L’arte cristiana antica

di Luciano De Bruyne

L’articolo corrisponde alla voce «Arte cristiana antica», in Enciclopedia Cattolica, Città del Vaticano 1948-1954, vol. II, coll. 47-52.

Quasi nulla ancora sappiamo sulle origini dell’arte cristiana, prese nel doppio senso, cronologico e spaziale della parola. Si può presumere soltanto che le sue primissime creazioni videro la luce durante la prima metà del secolo II e, un po’ dappertutto, nelle principali comunità sparse per l’impero romano. Non pare che ci dovettero essere ostacoli seri né da parte del giudaismo, né da parte dell’autorità ecclesiastica. Le prescrizioni mosaiche vanno intese nel senso anti-idolatrico, e l’opposizione contro l’arte figurativa nel seno delle comunità ebraiche si limitava alla corrente rigoristica. I loro monumenti (sinagoga di Dura Europo, catacombe di Roma) dimostrano che gli ebrei della Diaspora non erano ostili all’arte. Così pure si esagera facilmente l’opposizione in seno alla stessa comunità cristiana, perché anche qui fu ispirata da limitate tendenze rigoristiche o da circostanze locali.

Esempio unico di equilibrio, la religione di Cristo, nel riflesso dei misteri dell’ Incarnazione e della Risurrezione, non temeva di far suo il gusto delle decorazioni figurate tanto diffuso nel mondo ellenistico e di servirsi di queste, epurandole, come espressione e veicolo dei più alti concetti. Del resto, rappresentazioni figurate non mancano nei più antichi monumenti pervenuti a noi. Essi risalgono agli ultimi decenni del secolo II e ai primi del III (centri più antichi delle catacombe di Priscilla, Domitilla, Callisto e Pretestato; cappella cristiana di Dura Europo). A poca distanza di tempo seguono le prime sculture sui sarcofagi.

Fin dal suo sorgere, l’arte cristiana antica rivela la sua natura fondamentalmente simbolica, e ciò non soltanto, come si credette per molto tempo, nella decorazione dei sepolcri, ma anche in quella dei locali e degli arredi del culto. Essa considera l’arte come un linguaggio, come una espressione ideografica, il cui vocabolario e la cui sintassi sono sempre quelli comunemente diffusi, ma dei quali si serve per redigere nuove frasi, ora combinate a discorso logico e sistematico, ora giustapposte come quelle delle antiche litanie, e spesso intelligibili soltanto per gli iniziati.

Astrazione fatta da alcune rappresentazioni prese direttamente a prestito dall’arte profana (Orfeo, Amore e Psiche, ecc.) e messi a parte i segni simbolici, i motivi decorativi ed i ricordi della vita terrena, il repertorio di quest’arte si compone di figure simboliche e di scene storiche, allegoriche e rappresentative, tutte quante orientate ad evocare ed illustrare Cristo Salvatore e l’opera della salute preparata nel Vecchio Testamento, operata durante la vita terrena di Cristo, continuata dopo la sua morte dalla Chiesa e coronata nella vita beata. Ora più ora meno, secondo i tempi, si trovano messi in primo piano i concetti relativi alla morte e alla risurrezione tanto spirituale quanto corporale; all’intervento d’Iddio in favore dei fedeli di rutti i tempi; ai mezzi di salute, tra cui primeggiano la fede, l’iniziazione cristiana e il cibo e bevanda dell’immortalità; all’intervento dei Santi intercessori, tra cui occupano il posto d’onore per primi i Principi degli Apostoli, e presto gli altri martiri; alla glorificazione trionfale di Cristo.

Fin dal principio appaiono due figure centrali: il Buon Pastore e l’Orante, cioè il Salvatore delle anime e le anime salvate. Dal Buon Pastore primitivo fino alla figura maiestatica di Cristo che con l’andar del tempo diverrà quasi esclusiva, si scorge una linea di continuità che passa per le figurazioni del Cristo filosofo e taumaturgo. L’Orante, in origine figura astratta, intenta piuttosto a concretizzare lo stato dell’anima beata, passa a figurare il defunto stesso ideato in questo stato, e finisce per essere sostituita dalle figure di defunti accolti nel Paradiso.

