Nel Regno di Emmanuel Carrère

Emmanuel CARRÈRE, Il Regno, trad. it. di F. Bergamasco, Adelphi, Milano 2015, pp. 432, € 22 (ed. or. Le Royaume, P.O.L., Paris 2014). 

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Con questo post rispondo all’invito di alcuni amici, che mi hanno chiesto un parere “tecnico” sull’ultimo libro di Emmanuel Carrère, appena tradotto da Adelphi.

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Il Regno di Emmanuel Carrère è stato giustamente definito come un formidabile esperimento di “non-fiction narrativa”, incentrato sulla storia delle origini cristiane. Per molti versi si tratta di un’opera notevole, soprattutto nelle sezioni più apertamente autobiografiche (Prologo, Parte I ed Epilogo); ma se dovessimo valutare il testo da un punto di vista storico-esegetico, temo che il giudizio non sarebbe altrettanto positivo. Purtroppo non basta tenere sott’occhio due traduzioni moderne della Bibbia, dichiarare di averne consultate regolarmente altre tre (così l’autore a p. 126) o mettersi in capo di rispolverare le vecchie pagine di Renan, per presumere di poter dire qualcosa di nuovo e interessante sulle origini del cristianesimo. Il metodo che Carrère afferma di aver seguito per ricostruire i discorsi dell’apostolo Paolo – «Ho messo insieme e parafrasato le fonti più antiche» (p. 118) – sta di fatto alla base di tutto il suo lavoro di scavo sui testi del primo cristianesimo. E il risultato, fatta salva l’indubbia abilità di Carrère nell’intrattenere il lettore e nel blandirlo con qualche bella pagina, è alla fine piuttosto scolastico e convenzionale.

Anche quando l’autore si avventura in paragoni che dovrebbero essere illuminanti (per lo più desunti dalla storia politica del Novecento: le lettere di Paolo equiparate alle circolari inviate da Lenin alle diverse fazioni della Seconda Internazionale, p. 149; Paolo ritratto come un ufficiale dell’Armata Bianca che improvvisamente si “converte” alla dottrina marxista-leninista e chiede udienza a Stalin, p. 173; le posizioni di Paolo, Pietro e Giacomo viste come divisioni interne del Politburo, p. 177; Paolo come Trockij, p. 179; Paolo come Stalin, p. 183; Gesù come Lenin, Pietro e Giovanni come Trockij e Bucharin, e addirittura il povero Giacomo come Stalin, p. 208; Giuseppe Flavio come membro dell’apparatčik religioso, p. 215; i governatori della Giudea come Gauleiter nazisti, p. 217; Ponzio Pilato come Ariel Sharon, p. 218; il conflitto fra Giacomo e Paolo come quello fra Trockij e Stalin, p. 275; Nerone come Putin, p. 327; Shimon bar Giora come Saddam Hussein, p. 363), o quando ipotesi storiografiche più o meno raffazzonate vengono presentate al lettore come fossero folgoranti intuizioni (l’apostolo Filippo informatore di Luca, pp. 236-239; il carattere intenzionale della conclusione improvvisa degli Atti degli apostoli, p. 307; Luca ghostwriter della Lettera di Giacomo, p. 313-318), l’impressione, almeno per chi abbia un minimo di familiarità con la letteratura critica ed esegetica prodotta negli ultimi cinquant’anni, è più che altro quella di trovarsi di fronte a espedienti retorici, nemmeno troppo originali.

