Generazioni, secondo Gioele

di Carlo Maria Martini

Il testo è tratto da C.M. Martini – G. Sporschill, Conversazioni notturne a Gerusalemme. Sul rischio della fede, Mondadori, Milano 2010, pp. 60-61.

Raffaello Sanzio, Sibille e Profeti, ca. 1514.

Esistono senza dubbio diverse situazioni ed età della vita, come le descrive la moderna psicologia dell’età evolutiva. Anche la Bibbia dispone di questa conoscenza nel Nuovo Testamento e, prima ancora, nell’Antico Testamento. Nella predica di Pentecoste, Pietro riprende infatti le parole del profeta Gioele del IV secolo a.C. e racconta l’opera dello Spirito Santo in tre fasi della vita, ognuna differente:

I vostri figli e le vostre figlie profeteranno,
i vostri giovani avranno visioni
e i vostri anziani faranno sogni
.

I «I figli e le figlie» saranno profeti significa che essi devono essere critici. La generazione più giovane verrebbe meno al suo dovere se con la sua spigliatezza e con il suo idealismo indomito non sfidasse e criticasse i governanti, i responsabili e gli insegnanti. In tal modo fa progredire noi e soprattutto la Chiesa.

Il profeta dice poi che la generazione di mezzo, vale a dire coloro che sono responsabili, avrà delle visioni. Un vescovo, un parroco, un padre, una madre, un imprenditore: essi dovrebbero avere degli obiettivi per una comunità, una famiglia, un’azienda. I responsabili devono sapere cosa fare e quali compiti accettare.

È bello che il profeta assegni un compito anche agli anziani. Non ci si può aspettare che siano innanzitutto critici e profetici. Non si deve pretendere dagli anziani che portino pesi, elaborino progetti e li realizzino come la forte generazione di mezzo. Hanno meritato di affidare ad altri gli affari e il comando e di dedicarsi a qualcosa di nuovo: il sognare. Così dice il profeta, e Pietro riprende questa idea quando descrive l’opera dello Spirito Santo e l’augura alla Chiesa di ogni tempo.

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N.d.R.: Il profeta Gioele, molto probabilmente, non intendeva dire questo, ma l’interpretazione è davvero suggestiva (al di là dell’esser “martiniani” o meno…).