Lettura e scrittura ai tempi di Gesù

di Alan R. Millard

Articolo apparso originariamente in The Bible and Interpretation.
Traduzione a cura di SBF Taccuino (con qualche correzione).


Oggi il testo della Bibbia è ampiamente disponibile in un solo volume, facile da leggere e spesso abbastanza piccolo da poter stare in una tasca. Di solito non consideriamo l’enorme vantaggio che abbiamo, rispetto alle persone che vivevano ai tempi di Gesù. La forma più comune di libro, nel I secolo, era  il rotolo di pergamena; una forma di libro che si avvicinava a quella attuale, il codice, era  invece usata prevalentemente per prendere appunti. Quest’ultima forma  divenne comune e predominante soltanto nel corso dei successivi due o tre secoli. Ciò significa che un qualunque ebreo del tempo di Gesù, se intendeva procurarsi una copia dei testi biblici, finiva per trovarsi sotto il braccio una vera e propria valanga di rotoli.

Dal momento che ogni copia veniva scritta a mano, i libri non erano affatto economici, anche se non avevano un costo esagerato. Per scrivere una copia di un testo corposo come quello di Isaia, uno scriba professionista poteva impiegare più o meno tre giorni di lavoro, per cui il prezzo del rotolo doveva coprire sia la manodopera che il costo dei materiali. È tuttavia impensabile che fossero molti gli Ebrei che disponevano di una copia di tutte le Scritture: stando alla testimonianza del quarto capitolo del Vangelo di Luca, tuttavia, anche un piccolo borgo come Nazaret poteva avere una copia di Isaia nella propria sinagoga, dove senza dubbio si conservavano i rotoli della Torah e, probabilmente, anche il resto della Bibbia ebraica.

Luca ci dice che a Nazaret Gesù avrebbe letto alcuni brani dal rotolo di Isaia, e le frequenti citazioni scritturistiche presenti nel suo Vangelo dimostrano la stessa familiarità dell’evangelista con i testi sacri. Il solo episodio nel quale Gesù è colto nell’atto di scrivere è invece quello dell’adultera, quando incomincia a scrivere a terra col dito (Gv 8,1-11).

Ma qual era, effettivamente, la situazione della Palestina nel primo secolo? E quant’era diffusa la pratica della scrittura? Normalmente gli studiosi del Nuovo Testamento collocano la composizione dei primi Vangeli attorno al 70 d.C., o poco più tardi, dopo la caduta di Gerusalemme. Una delle ragioni che avrebbero condotto alla loro stesura sarebbe stata stata la volontà di ovviare alla progressiva scomparsa dei testimoni oculari. Fino a quel momento, infatti, molto di quanto si conosceva delle parole e delle azioni di Gesù era dipeso dalla tradizione orale: la gente raccontava oralmente ciò che aveva ascoltato e visto.

Si sostiene poi che la scrittura fosse riservata agli affari di governo e ai circoli religiosi, e non godesse di grande diffusione negli umili ambienti contadini della Galilea. Ma la teoria per cui la scrittura sarebbe stata nelle mani di un’élite di professionisti istruiti, o che la lettura fosse appannaggio di pochi e richiedesse un’istruzione approfondita, non è del tutto vera. Le scoperte archeologiche dimostrano precisamente il contrario: la lettura e la scrittura, nella Palestina ai tempi di Gesù, erano attività abbastanza diffuse. Anche se questo non significa, ovviamente, che tutti sapessero leggere e scrivere, o che coloro che sapevano leggere fossero anche in grado di scrivere.

La scoperta più importante del XX secolo, in questa zona, è stata indubbiamente quella dei Rotoli del Mar Morto. Presso Qumran sono state rinvenute dozzine di libri scritti e usati dai membri di una piccola comunità religiosa, attiva tra il I secolo a.C. e il I secolo d.C. Questa scoperta ci ha permesso di conoscere l’abitudine di copiare con assiduità le Scritture sacre e altri libri, e nello stesso tempo ci ha informati sulle procedure di creazione di nuovi testi.

Vasetto per inchiostro proveniente da Qumran.

Ma veniamo direttamente ai rotoli. È stata l’estrema aridità della regione che ne ha reso possibile la conservazione, sebbene alcuni si siano gravemente danneggiati. Le particolari condizioni ambientali hanno anche conservato alcuni documenti redatti al tempo della seconda rivolta ebraica, capeggiata da Bar Kochba nel 132-135 d.C. Gruppi di rifugiati portarono con sé questi documenti, quando cercarono riparo nelle appartate grotte vicine al Mar Morto, più a sud dell’area di Qumran.