Tra le scene del Vecchio Testamento, le prime sono quelle in cui meglio si palesa la liberazione per intervento divino dal pericolo della morte (Noè nell’arca, il sacrificio di Isacco, Daniele fra i leoni, i tre fanciulli nella fornace, la storia di Susanna e quella di Giona, ecc.), ma presto la scelta si allarga con scene in cui tal concetto, pur essendo sempre presente, non è più espresso con la stessa immediatezza. Temi iconografici come quelli della creazione dell’uomo, della caduta dei protoparenti e dell’intervento del Logos a loro favore, stanno direttamente in rapporto con il problema vita e morte già accennato, mentre i vari vaticini di profeti sono da mettersi in relazione col mistero dell’Incarnazione.

Le scene del Nuovo Testamento si dividono in vari gruppi secondo i concetti fondamentali a cui si riferiscono. Oltre a quelle cristologiche (Annunciazione, Natività, Adorazione dei Magi e, più tardi, le scene della Passione, ecc.), e la serie dei miracoli (guarigioni) che hanno lo stesso compito come i paradigmi del Vecchio Testamento, si devono notare le scene del Battesimo, le risurrezioni, la moltiplicazione dei pani ed il miracolo di Cana con le loro derivazioni; la cosiddetta negazione di s. Pietro; il colloquio con la Samaritana, ecc.

Da annoverare tra le scene allegoriche sono anzitutto i banchetti, tra cui un primo gruppo contiene richiami evidenti dell’Eucaristia, mentre un secondo gruppo allude al refrigerium nell’altra vita.

Ancora prima della pace della Chiesa penetrano nell’ambito dell’arte cimiteriale i primi riflessi dell’arte monumentale, con le prime figurazioni di Cristo maestro tra Apostoli, ma questa iconografia si diffonde veramente solo nella seconda metà del secolo IV e specialmente sulla fronte dei sarcofagi, con composizioni come la Traditio Legis, il consiglio nella Città o nella Basilica celeste, l’acclamazione o l’omaggio delle corone, ecc., mentre il culto dei martiri conduce alla loro rappresentazione come intercessori dei defunti. È nella stessa seconda metà del secolo IV e nel V che l’arte crea figurazioni allegoriche anche nella forma, ricorrendo anzitutto agli agnelli ed alle colombe per figurare il Cristo, gli Apostoli e i fedeli.

Per studiare bene il repertorio dell’ arte cimiteriale, bisogna distinguere tra le pitture e le sculture, perché, non solo nei due campi si seguivano tradizioni più o meno indipendenti, in modo che il catalogo dei soggetti risulta anche più ricco nella scultura, ma inoltre, i campi da decorare e la natura stessa dei materiali e degli strumenti che si adoperavano, imponevano le loro leggi che incidevano tanto sull’esecuzione formale delle opere d’arte quanto sulla loro concezione iconografica e sulla loro distribuzione relativa in complessi più estesi. Non sembra però che la religione cristiana abbia subito avuto ripercussioni visibili anche sullo stile; i primi pittori e scultori cristiani si servivano della tecnica e dello stile del momento e sarà solo con l’andar del tempo e con il lento morire dell’arte pagana che si potrà parlare di uno «stile» cristiano. Certe innovazioni che appaiono abbastanza presto, come, ad esempio, gli occhi alzati verso il cielo, appartengono a questioni di contenuto piuttosto che di stile.

Dopo la pace della Chiesa, l’arte cristiana si svolse liberamente anche in composizioni monumentali a servizio diretto della liturgia e dell’educazione dei fedeli. La tecnica del musaico le assicurava uno splendore più volte secolare. Pure essendo pienamente conscia del suo nuovo compito, essa non rinnega però il suo carattere fondamentale primitivo, e rimane essenzialmente simbolica. Tanto nei battisteri e nei martyria quanto nelle basiliche, i suoi cicli di scene bibliche, apparentemente solo narrativi, rivelano sempre meglio che la scelta e la distribuzione delle loro scene ubbidiscono a leggi simboliche o tipologiche. Essi formano così una transizione naturale tra il simbolismo primitivo delle catacombe e le vere concordanze del Vecchio e del Nuovo Testamento, come le conoscerà il medioevo.

