Frate Francesco a Donna Giacomina

Ogni tanto, soprattutto in occasione delle principali ricorrenze del calendario francescano, mi capita di tornare su qualcuna delle 1500 pagine che compongono la gloriosa editio minor delle Fonti francescane (quella in formato tascabile, senza testo a fronte).

Tra le antiche biografie del Santo, ho sempre amato quelle più ruvide e popolari: i Fioretti, certamente, ma anche la Leggenda perugina, che la tradizione attribuisce ai tre frati Leone, Rufino e Angelo, compagni di Francesco.

Fra gli scritti di suo pugno, oltre al Cantico delle creature e al bellissimo Testamento, rileggo spesso e volentieri le lettere. Una di queste mi ha sempre colpito, per la singolare mescolanza di profondità e spensieratezza che – credo – doveva essere immediatamente percepita da quanti frequentavano Franz. Il Santo la dettò poco prima di congedarsi dal mondo, indirizzandola a donna Jacopa, altrimenti nota come Giacomina de’ Settesoli (o Settesogli).

Lo Speculum perfectionis, riferendo l’episodio, dice che «scrissero una lettera come aveva detto il santo… allorquando bussarono alla porta»: era donna Jacopa che giungeva da Roma, con tutte le cose da lui richieste.

Ecco dunque il testo della lettera, com’è riportato dagli Actus (Fonti francescane, §§ 253-255; il testo ci è giunto anche in altre versioni):

A donna Jacopa, serva dell’Altissimo, frate Francesco poverello di Cristo, augura salute nel Signore e la comunione dello Spirito Santo. Sappi, carissima, che Cristo benedetto, per Sua grazia, mi ha rivelato che la fine della mia vita è ormai prossima. Perciò, se vuoi trovarmi vivo, vista codesta lettera, affrettati a venire a Santa Maria degli Angeli, poiché se non verrai prima di tale giorno, non mi potrai trovare vivo. E porta con te un panno di cilicio in cui tu possa avvolgere il mio corpo e la cera per la sepoltura. Ti prego ancora di portarmi di quei dolci, che eri solita darmi quando mi trovavo ammalato a Roma.