Sono state scoperte porzioni di rotoli della Bibbia, ma anche diversi esemplari di lettere e di atti legali. Alcune lettere risultano scritte dallo stesso Bar Kokhba, o sono a lui indirizzate. Un intero archivio, appartenente a una donna, si è conservato all’interno di  un otre da vino. Gli atti legali risultano scritti in greco e in aramaico, e trattano di questioni legate alla proprietà di beni, ai debiti, agli accordi matrimoniali o di divorzio.

Parte di questi scritti risale alla metà del I secolo, o poco più tardi, e rappresenta bene il tipo di documenti legali che venivano composti nel periodo di stesura dei Vangeli. Un atto di divorzio è per molti aspetti simile alla tradizionale ketubah ebraica (l’accordo pre-matrimoniale),  come pure un atto di divorzio stipulato tra due idumei, nel II secolo a.C., scritto su un frammento di vaso rinvenuto a Marisa, in Giudea.

Al di fuori della Valle del Giordano e del deserto del Mar Morto, non ci sono giunti documenti su papiro in area palestinese: si sono tutti consumati per l’umidità del suolo. Ma il fatto che non siano stati scoperti non significa che non siano esistiti. La registrazione di un debito scoperta fra i documenti della seconda rivolta può servire da esempio per le annotazioni che Gesù aveva in mente, quando raccontava la parabola dell’amministratore infedele, nel punto in cui quest’ultimo ordina al creditore di prendere la propria ricevuta, di sedersi e di scrivere subito metà dell’importo (Lc 16,6-7). La possibilità che qualcuno si comportasse in questo modo è un dato assodato. Per quanto la gente comune, in genere, non avesse che una vaga conoscenza della scrittura, non era raro che si confrontasse con essa e con il suo potere.

Giuseppe Flavio riferisce ad esempio che, nel momento in cui scoppiò la prima rivolta, uno dei principali obiettivi dei ribelli fu quello di dare alle fiamme un deposito di Gerusalemme, che conservava documenti di debito (Bell. Iud. 2, 247): i ribelli sapevano bene che i documenti di quell’archivio costituivano una minaccia per loro. I testi legali del II secolo provenienti dalle grotte di Bar Kokhba ne comprendono diversi, firmati dallo scriba di turno e dai testimoni. Alcuni testimoni firmavano con una scrittura fluida e semplice, altri con lettere più elaborate; lo scriba, inoltre, poteva apporre una firma anche a nome di chi non sapeva scrivere.

Le tavolette di legno, rivestite di cera, costituivano nell’impero romano un supporto molto diffuso per la scrittura. Ne sono state portate alla luce  in vari luoghi del mondo romano, dove condizioni ambientali favorevoli hanno evitato il deperimento del legno. Di recente ha attirato l’attenzione un altro tipo di tavoletta lignea, composta da assicelle sottili come fogli, su cui potevano essere scritti appunti e messaggi. Ne sono state scoperte a centinaia, presso la fortezza di Vindolanda sulle mura di Adriano. Vennero seppellite all’inizio del II secolo. Tutte le truppe nell’esercito le usavano, dal comandante della guarnigione e da sua moglie fino agli uomini della fanteria e agli schiavi. Alcuni esemplari di questo tipo di tavolette sono stati rinvenuti anche tra i manoscritti di Bar Kokhba.

Malgrado la difficoltà che gli scritti su papiro, su pelle e su legno si conservassero nella maggior parte dei luoghi – gli archivi dell’antica città di Roma, per esempio, sono tutti andati perduti – in alcuni casi sono comunque giunti fino a noi, assieme ad altri tipi di documenti.

In Palestina sono state recuperate centinaia di piccole monete in bronzo, coniate dai sovrani ebrei nel I secolo a.C. Quelle coniate da Alessandro Ianneo recano il suo nome accanto a titoli scritti in ebraico e in greco, o in ebraico e in aramaico.

Moneta bilingue di Alessandro Ianneo.

Le monete di Erode e dei sui figli presentano invece diciture in greco, e lo stesso vale per le monete dei governatori romani. Ogni ebreo osservante pagava la tassa annuale di mezzo shekel al Tempio, e le autorità  chiedevano che questa corrisposta in monete d’argento di Tiro, che pure recavano parole in greco. Quando esplose la prima rivolta, i ribelli impressero  sulle monete lettere nell’antico alfabeto ebraico.

Nel I secolo la diffusione del greco, insieme all’aramaico e all’ebraico, appare evidente anche dagli avvisi pubblici scritti in greco e affissi a Gerusalemme.

