Gli obiettivi della critica storica

di Northrop Frye

Il brano è tratto da N. Frye, Anatomia della critica, Einaudi, Torino 1969, pp. 463-465 (ed. or. Princeton 1957).

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Kierkegaard ha scritto un libriccino affascinante intitolato Ripetizione, in cui propone di usare questo termine al posto del tradizionale termine platonico di anamnesi o ricordo. Sembra che egli indichi con tale termine non il semplice ripetersi di un’esperienza, ma una nuova creazione di essa che la redime o riveglia alla vita, in un processo il cui esito è definito, egli dice, dalla promessa apocalittica: «Guarda, io rendo nuove tutte le cose».

Spesso si rimprovera alle discipline umanistiche di trattare del passato perché si dimentica che noi ci troviamo di fronte al passato: potrà essere vago e indistinto, ma è tutto quel che possediamo. Platone ci dà un’immagine tetra dell’uomo che fissa le ombre guizzanti, disegnate sulla parete del mondo oggettivo da un fuoco che sta alle nostre spalle come il sole. Ma l’analogia cessa quando le ombre sono quelle del passato, poiché l’unica luce che ci permette di vederle è quella del fuoco prometeico che abbiamo dentro di noi.

La sostanza di queste ombre si può trovare solo in noi stessi, e l’obiettivo della critica storica, come le nostre metafore in proposito indicano spesso, è una specie di autoresurrezione, è la visione di una valle di ossa rinsecchite che si riveste della carne e del sangue della nostra visione.

La cultura del passato non è soltanto la memoria dell’umanità, ma la nostra stessa vita sepolta, e il suo studio porta a una scena di agnizione, a una scoperta che ci permette di vedere non le nostre vite passate, ma la forma culturale totale della nostra vita presente. Non il poeta soltanto, ma anche il suo lettore è soggetto all’obbligo di «renderla nuova» […].

Non c’è alcuna ragione per cui un grande poeta debba essere un uomo buono o saggio, o anche soltanto un individuo tollerabile, ma vi sono infinite ragioni perché il suo lettore progredisca nell’affinamento delle proprie qualità umane come conseguenza di tale lettura. Quindi, mentre la produzione della cultura può essere, come avviene per il rito, una imitazione semivolontaria dei ritmi e dei processi organici, la risposta o reazione alla cultura è un atto rivoluzionario di presa di coscienza.

[Trad. it. a cura di Paola Rosa-Clot e Sandro Stratta]