L’Epistola ai Filippesi

di Teodorico da Castel San Pietro

L’articolo corrisponde alla voce «Filippesi, Epistola ai», in Enciclopedia Cattolica, Città del Vaticano 1948-1954, vol. V, coll. 1299-1304.

[È] Una delle quattro lettere della prigionia, indirizzata da s. Paolo alla comunità di Filippi.

1. Indole

L’Epistola ai Filippesi presenta una fisonomia inconfondibile rispetto alle altre lettere paoline, comprese quelle del gruppo in cui viene comunemente considerata, dalle quali si differenzia per il contenuto e per il tono, se non per il luogo e le circostanze di composizione. A parte la brevissima Epistola a Filemone, che, per la destinazione e per l’argomento, ha carattere del tutto personale, Fil è la più familiare delle lettere paoline: lettera più di ogni altra.

È improntata alla confidenza più cordiale, scevra d’ogni preoccupazione: Paolo sa bene di essere compreso, che non c’è tra lui e i suoi corrispondenti il pericolo di quegli equivoci, che poteva creare, per esempio, la cavillosa faziosità dei fedeli di Corinto. Apre perciò il suo cuore con la semplicità e la sicurezza di un padre, e fa sentire, di riflesso ma con evidenza, la devozione dei lettori. Alcune battute polemiche non toccano i destinatari, ma i nemici dichiarati della predicazione di Paolo, i giudaizzanti (3,2-11), che sembrano estranei alla comunità, oppure quei membri della comunità che sono venuti meno alla loro vocazione al punto che si possono chiamare «nemici della Croce di Cristo» (3,18 sg.; cf. J.H. Michael, The Epistle of Paul to the Philippians, Londra 1928, pp. 132 sgg., 171 sg.; W. Michaelis, Der Brief des Paulus an die Philipper, Lipsia 1935, pp. 52 sgg., 61 sg.).

La lettera rispecchia bene i rapporti che sono corsi costantemente tra Paolo e la chiesa di Filippi, la fedelissima tra quelle fondate da lui, l’unica in cui dottrine erronee e notevoli divisioni d’animi non abbiano avuto presa. Non per questo l’Apostolo lascia di mettere in guardia contro ogni pericolo di deviazione dottrinale e di raffreddamento nel fervore religioso, e contro sintomi di piccole discordie interne (cf. 4,2).

Fil non è uno scritto fondamentalmente dottrinale, da potersi paragonare con le poderose trattazioni delle Epistole ai Romani e ai Galati, o con la Prima ai Corinti. Non mancano, tuttavia, spunti dogmatici di notevole importanza, primo fra tutti il celebre passo cristologico di 2,6-11. La vita e la morale cristiana, l’unione mistica con Cristo e il progresso nella perfezione vi hanno un posto notevole, ma fuori di ogni schema prestabilito. Questa lettera della gioia, che richiama, più di ogni altro scritto, il Vangelo di s. Luca, è ancora più significativa, come visione cristiana della vita, in quanto viene da un prigioniero e s’indirizza a fedeli che hanno sofferto e soffrono per la causa di Cristo.

2. Analisi e contenuto

L’indole dello scritto spiega perché sia possibile dividerlo secondo lo schema consueto di parte dottrinale e di parte pratica. Alle notizie che riguardano le presenti condizioni dell’Apostolo si affiancano, fin dall’inizio, esortazioni ad una vita cristiana più fervorosa, corroborate da motivi d’indole dogmatica. I pensieri si succedono liberamente, legati talora da un filo sottilissimo, ma con molta naturalezza, all’infuori di qualche passaggio piuttosto brusco e inatteso (3,1 sg.).

L’esordio (1,1-11) è meno solenne di quelli della Epistola ai Romani, e delle Epistole I e II ai Corinti; più vicino a quelli delle Epistole I e II ai Tessalonicesi, anche per l’assenza del titolo di «apostolo». Qui Paolo si dice, con Timoteo, «servo di Gesù Cristo».