Gli scritti sopravvivono poi in una seconda fonte della Palestina di Erode: le sepolture. Nella Gerusalemme del I secolo, era comune lasciare il corpo di un familiare nella tomba di famiglia per un anno, per poi raccoglierne le ossa e riporle in un contenitore, un ossuario. Questa consuetudine permetteva così di guadagnare spazio nella tomba. Gli ossuari di legno si sono decomposti; ma molti erano fatti di pietra, e si sono pertanto conservati. Sulle pareti di questi ossuari  venivano incisi i nomi dei defunti con un oggetto appuntito, forse un chiodo, oppure con un carboncino. I pochi nomi e titoli rimasti costituiscono un affascinante oggetto di studio. Risultano registrati moltissimi nomi propri presenti nei Vangeli, e ciò che costituisce la prova che quelli erano nomi comunemente utilizzati all’epoca. Questi graffiti, per la maggior parte, non erano opera di scribi professionisti, ma frutto di iniziative personali dei familiari, che si preoccupavano di identificare i propri congiunti.

I papiri, la pergamena di pelle per i rotoli, le tavolette e i fogli di legno erano preparati per servire da supporto alla scrittura, ma si poteva utilizzare anche un tipo di materiale assolutamente gratuito (e facilmente reperibile): i frammenti di ceramica. Il vasellame antico era costituito di solito da semplice terracotta, che si rompeva facilmente. I pezzi si trovavano sparsi per le strade, nei cortili delle città e dei villaggi. Si poteva abbozzare un appunto o un messaggio su un coccio raccolto per strada e poi buttarlo via. L’alfabeto ebraico rinvenuto su un frammento a Khirbet Qumran ne è un buon esempio.

Nel corso degli scavi a Masada sono stati portati alla luce molti frammenti di ceramica e di ostraca con iscrizioni, lasciati dai ribelli ebrei che resistettero ai Romani fino al 73 d.C. Ci sono annotazioni in greco, sulle provviste di orzo, e in ebraico, sulla distribuzione del pane. Nelle liste di persone appaiono alcuni “Gadareni” e un certo “Bar Yeshua”. Piccoli frammenti indicano singoli nomi con una lettera dell’alfabeto ebraico, e a decine si presentano con singole lettere in ebraico, in greco e in ebraico antico.

Ostraca provenienti da Masada.

Molto probabilmente si tratta di buoni, impiegati come sistema di razionamento durante l’assedio. Questa è la spiegazione più probabile per i frammenti che presentano un solo nome, e che l’archeologo Yigael Yadin, basandosi sulle descrizioni di Giuseppe, attribuiva agli ultimi difensori di Masada, che li avrebbero usati per decidere chi avrebbe ucciso l’ultimo di loro.

Tutte queste scoperte sono state effettuate in Giudea. Ma la Galilea era forse in condizioni diverse? Uno studioso ha dichiarato che anche una tecnologia rudimentale come la scrittura non poteva essere disponibile in quella regione. Gli scavi hanno recuperato relativamente poco materiale risalente al I secolo, soprattutto per il fatto che i siti hanno continuato ad essere occupati, e più tardi i resti sono stati distrutti o hanno coperto quelli precedenti, come è successo a Cafarnao. Solamente a Gamla, nel Golan, è stata esplorata in modo più esteso una città del I secolo. Eppure, con la costruzione di Zippori e poi di Tiberiade, con il confine tra la Galilea e il Golan a Betsaida, e la frontiera con Ippo e Gadara un po’ più a sud (tutte città sotto il governatore della Siria, dopo la morte di Erode), ci sarebbe stato molto da scrivere.

Oltre alle istruzioni per i costruttori e per le provviste dei palazzi reali e delle ville dei nobili, oltre agli appunti e alle liste di consegne, o ai conti di pagamenti eseguiti, c’erano le normali registrazioni degli esattori delle tasse e degli ufficiali doganali.

Ci si chiede quindi se coloro cui capitò di ascoltare la predicazione di Gesù potessero mettere per iscritto ciò che udivano. I taccuini costituiti da tavole di cera  erano spesso piccoli come il palmo di una mano, e forse stavano attaccati alla cintura o al polso, adattissimi per scrivere splendide parole come “Benedetti gli afflitti, perché saranno consolati” oppure “Io e il Padre siamo uno”. Esattori delle tasse come Matteo, del resto, avrebbero potuto disporre di tavoletta di questo tipo. La gente scriveva lettere, e un confronto con l’Egitto mostra che si scriveva di tutto: una richiesta di attenzione rivolta a un padre, un rapporto militare. Perciò si possono immaginare anche sacerdoti o loro emissari in Galilea che inviano rapporti scritti riguardanti Gesù di Nazaret ai loro colleghi di Gerusalemme.

