Le azioni simboliche dei profeti

di Daniele Garrone

La principale caratterizzazione dei profeti biblici è quella di essere uomini della Parola di Dio. Sono i destinatari di parole divine che ricevono, in audizione o in visione, e che trasmettono ai loro destinatari. La formulazione che in Ger 18,18 dà voce alle (false) sicurezze per così dire «istituzionali» degli avversari di Geremia è un buon esempio dello specifico profetico: «La Torah non verrà meno ai sacerdoti, né il consiglio ai saggi, né la parola ai profeti». Compito dei sacerdoti è quello di impartire la Torah, cioè la norma che regola culto e ritualità; i saggi danno indicazioni per la vita, consigli; i profeti ricevono e trasmettono la parola di Dio, il suo oracolo, il messaggio che egli vuol fa risuonare in una situazione specifica. Nei libri dei profeti, una serie di formule come «la parola di Dio fu rivolta a…» oppure «oracolo del Signore» esprimono in modo stereotipato l’essenziale dell’attività profetica. Detti libri sono raccolte di parole ricevute e trasmesse dai profeti, con una cornice narrativa a volte inesistente, nella maggior parte dei casi ridotta all’osso e solo in Geremia sviluppata con una certa ampiezza. Anche la cosiddetta «formula del messaggero» («Così dice il Signore…»), che apre molti detti profetici, è espressione della qualificazione del profeta come uomo della parola.

Tuttavia, in 32 casi, secondo il computo del classico ed insuperato studio di G. Fohrer (Die symbolischen Handlungen der Propheten, Zürich-Stuttgart, 1968 [II ed.]), i profeti hanno compiuto gesti o azioni simbolici, con i quali cioè essi hanno non detto, ma rappresentato, espresso con i gesti, «drammatizzato» la parola o l’azione di Dio o la realtà di Israele di fronte a Dio. Vogliamo qui trattarne brevemente […].

1. Le azioni simboliche dei profeti: una panoramica

1. 1Re 11,29-31: il profeta Achia, incontrato Geroboamo, strappa il proprio mantello nuovo in dodici pezzi e ne consegna dieci a Geroboamo, per simboleggiare che dieci delle tribù d’Israele passeranno sotto l’autorità di quest’ultimo.

2. 1Re 19,19-21: Elia getta il proprio mantello su Eliseo, che sta arando, per significare che questi deve seguirlo. È un gesto di «investitura».

3. 1Re 22,11: il profeta Sedecia si fabbrica corna di ferro (il corno è simbolo di potenza) per annunciare al re d’Israele che sarà vittorioso contro gli Aramei.

4. 2Re 13,14-19: la freccia che Elia fa scagliare a Joas, re d’Israele, fuori dalla finestra, dopo aver appoggiato la mano su quella del re, rappresenta la vittoria sugli Aramei. Poi Elia chiede a Joas di percuotere il pavimento con le frecce. Siccome il re lo fa solo tre volte, la disfatta degli Aramei non sarà totale.

5. Os 1,2-9: il matrimonio di Osea con una «donna di prostituzioni» raffigura il rapporto tra JHWH e Israele, significando che Israele non è il partner fedele del suo Dio. I nomi simbolici dati ai tre figli nati da questa unione esprimono il giudizio di su Israele.

6. Os 3,1-5: Osea sposa una donna adultera e vive separato da lei, senza rapporti sessuali. Così Israele sarà a lungo privato di governo e di culto, per poi tornare a cercare il suo Dio.

7. Is 7,3: nel drammatico frangente della guerra del Regno del Nord e degli Aramei contro Giuda (la cosiddetta guerra «siro-efraimita»), Isaia si reca dal re Acaz accompagnato da suo figlio, che porta il nome di Seariasub, cioè «Un resto farà ritorno», per assicurare al re che Giuda sussisterà come «resto» del popolo di Dio.

8. Is 8,1-3: Isaia scrive su una tavoletta, davanti a testimoni, le parole maher-salal-chah-baz («veloce saccheggio, rapido bottino») e dà lo stesso nome al figlio che gli nasce successivamente per esprimere la fine del regno del Nord e degli Aramei.