Dopo il consueto indirizzo a «tutti i santi», con particolare menzione degli epískopoi e dei diákonoi, e l’augurio di grazia e di pace (vv. 1 sg.), l’Apostolo ringrazia e manifesta la propria gioia per i doni divini conferiti con tanta larghezza a questa comunità, di cui egli si sente orgoglioso. Ha nel cuore tutti questi cari figli, anche da prigioniero, e mentre lotta per la propaganda e la difesa del Vangelo (vv. 3-8), la sua preghiera implori l’aumento della carità nei fedeli, onde conoscano e pratichino ciò che è migliore, per essere puri e irreprensibili in preparazione al giorno di Cristo (vv. 9 sgg.).

Anche la prigionia dell’Apostolo si è volta a profitto del Vangelo: oltre la propaganda cristiana tra i soldati di guardia, essa ha provocato in molti fratelli un maggiore ardore nella predicazione. Alcuni agiscono per un poco lodevole antagonismo; ma ciò non conta: purché Cristo sia predicato, da chiunque e per qualunque motivo, l’animo di Paolo ne sarà sempre riempito di gioia sincera (1,12-18). Tutto tornerà a bene suo e ad onore di Cristo, glorificato sia per la vita sia per la morte dell’Apostolo: per il quale «il vivere è Cristo e il morire un guadagno», pronto com’è a sacrificare il desiderio di venire sciolto dai vincoli del corpo ed essere con Cristo, per rimanere, come di fatto rimarrà, a maggiore profitto di questi fedeli, che egli conta di rivedere ancora (1,19-26).

Si comportino i lettori in maniera degna del Vangelo di Cristo, in perfetta unità di spirito, senza trepidare di fronte agli avversari; ché questo è il loro vanto: non solo credere in Cristo, ma patire per lui, come Paolo ne dà l’esempio (1,27-30). Per ciò che vi ha di più caro in Cristo e nella comunione degli animi, colmino la gioia con la perfetta concordia, guardandosi dall’agire per gloria vana, reputando, anzi, gli altri superiori a sé. A tanto c’impegna la grande lezione che Cristo ci ha dato: potendo egli gioire di tutto ciò che gli spettava per la sua perfetta somiglianza con il Padre, ha voluto abbassarsi assumendo la condizione di schiavo, uomo in tutto come noi, umile e obbediente fino alla morte di croce. Per questo Iddio lo ha esaltato, dandogli un nome superiore ad ogni altro, così che tutte le creature celesti, terrestri e infernali abbiano a riconoscere e a confessare che «Signore» è Gesù, alla gloria di Dio Padre (2,1-11).

Operino, dunque, i fedeli la propria salute in timore e tremore, con quello spirito di docilità di cui hanno dato prova. Dio è colui che dà ad essi il volere e l’agire. Risplendano come fari in mezzo a una generazione perversa traviata, provando che non invano egli ha lavorato tra di loro. E se il suo sangue sarà versato come una libagione sull’offerta sacrificale della loro fede, ne godrà, ed essi pure debbono rallegrarsene (2,12-18).

Paolo conta di mandare a Filippi Timoteo, che ha dato già prove magnifiche di dedizione alla causa dei fedeli: mentre «tutti» cercano i propri interessi, anziché quelli di Cristo. Spera di trovarsi presto egli stesso tra i suoi figli. Intanto ha deciso di inviare loro Epafrodito, riavutosi da una lunga malattia; lo accolgano con gioia, e stimino molto uomini di questa tempra: per la causa di Cristo, infatti, e nel servizio dell’Apostolo, Epafrodito ha messo a repentaglio la propria vita (2,19-30).

Esortati ancora i fedeli alla gioia, Paolo li mette in guardia contro gli assertori di una circoncisione che non ha più alcun valore (è semplice incisione o mutilazione: peritomē; cf. J.H. Michael, op. cit., p. 135). Quella che conta è la circoncisione spirituale. I titoli dei quali costoro si gloriano non farebbero difetto a Paolo; ma egli li stima come lordura, per guadagnare Cristo, e, per lui, la vera giustizia, partecipando alla Passione, alla morte e alla Risurrezione di lui.