I battisteri, riservati all’iniziazione cristiana, seguono anche un’iconografia parzialmente indipendente da quella delle basiliche ed insistono anzitutto sui cieli stellati in cui appare il monogramma di Cristo, sulla figura del Buon Pastore e sulla Traditio Legis. Le altre scene alludono all’acqua della vita, alla risurrezione, alla vittoria sulla morte e all’Eucaristia. Le figure degli apostoli ed i simboli degli evangelisti, alternati con motivi e composizioni di carattere allegorico, permettono complessi ben variati. Esempi: Dura Europo; S. Costanza; S. Giovanni in Fonte a Napoli ; il battistero lateranense; quello di Ravenna, ecc.

Nelle basiliche, invece, bisogna distinguere le varie parti dell’edificio. Mentre l’abside e l’arco trionfale ricevono composizioni orientate verso la glorificazione del Signore e di tutto il corpo mistico, sulle pareti laterali della navata si svolge l’una o l’altra parte della storia del popolo eletto, e sulla parete interna d’ingresso si nota, almeno per quanto sappiamo da un paio d’esempi, il ricordo storico della fondazione del tempio. Troppo scarsi sono gli esempi antichi ancora conservati per poter generalizzare le regole seguite. Nelle absidi, la figura maiestatica del Signore è circondata dal Collegio apostolico e dai Principi degli Apostoli, i santi titolari ed i fondatori del tempio, tutti quanti compresi nel quadro ideale della Gerusalemme celeste o del Paradiso. Alla base della composizione un fregio allegorico evoca la glorificazione dell’Agnello divino. L’arco trionfale, con i simboli degli Evangelisti circondanti il trono o il busto di Cristo, con i sette candelabri, i ventiquattro seniori e le due allegoriche città s’ispira comunemente alla visione dell’Apocalisse. Un posto del tutto particolare occupa l’arco di S. Maria Maggiore, in ricordo delle proclamazioni del Concilio di Efeso.

I cicli storici delle pareti di solito opponevano una serie di fatti del Vecchio Testamento ad una del Nuovo. Nelle due basiliche di S. Pietro e di S. Paolo, erano accompagnati dai medaglioni contenenti i ritratti dei Sommi Pontefici. E con l’evolversi dell’arte diventeranno sempre più numerose, in diverse parti dell’edificio sacro, le rappresentazioni prima dei martiri e poi degli altri santi di ambedue i sessi.

I musaici e gli affreschi ritraenti figure sacre o scene figurate, trovavano il loro logico complemento in decorazioni di stucco nelle parti alte dell’edificio ed in incrostazioni marmoree in quelle basse. Purtroppo scarsi sono i testimoni a noi pervenuti. Tanto nei battisteri quanto nelle basiliche, i musaici del pavimento concorrevano con il resto della decorazione, e ciò non solo con composizioni geometriche o di carattere puramente ornamentale, ma anche con figurazioni simboliche. Le sculture architettoniche anche policromate nei fregi, capitelli ed arredamenti completavano l’insieme.

Nel dominio delle arti minori l’arte cristiana antica svolse la sua attività come altrove, ricorrendo alle materie più diverse. Gli oggetti fittili, i vetri incisi o dorati, gli avori, gli utensili in metalli preziosi, le gemme, i tessuti costituiscono altrettanti campi in cui la religione di Cristo lasciò le sue orme. Preziosi anzitutto i manoscritti miniati, tra cui come principali si possono citare la Bibbia di Vienna, il rotolo di Giosuè, il codice purpureo di Rossano. Degne di menzione, infine, le porte di legno scolpite, i cui principali rappresentanti sono quelle di S. Sabina in Roma e di S. Ambrogio di Milano.

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