Ancora incertezze sul Vangelo segreto di Marco

Meriterebbe di più di una semplice segnalazione, anche se per ora dovremo accontentarci, il dettagliato report che Venetia Anastasopoulou, grafologa della National Association of Document Examiners (USA), ha reso disponibile in questi giorni presso il sito della Biblical Archaelogical Review, sul famigerato caso del “Vangelo segreto di Marco”.

Riepiloghiamo brevemente la faccenda, per chi non ne sapesse nulla.

La grande laura di San Saba, in Cisgiordania.

La scena del “delitto” si trova nello splendido Monastero di Mar Saba, a pochi chilometri da Gerusalemme. Siamo nel 1958. Morton Smith, già affermato docente di Storia delle religioni presso la Columbia University (New York), rinviene all’interno di un codice seicentesco (un’edizione delle lettere di Ignazio di Antiochia) alcuni fogli manoscritti, che subito identifica come porzioni di una lettera di Clemente Alessandrino, il grande padre della Chiesa vissuto fra il 150 e il 212 circa. La scoperta presenta le caratteristiche di una vera “bomba” accademica: anche perché di Clemente, fino ad allora, non erano note altre lettere. Ma le sorprese non finiscono qui.

L’epistola, infatti, risulta indirizzata a un certo Teodoro: l’Alessandrino scrive per metterlo in guardia dalle dottrine dei Carpocraziani, un gruppo gnostico di tendenze  libertine attivo fra II e III secolo. Costoro, spiega Clemente, avrebbero adulterato alcuni passi di un “Vangelo segreto di Marco”, una versione ampliata del Vangelo che sarebbe poi diventato canonico, la cui lettura sarebbe stata consentita presso la chiesa di Alessandria, sempre secondo Clemente, soltanto agli «iniziati ai grandi misteri» (vale a dire, più prosaicamente, a quanti non  fossero stati semplici catecumeni). I Carpocraziani, a questo fantomatico Vangelo (di cui le fonti antiche tacciono), avrebbero aggiunto affermazioni del tutto spurie, secondo le quali Gesù insegnava i «misteri del regno di Dio» durante cerimonie notturne a sfondo iniziatico e sessuale, «nudo con nudo».

Il ms. della discordia (clicca per ingrandire).

Come si comprende da questi rapidi cenni, la scoperta di Smith suscita un enorme scalpore. Nel 1973, lo studioso procede a un’edizione del testo, accompagnandola con un ampio commento (più di 400 pagine): Clement of Alexandria and a Secret Gospel of Mark, Harvard University Press, Cambridge (MA), e facendola seguire a un volume di taglio divulgativo, per presentare la scoperta al grande pubblico (di quest’ultimo volume esiste anche una traduzione italiana: Il vangelo segreto. La scoperta e l’interpretazione del Vangelo segreto secondo Marco, edito da Mursia, Milano 1977).

Le reazioni, ovviamente, non si fanno attendere. Una volta accertata l’autenticità clementina dello scritto, come dovremmo valutare infatti le citazioni del presunto Vangelo segreto? E che rapporto potremmo stabilire tra quest’ultimo e il testo canonico che noi conosciamo sotto il nome di Marco?

La critica si divide ben presto fra posizioni scettiche (l’intero documento clementino come un falso), posizioni moderate (il Vangelo segreto come opera secondaria rispetto a Marco) e posizioni radicali (il Vangelo segreto come testo precedente all’attuale Vangelo di Marco, escluse o incluse le varianti aggiunte dai Carpocraziani).

L’ipotesi del Vangelo segreto comincia quindi ad essere utilizzata, pur con grande cautela, per spiegare alcune incongruenze presenti nel testo di Marco (passaggi bruschi o di difficile interpretazione, come il celebre episodio del «giovane che fuggì seminudo» durante la notte di Gesù al Getsemani, in Mc 14,51-52). E qualcuno riesce a ricamarci sopra, tentando improbabili ricostruzioni storiche di Gesù come attivista gay ante litteram (un tratto fino ad allora assente dal vasto campionario dei “Gesù storici”).

Questo fino al 2005, quando compare un libro il cui titolo è tutto un programma: The Gospel Hoax. Morton Smith’s Invention of Secret Mark. L’autore è un giovane neotestamentarista, Stephen Carlson, allievo di Bart Erhman. Con dovizia di elementi, e con una precisione tale che il filologo sembra cedere il passo al criminologo, Carlson è convinto di poter dimostrare che l’epistola clementina e i brani del Vangelo  in essa contenuti siano inoppugnabilmente l’opera di un falsario (forse dello stesso Morton Smith). Falsi confezionati benissimo (al punto da illuminare la scomparsa inspiegabile degli originali: Carlson ha potuto lavorare solo su fotografie), ma che la moderna ricerca – appoggiandosi ad accurate analisi grafologiche, lessicali, stilistiche, e persino all’esame ottico delle muffe depositate sui fogli – potrebbe smascherare per la gioia e il dolore degli eruditi.