Ovviamente c’è differenza tra prendere appunti, inviare rapporti e lettere, e comporre un libro. Ci si può domandare, allora, se qualcuno annotò mai le parole di Gesù, durante la sua vita. Gli studiosi dei Vangeli sostengono che in un primo periodo si sarebbe avuta soltanto una registrazione orale dei fatti e dei detti di Gesù. A riprova di ciò si adduce una regola rabbinica, che proibiva di mettere per iscritto le parole di un maestro o qualsiasi testo di contenuto religioso, ad eccezione delle Scritture, proprio nel timore che  scritti di tal genere si confondessero con i testi sacri. Le fonti rabbiniche, quantomeno, permettevano di annotare le parole di un maestro su tavolette.

Ora, però, uno straordinario e singolare documento rinvenuto tra i Rotoli del Mar Morto potrebbe rovesciare questa posizione. Sono stati infatti identificati i frammenti di sei copie di un libro, contenente decisioni di un autore  rimasto anonimo. Il testo è conosciuto con la sigla MMT (Miqsat Ma‘aseh ha Torah, “Alcune opere della Legge”).

Frammenti del rotolo di 4QMMT.

È scritto alla prima persona plurale, ma non è chiaro se il riferimento sia a un gruppo di maestri o ad un singolo personaggio autorevole, indicato con un “pluralis maiestatis”. Le norme sono fissate per contraddire i principi di un altro gruppo, un partito le cui posizioni sono simili a quelle che più tardi troveremo nell’ambiente rabbinico dominante. Il modo di procedere del testo è simile all’atteggiamento di Gesù nel sermone sul monte: “Voi avete udito che fu detto… ma io vi dico”. Uno dei principali studiosi dei Rotoli del Mar Morto non ha dubbi sul fatto che il documento sarebbe stato redatto  contemporaneamente alla stessa fissazione delle norme.

Queste testimonianze portano alla conclusione che c’erano molti più scritti in Palestina nel periodo di stesura dei Vangeli di quanto comunemente si ammetta. Quando Luca dice di aver cercato fonti attendibili per compilare il proprio Vangelo, si può supporre che ebbe la possibilità di leggere appunti scritti da testimoni oculari della predicazione di Gesù. Nessuna di queste fonti è sopravvissuta, e che siano esistite è una mera ipotesi, eppure la normale diffusione della scrittura rende la loro esistenza più che plausibile.

Il materiale comune ai Vangeli Sinottici (ad esempio la fonte Q) può certo derivare da un testo scritto molto antico. Le lettere di Paolo e quelle di altri autori del Nuovo Testamento dimostrano che la scrittura era diffusa nei primi decenni della vita della Chiesa, e l’importanza riconosciuta ai testi scritti nella Chiesa è evidenziata dal numero dei frammenti di papiro che datano dalla metà del II secolo in poi, rinvenuti nel medio Egitto. Non vi è ragione di pensare come eccezionale il fatto che gli ambienti ecclesiastici in Egitto possedessero questi testi: la loro sopravvivenza, del resto, è puramente accidentale. Anche altrove, nell’Impero romano e nelle regioni orientali, questi testi circolavano sicuramente.

Gli argomenti fin qui addotti dovrebbero indurre a dare molto più peso di quanto si è fatto finora al ruolo giocato dall’alfabetizzazione, e quindi dalla capacità di scrivere, nella conservazione della memoria delle parole e degli atti di Gesù.

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Nota sull’Autore

Alan R. MILLARD è Professore emerito di Ebraico e di Lingue semitiche presso la School of Archaeology, Classics and Egyptology (SACE) dell’Università di Liverpool. Ha partecipato a campagne di scavo in Siria, Giordania e Iraq. Si è occupato a lungo di epigrafia semitica e di storia della scrittura nel Vicino Oriente antico. Tra le sue pubblicazioni più importanti, Atrahasis: The Babylonian Story of the Flood (con W.G. Lambert, Oxford 1969) e Reading and Writing in the Time of Jesus (Sheffield 2000). Una rassegna di contributi di Millard (alcuni dei quali consultabili integralmente in formato pdf) si trova nel sito Theological Studies.

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Tutte le immagini sono tratte dall’articolo di A.R. Millard, Literacy in the Time of Jesus, apparso in “Biblical Archaelogy Review29/4, pp. 36-45.