9. Is 20,1-6: Isaia vive tre anni acconciato come un prigioniero di guerra per simboleggiare il destino in cui incorreranno l’Egitto e l’Etiopia, i popoli a cui Giuda si vuole rivolgere per sventare la minaccia assira. Cfr. – anche se non si tratta propriamente di un’azione simbolica – Amos (5,1-2) che intona il lamento funebre per la «vergine Israele», per annunciare al popolo la sua fine imminente.

10. Ger 13,1-11: Geremia deve nascondere in una fessura nella roccia presso l’Eufrate (secondo altri: presso l’attuale ’en-fara, presso Gerusalemme) una cintura di lino che ha precedentemente comprato e indossato. Dopo molto tempo la va a riprendere e la trova marcita. L’immagine della cintura marcia esprime due significati: a) il popolo di Giuda avrebbe dovuto aderire al suo Dio come una cintura a fianchi; non avendolo fatto, b) subirà (attraverso la distruzione e l’esilio) un destino analogo al marciume della cintura.

11.12.13. Ger 16,2-4.5-7.8-9: Geremia deve astenersi dal matrimonio e dal mettere al mondo figli, dal partecipare ad atti di cordoglio ed evitare banchetti per simboleggiare il tragico destino che attende il suo popolo: genitori e figli, infatti, periranno senza sepoltura e senza che nessuno li pianga; cesseranno le voci di gioia, le voci dello sposo e della sposa. Nella distruzione di Gerusalemme non si potrà neppure più fare cordoglio e tanto meno ci saranno festeggiamenti nuziali.

14. Ger 19,1.2a.10-11a: Geremia spezza una brocca in presenza di anziani e sacerdoti per significare che JHWH tratterà analogamente il popolo e la città di Gerusalemme.

15.16. Ger 27,1-3.12b; 28,10-11: Geremia deve portare un giogo, come un bue che ara o trebbia, per simboleggiare ai rappresentanti di Edom, Ammon, Moab, Tiro e Sidone, che la rivolta antibabilonese che essi intendono organizzare con il re di Giuda Sedecia per scrollarsi di dosso il giogo babilonese è destinata a fallire. Il profeta Anania rompe il giogo dopo averlo tolto dal collo di Geremia, annunciando che è intenzione di Dio di rompere il giogo sul collo di tutte le nazioni sottoposte ai Babilonesi, entro due anni. In risposta, Geremia annuncia da parte di Dio (27,13-14) che Dio sostituirà il giogo di legno con uno di tergo.

17. Ger 2,1.7-15: durante l’assedio di Gerusalemme (in un tempo, dunque, che lascia solo presagire la fine), Geremia accoglie la proposta di un cugino di acquistare un terreno ad Anatot, secondo il diritto di riscatto (Lev 25,25). L’acquisto è regolarizzato con tutte le formalità del caso. Il senso di questa azione (v. 15) è l’annuncio che, dopo il compimento del giudizio, tornerà il tempo di comprare case, campi e vigne nel paese ormai votato alla distruzione.

18. Ger 43,8-13: in Egitto – dove è stato portato da coloro che vi hanno cercato rifugio dopo l’uccisione di Godolia –, messo dai Babilonesi a capo di Giuda, Geremia deve sotterrare grandi pietre all’ingresso della residenza del Faraone nella fortificazione di Tafni, davanti agli occhi dei Giudaiti. Egli annuncia che su queste pietre Nabucodonosor porrà il suo trono, significando con questo gesto che anche il rifugio egiziano è illusorio.

19. Ger 51,59-64: Geremia incarica Seraia di svolgere un’azione simbolica mentre partecipa ad una ambasciata a Babilonia (594 a.C.). Egli dovrà gettare nell’Eufrate, legato a una pietra, un rotolo contenente l’elenco di sventure che dovranno colpire Babilonia, scritte da Geremia. È il segno che anche Babilonia dovrà affondare, senza più tornare a galla.