Tra i pochissimi studiosi italiani che prendono posizione sulla vicenda, si segnala Mauro Pesce. Nel libro-intervista scritto da Corrado Augias in collaborazione con lo storico, Inchiesta su Gesù, Pesce cita il libro di  Carlson, ma subito dichiara di fidarsi di una testimonianza offerta da Guy G. Stroumsa, docente di Religioni comparate presso l’Università Ebraica di Gerusalemme. Stroumsa sostiene di aver visto personalmente il codice dal quale Morton Smith avrebbe tratto i suoi fogli, nel monastero di Mar Saba, dopo un viaggio in macchina con David Flusser, Shlomoh Pines e l’archimandrita Melitone, del patriarcato greco di Gerusalemme: «Il libro era ovviamente rimasto dove Smith lo aveva trovato e dove lo aveva ricollocato». Questo sarebbe accaduto nel 1976, ma la testimonianza di Stroumsa si trova in un articolo uscito nientemeno che nel 2003.

I dubbi sollevati da Carlson, nel frattempo, non si spengono. A favore della tesi del falso d’autore intervengono anche altri. Ad esempio Peter Jeffery, un musicologo dell’università di Princeton, che fa uscire nel 2006 un  volume di grande impatto, The Secret Gospel of Mark Unveiled: Imagined Rituals of Sex, Death, and Madness in a Biblical Forgery, dove la ricostruzione storica della (presunta?) scoperta si affianca all’analisi di alcuni aspetti poco noti della biografia (intellettuale e non) di Morton Smith. Il libro viene pesantemente criticato da un sostenitore dell’autenticità del Vangelo segreto, Scott Brown, con un’esorbitante recensione (ben 47 pagine) apparsa nel sito della prestigiosa Review of Biblical Literature. Il dibattito, tuttavia, non accenna a spengersi (se ne possono seguire le varie fasi attraverso questo sito, oppure scorrendo le pagine del blog di Stephen Carlson; utili anche gli interventi di Loren Rosson, qui, qui e qui).

Nonostante alcune autorevoli voci contrarie (come quelle di Helmut Koester e di Charles Hedrick), il consenso intorno all’ipotesi del falso continua  a crescere: la sostengono personalità del mondo accademico diversissime per sensibilità, come Bart Ehrman, Craig Evans, Birger Pearson e Adela Yarbro Collins. E adesso, a smuovere ulteriormente le acque (già fin troppo agitate), interviene il contributo di Venetia Anastasopoulou che citavamo all’inizio. Ma la cosa non finisce qui: perché la Biblical Archaelogy Review, a quanto pare, ha commissionato l’esame del testo di Smith anche ad altri esperti di grafologia. E stando a certe indiscrezioni, non tutti sarebbero d’accordo col verdetto “innocentista” della Anastasopoulou. Staremo a vedere.

Nota. Segnalo in coda un interessantissimo articolo di Anthony Grafton, apparso su “The Nation” il 7 gennaio dell’anno scorso, che ricostruisce la vicenda accademica di Morton Smith con un occhio di riguardo al rapporto epistolare che questi ebbe con Gershom Scholem, tra il 1945 e il 1982. Il carteggio  fra i due è stato pubblicato a cura di Guy Stroumsa, presso Brill (Leiden 2008).

Aggiornamento. Ringrazio Peter Jeffery, che ha segnalato fra i commenti la sua risposta alla perizia di Venetia Anastasopolou: il testo si può leggere in formato pdf, cliccando qui; nel sito di Loren Rosson trovate un breve riassunto con alcune osservazioni.

6 thoughts on “Ancora incertezze sul Vangelo segreto di Marco

  1. Grazie per il sunto.
    Se mi posso permettere, aggiungerei un link a questo blog di uno studioso finlandese che ha appena finito di pubblicare a puntate sul blog stesso la traduzione inglese di una tesi con cui mette definitivamente (se ce n’era ancora bisogno) la “pietra tombale” sulle fantasie di Carlson.
    http://salainenevankelista.blogspot.com/
    Il blog ha anche molte informazioni sulle due perizie grafologiche.
    Saluti

  2. Grazie, GB. Il link c’è già, a volerlo cercare (“certe indiscrezioni”). Su Carlson non sarei così drastico, però. Magari ne riparleremo!

  3. Ma dai, ma come si fa a pensare che sia autentico?

    Se si crede a questi “pacchi”, allora come minimo si crede anche che ci sono gli alberi che fanno gli zecchini, come Pinocchio!

    p.s.: sulla questione, suggerisco la lettura del libro di Bart Ehrman, I Cristianesimi perduti, Carocci (parte I, cap. 4)

  4. Credo abbia molto pesato l’autorevolezza dello “scopritore”. Anche Ehrman, del resto, si dichiarava possibilista. E nel libro citato mantiene un atteggiamento piuttosto ondivago.

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