Le rivoluzioni del libro

Le sconsolate riflessioni di Raffaele Ventura sul “mercato della contestazione” (nel blog di eschaton.it) fanno tornare alla mente alcuni passaggi del volume di Elizabeth L. Eisenstein, Le rivoluzioni del libro (Bologna 1995), sui mutamenti culturali (a volte assolutamente paradossali) indotti in età moderna dall’invenzione della stampa a caratteri mobili.

Uno degli effetti della stampa descritti dalla Eisenstein, ad esempio, consiste in ciò che potremmo definire come pubblic(izz)azione dell’occulto:

«Il ricorso deliberato a un “linguaggio esopico”, l’uso di allusioni velate e di commenti criptici furono più comuni dopo la stampa che non prima. Dapprincipio si allargarono e rafforzarono le antiche ingiunzioni esoteriche a nascondere le “massime verità” al pubblico. Mentre alcuni filosofi naturali seguirono Francesco Bacone, chiedendo l’apertura delle botteghe chiuse e un commercio più libero delle idee, altri, come sir Water Raleigh, reagirono alla nuova pubblicità elogiando i saggi antichi per aver nascosto o travestito alcune verità. Copernico e Newton erano riluttanti a pubblicare quanto Vesalio o Galileo lo desideravano […]. Le concezioni nate dalla necessità di conservare i dati dalla corruzione erano incongruenti con la produzione di massa di oggetti venduti sul libero mercato. L’insistenza sull’occultamento, come notò il vescovo Sprat, nasceva singolarmente da autori che sfornavano bestseller e “sempre stampano i misteri più grandi”. E Paracelso scriveva: “Noi vi chiediamo di maneggiare e preservare questo mistero divino nella massima segretezza”. La richiesta, che appare ragionevole se rivolta a un gruppo scelto di iniziati, diventa assurda quando è diffusa, tramite la promozione commerciale, al pubblico più vasto. Analogamente, sentire qualcuno che dice di non dare le perle ai porci, mentre cerca di vendere gemme a tutti quelli che arrivano, significa provocare scetticismo sia sulle sue intenzioni sia sul valore reale dei prodotti che egli smercia» (pp. 186-187).

In questa pionieristica prassi pubblicitaria, la studiosa scorge uno dei motivi che avrebbero condotto alla progressiva separazione fra ricerche erudite e studi occultistici, essendo questi ultimi sempre più spesso appannaggio di ciarlatani o di élites esoteriche autoproclamatesi come tali. Uno storico delle religioni, tuttavia, potrebbe scorgervi anche una prova dell’invenzione moderna di una nuova forma (una forma anamorfica?) di esoterismo.

Un altro effetto paradossale della stampa, descritto sempre dalla Eiseinstein, riguarda invece la centralizzazione del periferico, e dunque la promozione commerciale del proibito, con la conseguente svalutazione dell’idea di “ortodossia” a favore dell’“eresia”:

«Data l’esistenza di stampatori in cerca di profitti fuori della portata di Roma, la censura cattolica diventò un boomerang in un modo che non poteva essere previsto. L’indice dei libri proibiti rappresentava una pubblicità gratuita per i libri che vi erano elencati […]. In breve, c’era molto da guadagnare e poco da perdere, per lo stampatore protestante che decideva il suo elenco di libri di prossima pubblicazione con un occhio all’ultimo numero dell’Indice. Così le decisioni prese dai censori cattolici deviarono involontariamente le politiche editoriali protestanti nella direzione di tendenze estere eterodosse, libertine e innovatrici. Questo tipo di condizionamento merita una riflessione. Esso ci mostra perché gli stampatori devono essere considerati agenti indipendenti quando si cerca di collegare la divisione tra cattolici e protestanti ad altri sviluppi. Fu lo stampatore in cerca di profitti, e non il teologo protestante, a pubblicare Aretino, Bruno, Sarpi, Machiavelli, Rabelais e tutti gli altri autori che erano sugli Indici cattolici. Quando si ignora l’agente intermedio, diventa difficile spiegare perché siffatta cultura letteraria secolare, edonista e del libero pensiero sia prosperata in regioni in cui il controllo era nelle mani di protestanti devoti» (p. 233).

Insomma, alcuni storici l’hanno capito: a volte, invece di guardare la luna, si impara di più esaminando il dito che la indica.

4 thoughts on “Le rivoluzioni del libro

  1. Illuminanti queste citazioni della Eisenstein (in particolare la seconda).
    Grande post mcluhaniano!

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