Gesù come Robocop?

di Matteo Sacchi

Un lettore ci ha chiesto un parere sul recente e «spericolato» libro del regista Paul Verhoeven, L’uomo Gesù. La vera storia di Gesù di Nazaret (trad. it. Marsilio, Venezia 2010). Rispondiamo con un articolo di Matteo Sacchi, apparso ne “Il Giornale”. Nonostante la presentazione un po’ riduttiva dei lavori del “Jesus Seminar” (che non è un’associazione di «teologi», ma di biblisti e di storici del cristianesimo), il giudizio ci sembra sostanzialmente condivisibile.

«Il punto, a proposito di Robocop, è che è una storia cristologica. Riguarda un tizio che viene crocefisso dopo una cinquantina di minuti di film e nei restanti cinquanta minuti è risorto ed è come un superpoliziotto che ripulisce il mondo. Ma è anche una metafora di Gesù che, alla fine, cammina sulle acque. Può camminare sulle acque e dire quella battuta… “Non sei più in arresto”. In realtà intende: sto per spararti. Uno così, certamente, è il Gesù americano».

Ecco cosa ha dichiarato pochi giorni fa il regista olandese Paul Verhoeven durante un’intervista a Mtv Usa. Si potrebbe pensare a banale megalomania: un cineasta troppo innamorato della sua pellicola va alla tele e la spara grossa. E da Verhoeven – che al suo attivo oltre a Robocop ha film come Starship Troopers, Basic Instinct e Showgirls – un’uscita del genere ce la si può aspettare: ha sempre avuto il gusto del paradosso. Peccato però che, in questo caso, Verhoeven faccia sul serio, rivelando quella che per lui è una vera e propria mania. Da anni indaga sulla vita di Cristo e sulla storia dei Vangeli. Lui l’eco delle vicende messianiche lo sente dappertutto e tanto ha fatto che è riuscito a farsi ammettere nel «Jesus Seminar», una associazione americana di teologi, che ha l’abitudine di decidere quali fonti evangeliche siano attendibili oppure no votando con palline colorate. L’olandese è l’unico membro a non avere alcuna preparazione specifica in materia, ma ha talmente insistito e partecipato a tanti di quei seminari che alla fine hanno fatto uno strappo alle regole.

Verhoeven ha preso gusto alla cosa, e ora nelle librerie italiane potete trovare la sua versione della vita del Nazareno: L’uomo Gesù. La storia vera di Gesù di Nazaret (Marsilio, pp. 380, euro 19,50). Uno dei saggi più strani sull’argomento, un saggio da cui l’autore vorrebbe tirar fuori un film che sia la nemesi de La passione di Cristo di Mel Gibson. Le posizioni di Verhoeven infatti sono molto materialiste e lontane dal «visceralspiritualismo» del collega australiano.

L’idea-guida è la seguente: colui che per più di due miliardi di cristiani è il Redentore, è solo un uomo, e i Vangeli, scritti come tutti sappiamo decenni dopo la sua morte, hanno ricamato sulla vicenda creando, a posteriori, una visione teleologica della sua vita e della sua morte. Così, muovendosi con agilità spericolata tra l’analisi filologica e pagine che sembrano inquadrature da docufiction, tra il greco antico e supposizioni ardite, il padre di Basic Instinct ci racconta un Gesù molto terreno. Per usare le sue parole: «Ai discepoli toccò sentire Gesù che russava, sbuffava o faceva scoregge».

Se dovessimo fissare le idee cardine che dopo tutto questo lavorio Verhoeven regala al lettore è presto fatto. I Vangeli hanno una serie di incongruenze rivelatrici. Il vero Gesù era un figlio illegittimo che aveva svolto la carriera di capomastro in un ambiente che gli aveva consentito un’alfabetizzazione di tipo ellenico. Nella fase iniziale della sua predicazione era solo un discepolo di Giovanni Battista, col quale in seguito ebbe probabilmente dei conflitti, e dopo la morte del Battista si trovò a capo di un vasto movimento religioso che immaginava a brevissimo l’avvento il terra del Regno di Dio. Solo col tempo Gesù si convinse di essere qualcosa di più di un profeta. Quando nel suo terzo viaggio a Gerusalemme questa situazione gli sfuggì di mano (il Regno stentava ad arrivare) alcuni dei suoi ebbero tentazioni violente. A quel punto le autorità romane e giudaiche colsero la palla al balzo: crocefissero lui ma anche parte dei discepoli (una scena alla Spartacus di Stanley Kubrick, insomma). Va da sé che quanto a resurrezione e miracoli nemmeno a parlarne, e nell’accusare Giuda di tradimento bisognerebbe andar cauti.

Per carità, quasi nessuna di queste idee è nuova – ad esempio quella di Gesù figlio di un legionario romano di origine germanica che aveva stuprato Maria piaceva molto ai nazisti – ma sino ad ora nessuno le aveva mischiate tutte assieme, attribuendo valore a qualsiasi interpretazione che si discosti da quella «ufficiale». Tant’è che persino negli States dove, per lunga tradizione protestante, sono abituati al fatto che il Redentore ognuno se lo crei a propria immagine e somiglianza, le idee di Verhoeven hanno suscitato un bel putiferio. E non solo tra i credenti, ma anche tra chi ha una mezza idea di cosa sia una ricerca filologica ben fatta. Tanto per dire: Verhoeven decide che a suffragare la tesi di un Gesù imprenditore del legno ellenizzato che lavora nella città di Zippori bastino due righine di Paolo: «Conoscete infatti la grazia del Signore nostro Gesù Cristo: da ricco che era, si è fatto povero per voi». Vanno benissimo allora anche per suffragare l’idea di un Gesù produttore di cocchi da corsa.

Ma forse, laici o religiosi che si sia, non bisognerebbe prendersela. Se invece di un saggio fosse un B-movie, quello di Verhoeven farebbe cassetta. Semplicemente non è che Robocop sia il nuovo Gesù degli americani. È Gesù che nella mente fantascientifica di Verhoeven può essere costruito come Robocop: basta mischiare i pezzi dei Vangeli, canonici e apocrifi che sia, e se shakeri bene esce quello che vuoi. Whow!

(Fonte: “Il Giornale”, 29 aprile 2010)

8 thoughts on “Gesù come Robocop?

  1. Memore del momento in cui scoprimmo il libro, ho diffuso il link su facebook con il seguente commento:

    «Paul Verhoeven ci illumina sui ‘basic instincts’ di Gesù; cito testualmente: “Ai discepoli toccò sentire Gesù che russava, sbuffava o faceva scoregge”. Vero, ma può consolarci il fatto che senza dubbio risparmiò loro la visione di “Showgirls”!»

  2. Diciamo che, mancando camerieri nell’entourage di Gesù, manca pure una dimostrazione chiara del proverbio: “Nessuno è un grand’uomo per il suo cameriere”…

  3. Forse passa sempre più in secondo piano che la particolarità messianica è proprio data dalla stretta relazione tra l’umano e il divino. In unione sinergica, come direbbe Buckminster Fuller! E serpeggia ancora il disprezzo verso la materia.

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