Scrittura: tra memoria ed economia

I brani sono tratti da Roland Barthes, Variazioni sulla scrittura, trad. it. a cura di C. Ossola, Einaudi, Torino, pp. 33-34; 40-42.

Scrittura e memoria

Da quando – con Platone – è cominciata la riflessione sulla scrittura, le si è attribuito la funzione di memoria: la scrittura sarebbe una sorta di strumento mnemotecnico, una protesi del cervello il quale, grazie ad essa, si libera da ogni compito di archiviazione. Si arriva a pensare che le prime pittografie oppure anche la scrittura delle isole di Pasqua (ancora non decifrata) non fossero che un prontuario dei cantori polinesiani, destinato a facilitare la recitazione delle loro cantilene. È sì vero che i primi monumenti di cui disponiamo, per la nostra scrittura, in Medio Oriente, non sono che liste di oggetti o di personaggi, insomma entità registrabili; questi insiemi non ci interessano affatto e sono tuttavia proprio quelli che la scrittura ha per noi registrato; per contro, tutto ciò che di quelle lontane forme di vita ci appassionerebbe (usi e costumi) non è stato annotato, ma è normale che sia così: perché i Sumeri avrebbero dovuto trascrivere ciò che costituiva la sostanza della loro vita quotidiana e che essi conoscevano a occhi chiusi, a memoria appunto?

La funzione memoriale che sembra all’origine della scrittura nelle nostre civiltà è qui richiamata perché si sappia ben misurare tutto ciò che, almeno nelle nostre culture, la oltrepassa. Noi scriviamo ancora, certamente, per tenere a memoria (non fosse che sulle nostre agende), ma più ancora per informare: i giornali sono ora i nostri annali, ed essi sono scritti per fornire informazioni; non divengono registri memoriali che a cose lontane. Lo stesso si dica per i nostri costumi: nessuna scrittura, nelle nostre civiltà, li registra direttamente; occorre passare attraverso la mediazione del giornale, del romanzo, del saggio. Ancor meglio, tutti questi documenti non possono erigersi allo statuto di registri memoriali se non sono interpretati. La scrittura è dunque ben presto impregnata da un simbolismo di secondo grado: da «grafia», ordine della semplice memoria, essa diviene «scrittura», campo della significazione infinita.

Scrittura ed economia

I legami tra scrittura ed economia sono semplici, almeno storicamente, nell’area mediterranea. L’agricoltura è attestata in Palestina verso il 6000 a.C.: il primo bisogno alimentare è quello del congiungimento da un raccolto stagionale all’altro, e dunque quello dell’immagazzinaggio, della distinta delle riserve. Una civiltà nasce da contabili e da notai; i segni religiosi si laicizzano; e tutti gli storici sono concordi nel collegare l’invenzione della scrittura, in quest’area storica e geografica, ai bisogni economici. Più ancora, si è persino stabilito un certo parallelismo tra l’invenzione dell’alfabeto e quella della moneta uniformemente diffusa: come la lettera è il più piccolo comun denominatore di ogni senso e di ogni memoria, cosi la moneta, nel bacino del Mediterraneo, è la misura di ogni cosa; la civiltà s’impegna in un processo di riduzione: dalle parole alla lettera, dai beni alla moneta, lettera e moneta in sé dimorando neutre, puramente insignificanti.

In Cina, al contrario, sembra che la moneta e il segno non fossero stati che un oggetto o un bene fra molti altri: ci sarebbe giustapposizione, più che riduzione. L’origine della scrittura, a volersi attenere al discorso degli storici, è qui distinta: religiosa, rituale. È tuttavia possibile, in entrambi i casi, risalire a un bisogno comune: quello del contratto. Tra le forme più arcaiche dell’inscrizione, si trova l’intaglio praticato su un bastone, per ricordarsi di qualcosa, ma anche per garantire un contratto: la tacca non può infatti né cancellarsi né essere alterata. Non è passato gran tempo da quando i fornai francesi, quando vendevano il pane a credito, incidevano una tacca per ogni forma di pane, nel bastone loro e in quello del cliente: impossibile mentire. L’inscrizione ha dunque valore d’obbligo contrattuale: essa obbliga il debitore, come in Cina, e prima della stessa scrittura, essa vincolava la divinità o l’orante. La lingua araba intreccia i due sensi in un unico reticolo semantico: uno stesso radicale rinvia all’idea di praticare delle tacche, d’assegnare a qualcuno la propria quota-parte, e di dare le leggi (parlando della divinità).

La scrittura è dunque scambio; di fronte a quell’istante periglioso nel quale lascio andare da una parte e afferro dall’altra, la scrittura costituisce il mezzo per premunirmi contro il rischio di un colpo mortale: se la scrittura non esistesse, mi ritroverei senza nulla: avendo già mollato e non ancora ghermito: in un lasso di caduta infinita.

Altro esempio – più circoscritto – dei legami costanti tra scrittura ed economia: verso la fine del XII secolo, in dipendenza da una scarsità di pergamena, la scrittura si restringe per occupare meno spazio; forse lì bisognerebbe cercare l’origine della scrittura gotica, allungata, più che in un preteso spirito dell’epoca.

Non considero qui la scrittura impressa su libro. Non si può tuttavia resistere all’obbligo di richiamare le origini economiche del libro. Nata in un ambiente di orafi e di coniatori di monete, incoraggiata dal Capitale (Gutenberg trova a Magonza, verso il 1448, un finanziatore che è banchiere), connessa all’avvento di novità tecniche e industriali – altiforni, fonderie, laminatoi, sfruttamento delle miniere d’antimonio di Boemia – l’arte della stampa si è rapidamente sviluppata perché esiste già un’unità economica e commerciale dell’Europa e perché coopera all’affermazione di classi dinamiche; i banchieri investono nelle prime opere a stampa nella misura in cui queste saranno dei best-sellers: bibbie, messali, breviari, grammatiche elementari, calendari, bolle d’indulgenza.