20. Ez 3,16a; 4,1-3: disegnando Gerusalemme su una tavoletta d’argilla, Ezechiele deve mimare l’assedio di Gerusalemme: mettendo una piastra di ferro tra sé e la raffigurazione della città e volgendo il suo sguardo verso di essa, deve rappresentare il destino della città e l’atteggiamento di Dio verso di essa.

21. Ez 4,4-8: Ezechiele deve stare sdraiato sul fianco sinistro per 390 (o 190) giorni, portando la colpa d’Israele. Poi 40 giorni sul fianco destro, per le colpe di Giuda. Ogni giorno significa un anno.

22. Ez 4,9-17: durante il periodo di immobilità di cui all’azione precedente, Ezechiele mangia un pane confezionato con cereali e legumi e cotto su escrementi umani, e questo simboleggia il fatto che gli Ebrei mangeranno pane impuro in esilio. All’obiezione che cuocere il cibo su escrementi umani contaminerebbe Ezechiele, che si è finora mantenuto puro, gli viene concesso di usare escrementi animali.

23. Ez 5,1-17: Ezechiele deve radersi e dividere, con una bilancia, i peli tagliati in tre parti. Un terzo sarà bruciato in città, un terzo sminuzzato intorno alla città e un terzo sparso al vento. I capelli rappresentano gli abitanti di Gerusalemme, che saranno per un terzo uccisi dalla peste o dalla fame in città, per un terzo uccisi di spada intorno alla città e per un terzo dispersi ai quattro venti.

24. Ez 12,1-11: Ezechiele deve, durante il giorno, preparare il bagaglio con le (poche) cose che si porterebbe un deportato. Di notte deve uscire dalla città attraverso un buco che ha praticato nelle mura. A chi, stupito, gli chiederà conto dello strano comportamento, Ezechiele dovrà rispondere da parte di Dio che si tratta della rappresentazione della deportazione.

25. Ez 12,17-20: Ezechiele deve mangiare con paura e bere con angoscia per simboleggiare il giudizio su Gerusalemme.

26. Ez 21,11-12: Ezechiele deve piangere davanti ai deportati e spiegare a chi gli chiede perché lo fa che questa sarà la reazione dei deportati quando riceveranno la notizia della caduta di Gerusalemme.

27. Ez 21,23-29: Ezechiele deve tracciare due strade, una che va verso Rabba degli Ammoniti, una che va verso Gerusalemme. L’azione immagina che il re di Babilonia sia fermo all’inizio delle due strade e debba scegliere se attaccare subito Gerusalemme o passare prima da Rabba. Consultate le sorti, opta per Gerusalemme e per l’assedio e la distruzione della città.

28. Ez 24,1-14: Ezechiele deve prendere una pentola, riempirla di carne, poi accendere il fuoco e far cuocere la carne, per poi arroventare la pentola. L’azione esprime il destino di distruzione e di purificazione che attende Gerusalemme.

29. Ez 24,15-24: Dio impone al profeta di non portare il lutto per la moglie, che muore la sera stessa. L’azione anticipa il comportamento dei deportati quando riceveranno la notizia della caduta di Gerusalemme. Saranno così sconvolti da non poter nemmeno portare il lutto.

30. Ez 3,22-27; 24,25-27; 33,21-22: i tre testi presentano un’azione simbolica compiuta per lungo arco di tempo dal profeta in Babilonia. Il profeta starà chiuso in casa, muto e non rimprovererà più il popolo, genia di ribelli. Ezechiele riprenderà a parlare quando giungerà la notizia della caduta di Gerusalemme, come in effetti narra Ez 33,21-22. L’allontanamento di Ezechiele dai deportati e il suo mutismo rappresentano gli stessi atteggiamenti da parte di Dio.

31. Ez 37,15-28: Ezechiele deve tenere uniti con la mano due pezzi di legno che portano iscrizioni che indicano Giuda e Israele, come simbolo della futura ricostituzione e riunificazione di Israele e Giuda da parte di Dio.