È una tensione di tutte le forze di Paolo per conquistare la meta, alla stessa guisa che Cristo un giorno lo ha ghermito: un dimenticare il cammino percorso, per correre ancora verso la ricompensa, a cui Iddio chiama là in alto, in Cristo Gesù (3,1-14). In questo modo di sentire e di agire i fedeli debbono imitarlo, tenendosi lontani dalla pratica di quei «molti», che sono divenuti «nemici della Croce di Cristo» e hanno per Dio il ventre. Al contrario, patria dei credenti è il cielo, donde essi attendono come salvatore Gesù, che deve trasformarli nella propria gloria. I Filippesi, «gioia e corona» dell’Apostolo, stiano saldi così nel Signore (3,15 – 4,1).

Siano più concordi, con l’aiuto del «genuino Sizigo», Evodia e Sintiche, che hanno lavorato per il Vangelo con Clemente e gli altri, «i nomi dei quali sono nel libro della vita». Gioiscano tutti nel Signore, mostrando una dolce bontà (tò epieikés) verso tutti. «Il Signore è vicino». Siano liberi da preoccupazioni terrene; salga la loro preghiera a Dio; riempia i loro cuori la pace di lui; mentre si studiano di perseguire tutto ciò che di buono e di decoroso hanno potuto vedere nel loro Apostolo (4,2-9). Questi ringrazia di ciò che hanno inviato; non che egli non sia avvezzo ad ogni sorta di privazioni, ma perché questi doni provano il loro affetto. Essi sono i soli da cui egli abbia accettato offerte personali. Ora però, sovrabbonda per questa specie di sacrificio che, in lui, hanno offerto a Dio; il quale li ricompenserà con magnificenza. A lui, nostro Padre, sia gloria nei secoli dei secoli! (4,10-20).

L’epilogo (4,21 sg.) contiene generici saluti, anche da parte dei santi «che sono della casa di Cesare», e l’augurio della Grazia di Cristo.

3. Occasione

Fil è stata scritta quando Epafrodito, riavutosi da una grave malattia, si accingeva a tornare a Filippi. Paolo doveva ringraziare quei buoni fedeli che s’erano dimostrati così affezionati, sia inviando aiuti materiali, sia disponendo che Epafrodito restasse a fianco del prigioniero per assisterlo a nome della comunità. Non è improbabile che Paolo avesse scritto già ai Filippesi (3,1.18); ma che uno scambio di lettere ci sia stato tra la venuta di Epafrodito e l’invio di Fil (cf. J.H. Michael, op. cit., pp. XXI sg.) trova difficoltà nel fatto che Paolo ringrazia qui delle offerte inviate dai fedeli; né è molto verosimile che egli sia tornato più volte sull’argomento, data l’evidente intenzione di mostrare, con delicatezza, la propria indipendenza di fronte a questi donativi. Che a Filippi si fosse informati della malattia di Epafrodito può spiegarsi anche senza una lettera di Paolo.

Certi caratteri interni della lettera sembrano staccarla, quanto a luogo e a data di composizione, dalle altre tre della prigionia. Alcuni aspetti del contenuto e dello stile parrebbero avvicinarla, più che a queste, alle grandi lettere paoline. La presenza del pericolo «giudaico» (3,2-11; cf. però Col 2,8-23) fa pensare a un periodo non lontano dalla crisi galatica. Ma sono criteri facilmente esposti a interpretazioni soggettive. Mentre negli ultimi decenni sono notevolmente diminuiti i critici che mettevano Fil in rapporto con la prigionia di Cesarea (cf. T.W. Manson, Saint Paul in Ephesus. The Date of the Epistle to the Philippians, in Bulletin of John Rylands Library, 23 [1949], p. 182), sono aumentati, particolarmente in campo non cattolico, i difensori dell’origine efesina (cf. W. Michaelis, op. cit., pp. 2, 8; P. Feine-J. Behm, Einleitung in das Neue Test., VIII ed., Lipsia 1936, p. 177). Essi, però, non hanno ancora potuto addurre argomenti tali da controbilanciare quelli che depongono in favore di Roma.

4. Autenticità Paolina e unità L’autenticità paolina di Fil, negata solo dai radicali delle scuole di Tubinga (ma non da tutti i seguaci di questa scuola) e olandese (cf. M. Goguel, Introduction au Nouveau Testament, IV, 1, Parigi 1925, pp. 28, 410; J. Huby, St. Paul. Les Épîtres de la captivité, II ed., Parigi 1935, p. 264), è oggi ammessa sempre più largamente. Infatti, anche a volere prescindere dalle testimonianze esterne, i caratteri paolini della lettera sono così pronunciati da escludere ogni probabilità di un falso.

