era composto da 208 pagine, ovvero 104 fogli.

5. La scoperta di P46

P46 è attualmente diviso tra due collezioni: 56 fogli compongono il Papiro 2 della Collezione Chester Beatty di Dublino, mentre altri 30 fogli sono stati inventariati presso la Collezione di papiri dell’Università del Michigan (ad Ann Arbor), col numero di fondo 6238. Come queste due istituzioni siano giuste in possesso di porzioni diverse del medesimo codice, e come entrambe queste porzioni siano state scoperte e pubblicate contemporaneamente, è il risultato di una storia complessa.

È triste, in realtà, che un manoscritto così importante e ben conservato sia potuto cadere vittima delle pessime consuetudini del mercato antiquario degli inizi del XX secolo: non è la stessa cosa, infatti, venire in possesso di un manoscritto attraverso i canali del mercato antiquario, o scoprirlo nel corso di una campagna di ricerche guidata da un’istituzione accademica. Tutte le questioni riguardanti l’origine, l’uso e l’epoca di un papiro sono molto più difficili da risolvere, in assenza di un contesto archeologico di riferimento. Un esame stratigrafico del sito, ad esempio, avrebbe potuto fornire informazioni utili per la datazione del manoscritto; come pure conoscerne l’esatta provenienza geografica, o la natura e le caratteristiche del luogo nel quale venne custodito (una casa privata, un monastero, etc.), ci avrebbe aiutato a comprendere qualcosa di più sulle modalità di composizione e di circolazione dei testi neo-testamentari nell’Egitto dell’epoca.

Interrogativi di questo genere, purtroppo, sono destinati a restare senza risposta. Ma vi sono molte altre questioni che potevano essere chiarite nel momento in cui vennero alla luce i primi frammenti del codice. A quel tempo, una raccolta di papiri neo-testamentari, che includeva dieci fogli di P46, era stata acquistata da Chester Beatty e pubblicata da Frederick Kenyon, per conto del British Museum. Ma furono in pochi a rendersi conto dell’eccezionale importanza del Papiro 2, come venne chiamato da subito.

Di lì a poco, cominciarono a spuntare altri fogli appartenenti al medesimo codice. Il manoscritto, evidentemente, era stato smembrato e venduto a pezzi dai mercanti d’arte che l’avevano recuperato in Egitto, e occorsero anni prima ch’esso fosse finalmente ricostituito nella sua integrità.

In seguito alla pubblicazione di questi primi dieci fogli da parte di Sir Frederic G. Kenyon, nel 1934, si scoprì che l’Università del Michigan disponeva di trenta fogli dello stesso documento (sei di questi erano stati comprati nel 1931, mentre gli altri 24 nel 1933). Grazie a questa scoperta, una quarantina di fogli poteva essere aggiunta al manoscritto originale, e si sperava che ne saltassero fuori altre porzioni. Dopo due anni di tregua, Henry Sanders, papirologo dell’Università del Michigan, pubblicava dunque i 30 fogli di Ann Arbor assieme ai dieci già noti della Collezione Beatty. Solo allora venne resa pubblica la notizia secondo cui Chester Beatty era riuscito ad acquistare altri 46 fogli dello stesso codice. Questi vennero pubblicati sempre da Kenyon, assieme a quelli precedentemente pubblicati, nel 1936. La pubblicazione si rivelò definitiva, e gli 86 fogli costituiscono attualmente tutto ciò che resta degli originari 104.

Se i primi venditori del papiro non lo avessero smembrato, questa confusione si sarebbe potuta evitare. Nondimeno, è possibile scorgere un filo rosso in tutta questa vicenda: trovandosi il codice diviso tra due diverse collezioni, da una parte e dall’altra dell’Oceano Atlantico, esso può essere oggi esaminato da un più ampio numero di studiosi.

6. Lo stato di conservazione del papiro

Si è detto che dei 104 fogli che originariamente componevano P46, se ne conoscono soltanto 86. Di primo acchito, ci si può stupire del fatto che una così ampia porzione di testo sia andata perduta, ma il codice, in verità, risulta fra i meglio conservati che ci siano giunti. Molti papiri come questo, contenenti testi del Nuovo Testamento, si sono conservati in forma decisamente più frammentaria, e di essi non resta che una manciata di fogli.

Anche prese singolarmente, le pagine di P46 si sono conservate abbastanza bene: in genere mancano 3 o 4 linee al fondo di ciascuna pagina, mentre la testa dei fogli e i margini laterali risultano integri. Come si può constatare dall’immagine qui sopra, che rappresenta una tipica pagina di P46, il foglio è maggiormente danneggiato sull’angolo destro, mentre l’angolo superiore corrispondente risulta praticamente intatto. Mentre il lato superiore della pagina è integro (si può leggere addirittura il numero di pagina), quello inferiore è andato perduto, e assieme ad esso una piccola porzione di testo. La maggior parte dei fogli è priva appunto di 2 o 3 righe al fondo pagina, così come di quella parte del testo che concludeva le righe incomplete che si sono conservate.

Ognuno dei fogli che componevano il codice, anche quando risultava originariamente legato assieme a un altro, è ora esposto separatamente, racchiuso in speciali teche di vetro (foto sopra). Questo sistema di conservazione e di esposizione permette agli studiosi di consultare agevolmente il manoscritto, senza danneggiarlo ulteriormente.

7. Per una consultazione digitale del papiro

La collezione dell’Università di Ann Arbor non è aperta al pubblico, ma per quanti fossero interessati a una visita è stata predisposta una mostra annuale, che si tiene da dicembre a gennaio presso la Harlan Hatcher Graduate Library: “From Papyri to King James: The Transmission of the English Bible”. Le porzioni del manoscritto conservate presso la Chester Beatty Library di Dublino sono invece sempre accessibili, almeno in larga parte, al grande pubblico. È possibile esaminare i fogli del manoscritto conservati presso l’Università del Michigan anche in forma digitale, grazie al sistema informatico on line di APIS (Advanced Papyrological Information System): basta cercare il manoscritto col suo numero di inventario.

Le pagine dell’Università permettono pure di accostarsi al codice in maniera guidata e “virtuale”: esaminando alcuni dettagli del papiro (numeri di pagina, separazione tra i paragrafi, titoli, correzioni, punteggiatura, abbreviazioni e “nomina sacra”, etc.), scorrendo con gli occhi parte del testo greco, considerandone le particolarità grafiche e testuali.

2 thoughts on “P46, il più antico manoscritto delle lettere di Paolo

  1. Caro Luigi,

    in mancanza della necessaria cognizione di causa per intervenire in modo sensato su problemi di questo genere, mi limito a ringraziarti(/vi) per il grande lavoro e a complimentarmi per l’alto profilo di questo scritto.
    Un carissimo saluto!

    P.S. – Tra non molto avrò bisogno delle tue competenze paoline… A presto!

  2. Grazie, Carlo. Ho in cantiere un mucchio di contributi di questo genere, il problema è sempre il tempo che occorre per inserirli (il sito principale è estremamente macchinoso)… Un saluto e a presto!

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