Insomma, se lo scopo dell’autore era (anche) fornire una rilettura avvincente o provocatoria dei testi protocristiani, bisogna ammettere che il colpo non gli è riuscito troppo bene. Per capire il perché, a voler essere cattivi, basterebbe stilare un elenco della letteratura specialistica che Carrère dimostra di conoscere. Per quanto riguarda l’esegesi, al di là dei vari richiami al già citato Renan, troviamo soltanto riferimenti sporadici ad Adolf von Harnack (p. 286), James Charlesworth (p. 221) e Jerome Murphy O’Connor (è lui l’esegeta domenicano a cui si allude a p. 327), oltre a una breve disamina delle ipotesi “revisioniste” di Hyam Maccoby (pp. 247-253) e a un fugace accenno all’immancabile Jacob Taubes (p. 381). Altrettanto magro è il quadro che si ricava considerando le auctoritates invocate per la storia greco-romana: curiosamente sono tutte francesi, e includono Jérôme Carcopino (p. 304), Paul Veyne (pp. 138 e 321-323), Jean-Pierre Vernant (p. 201) e Pierre Vidal-Naquet (pp. 219-221). Senza nulla togliere al valore di tutti questi studiosi, si può dire che non c’è niente di più di quel che un lettore di Parigi o di Beauvais potrebbe recuperare comodamente tra gli scaffali di una FNAC o di qualche altro bookstore, assieme ad opere di taglio divulgativo come quelle di Jérôme Prieur e Gérard Mordillat, i registi del documentario francese Corpus Christi (citati a p. 135), o di Simon S. Montefiore, autore di un fortunato best-seller sulla storia di Gerusalemme (ricordato a p. 211).

Molto più consistenti e numerosi, per ovvi motivi, sono invece i riferimenti a filosofi e scrittori, il vero pantheon dell’autore: non ne ho contate tutte le citazioni, ma i nomi che ricorrono più spesso sono quelli di Philip Dick (onnipresente: quasi un deuteragonista), Fëdor Dostoevskij, Gustave Flaubert, Nikolaj Gogol, Franz Kafka, Friedrich Nietzsche, Blaise Pascal, Pier Paolo Pasolini, Edgar Allan Poe, Catherine Pozzi, Marcel Proust, J.D. Salinger, Henryk Sienkiewicz, Lev Tolstoj, Miguel de Unamuno, Paul Valéry, Simone Weil e Marguerite Yourcenar; mentre fra i riferimenti più “religiosi”, per limitarsi alla sola tradizione cristiana, troviamo in particolare Agostino, Meister Eckhart, Ruysbroeck, Lutero, Francesco di Sales, Jean-Pierre de Caussade e le due Terese, d’Avila e di Lisieux (anche se il vero interlocutore, in questo frangente, è forse l’amico giornalista Hervé Clerc, e non mancano le considerazioni su mistici di altre tradizioni o su pratiche di confine come lo yoga).

Ma che cosa possiamo ricavare, in definitiva, da questa rapida sequenza di nomi? L’elemento che mi pare più significativo da sottolineare è la distanza di Carrère da un approccio realmente critico, e dunque storico, al problema delle origini cristiane. Questo spiega, fra le altre cose, l’inevitabile presenza di anacronismi (i Galati che rispondono alle accuse dei «capi della sinagoga» dicendo «Siamo cristiani… Siamo la chiesa di Gesù Cristo», p. 169; «Paolo messo sotto accusa […] da rabbini ortodossi», p. 227), affermazioni arbitrarie e imprecise («Greci e Romani credevano che fossero immortali gli dèi, non gli uomini», p. 166) o palesi ingenuità («Nei paesi conquistati Roma seguiva una politica rigorosamente laica. La libertà di pensiero e di culto era totale», p. 134; «quasi nessun episodio di questo libro che sto esaminando, gli Atti degli apostoli, è stato mai trasposto in immagini», p. 163).

Sarebbe sbagliato, pertanto, cercare tra le pagine del Regno indicazioni utili a una riflessione di tipo storico, perché semplicemente non ci sono o non sono valutabili come tali. Il libro si presenta piuttosto come un tentativo, da parte dell’autore, di fare i conti col proprio mestiere di scrittore e con la propria (mi si passi l’espressione abusata) vocazione di uomo. Da qui deriva il suo singolare e a tratti seducente mix di confessione autobiografica, inchiesta giornalistica e riflessione (a)teologica. Oppure, se si preferisce, il suo capriccioso alternarsi tra «autobiografia e teologia, cazzeggio e profanazione, blasfemia e devozione», come ha splendidamente riassunto Marina Valensise sulle pagine del Foglio (“Miracolo per miscredenti”, articolo del 26 febbraio 2015). Verrebbe da dire che l’attuale compagna di Carrère, citata a p. 272, ha in fondo già scritto la migliore recensione possibile per questo libro, quando si è rivolta al suo autore e gli ha detto: «Bel pretesto, il tuo san Luca».

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