Oltre le allusioni della 1Clem. 3,4; 21,1 (Fil 1,27); 47,2 (Fil 4,15); di s. Ignazio, Ad Smyrn., 4, 2 (Fil 13); 11, 3 (Fil 3, 15); Ad Philad., 1, 5; 8, 2 (Fil 2,3), vi è la testimonianza esplicita di Policarpo, Ad Phil., 3, 2, che ricorda ai Filippesi le lettere scritte loro da Paolo; allusioni in 1, 1 (Fil 2,17; 4,10); 2, 1 (Fil 2,10; 3,21); 9, 2 (Fil 2,16); 12, 3 (Fil 3,18). Fil è citata pure in uno scritto delle chiese di Lione e di Vienna (Eusebio, Hist. Eccl., 5, 2: PG 20, 433). Come di Paolo è citato Fil 4,18 da s. Ireneo (Adv. Haer., 4, 18, 4: PG 7, 1026; cf. 4, 8, 3 [Fil 4,17]; 5, 13, 4 [Fil 3,10]: PG 7, 995 e 1159). L’autenticità di Fil è affermata correntemente da Clemente Alessandrino (Strom., 4, 13: PG 8, 1300; Paed., 1, 6: PG 8, 312), da Tertulliano (De resurrectione carnis, 23: PL 2, 826 [873]; Adv. Marcionem, 5, 20: PL 2, 522 sg. [554 sg.]) e dal Frammento Muratoriano (Enchiridion Biblicum, Roma 1927, n. 4).

Contro l’unità di Fil s’è creduto di trovare un argomento positivo nel testo citato di Policarpo, che parla effettivamente di «lettere» mandate da Paolo ai Filippesi. Ma, oltre che il plurale epistolaí è usato spesso per una lettera (litterae), Policarpo poteva riferirsi o al complesso delle lettere inviate ai fedeli di Macedonia, oppure, più probabilmente, egli era meglio informato sulla corrispondenza tra Paolo e i Filippesi, che non dovette limitarsi allo scritto canonico.

Che ci sia un passaggio brusco e inaspettato in Fil 3,1 sg. è innegabile: 3,1 parrebbe l’inizio di una chiusa di lettera; ma poi il dettato riprende decisamente per rinnovare raccomandazioni già fatte (3,1b); e seguono le espressioni molto dure di 3,2.18; tutto il capitolo 3, anzi, ricorda le robuste polemiche delle grandi lettere, quasi un riflesso delle medesime lotte. Si può supporre un intervallo nella stesura di Fil, durante il quale l’Apostolo avrebbe ricevuto notizie di mene di giudaizzanti a danno della diletta comunità, nonché della persistente cattiva condotta di alcuni, che poteva avere delle ripercussioni molto dannose sugli altri (cf. J. Huby, op. cit., pp. 265 sg.).

Gli attacchi più radicali contro l’unità di Fil sono di A. Loisy, La naissance du christianisme, Parigi 1933, p. 28, e H. Delafosse (Turmel), L’Épître aux Philippiens, ivi 1928: per il primo, Fil sarebbe una combinazione di due biglietti di Paolo, uniti all’inizio del sec. II e integrati con elementi di gnosi cristiana (2,6-11) e di polemica antigiudaica; per il secondo, i passi dottrinali sarebbero di un marcionita che, attorno al 140, tentava di divulgare sotto il nome di Paolo le dottrine del proprio maestro.

Contro questi tentativi di vivisezione s’è pronunciata la maggioranza dei critici, tra i quali si rilevano A. Jülicher – E. Fascher, Einleitung in das Neue Test., VII ed., Tubinga 1931, p. 122; M. Goguel, op. cit., pp. 400-409. Quest’ultimo conchiude (p. 409) che le obbiezioni affacciate contro l’unità di Fil possono risolversi tenendo conto della libertà che caratterizza la composizione di una lettera.

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