32. Zc 6,9-15: secondo il testo, il profeta deve fare una corona d’oro e d’argento da porre sul capo del sommo sacerdote. L’interpretazione del gesto è fornita dal v. 13: egli sarà re e ricostruirà il Tempio. Sulla base di questo riferimento, molti autori pensano che originariamente l’azione si riferisse al davidide Zorobabele, al quale in effetti si attaglierebbero meglio le parole del v. 13.

2. Il carattere delle azioni simboliche

I racconti di azioni simboliche presentano una struttura tripartita – a) ordine divino di eseguire l’azione; b) sua esecuzione; c) spiegazione – in cui appare anche la dimensione della parola, sia nell’ordine di esecuzione, sia nell’interpretazione del gesto. Qual è lo specifico dell’azione simbolica rispetto al normale annuncio profetico? L’azione simbolica ha un rapporto molto forte e concreto con la realtà che esprime: essa non la «significa» soltanto, ma in qualche modo la anticipa, ne è parte, la mette in movimento […]. La seguente citazione dal commento di L. Alonso Schökel e J.L. Sicre Diaz ai profeti coglie con felice sintesi l’essenziale di questa problematica:

«[…] A volte si tratta di pura pantomima, anche strana, ma certo significativa; a volte, invece, si tratta di un particolare della vita del profeta che si trasforma in oracolo vivente. Ordinariamente [le azioni simboliche] si presentano sotto forma di narrazione, includendovi: il mandato di Dio, l’esecuzione del profeta davanti ai destinatari, la parola esplicativa di Dio. […] A un estremo troviamo la mentalità magica e il sortilegio che, mediante un’azione, pensa di influire sulle persone e determinare gli avvenimenti; all’altro estremo troviamo le pratiche sociali o giuridiche, nelle quali un’azione simboleggia un fatto, come il tagliare un nastro, il porre una prima pietra. Un caso intermedio è rappresentato da quelle azioni che simboleggiano un fatto e ne realizzano il senso, come avviene nei sacramenti. Nelle azioni simboliche dei profeti l’elemento determinante è la parola di Dio: esse si realizzano per ordine di Dio e hanno una struttura significativa che li [sic] trasforma in linguaggio. Il margine di ambiguità viene eliminato dalla predizione divina. Per questo le collochiamo nella linea della rappresentazione, della pantomima; anche il cinema e il teatro moderno fanno uso di simili procedimenti. La stranezza di alcune azioni può servire ad attirare l’attenzione, o per sottolineare il carattere non autonomo e allegorico dell’azione stessa; in qualche caso, possono anche suggerire la stranezza dell’agire divino. D’altra parte non deve sorprendere che il profeta metta qualcosa del suo stile personale nelle azioni, non meno che nelle parole» (I Profeti, trad. it. Borla, Roma 1984, pp. 779s.).

Sarebbe dunque errato considerare le azioni simboliche solo come espediente didattico o come semplici media praedicationis, meri artifici della comunicazione. L’azione simbolica è un modo di accadere della Parola di Dio esattamente come l’oracolo. Ha una sua autonomia e una sua forza che lascia credere che sia stata effettivamente eseguita. Non è solo una metafora letteraria. «Anziché considerare le azioni simboliche come un’aggiunta pedagogica alla parola parlata è apparso chiaro che l’azione in se stessa è una parola potente. Le azioni simboliche rappresentano una prefigurazione creativamente vigorosa di eventi futuri, cosicché l’evento futuro comincia ad accadere nella ed è garantito dalla azione simbolica» (R.M. Hals, Ezekiel, Eerdmans, Grand Rapids 1989, p. 33).

Potremmo quindi vedere nell’azione simbolica un esempio particolare e per così dire «capovolto» di linguaggio performativo, dove il gesto è divenuto linguaggio: un «fare» che «dice» (così Piero Stefani).

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Testo tratto (con qualche piccola modifica) da D. Garrone, La gestualità dei profeti, in P. Stefani (cur.), La gestualità e la Bibbia, Morcelliana, Brescia 1999, pp. 21-32: pp. 21-27.

[Immagine: A. Bloemaert, Paesaggio col Profeta Elia nel deserto, 1610. © Web Gallery of Art]