Paolo e la cultura ellenistica

Qual è il rapporto che Paolo intrattenne con le elaborazioni filosofiche dell’ellenismo? Per capirlo, possiamo tornare rapidamente sulla sua origine cilicia.

All’epoca di Paolo, Tarso superava i centomila abitanti, e possedeva da tempo un ginnasio e uno stadio (da qui, verosimilmente, l’apostolo trasse le numerose immagini agonistiche che arricchiscono le sue lettere). Menzionata dal geografo Strabone come uno dei massimi centri culturali dell’Impero, nota per aver dato i natali ad illustri esponenti della Stoà – da Crisippo (III sec. a.C.) al suo allievo Zenone, fino al celebre Antipatro ammirato da Cicerone, e chiamato “Calamo urlante” per la sua polemica contro l’accademico Carneade – Tarso divenne civitas libera per volere di Marco Antonio, rafforzando in tal modo il suo ruolo di importante snodo commerciale tra Oriente e Occidente. Si trattava di un vero e proprio mosaico di stirpi e di culti: e non è difficile immaginare quanto un simile ambiente possa aver predisposto il giovane Paolo a un certo “cosmopolitismo”.

La Porta di san Paolo a Tarso.

La Porta di san Paolo a Tarso. Copyright: http://www.mideastimage.com

Tanto per capire l’importanza, anche simbolica, di questa città: a Tarso, nel 333 a.C., cadde malato Alessandro Magno, dopo un bagno nelle acque gelide del fiume Cidno; a Tarso svolse incarichi di governo (a quanto risulta, egregiamente) il già menzionato Cicerone, tra il 50 e il 52 a.C.; a Tarso avvenne un celebre convegno amoroso tra Antonio e Cleopatra, e vi trascorse del tempo pure Cesare; a Tarso, molto più avanti (nel 313), troverà la morte Massimino Daia, il restauratore del paganesimo sconfitto da Licinio; a Tarso, infine, verrà sepolto un altro celebre oppositore dei cristiani, l’imperatore Giuliano detto l’Apostata (nel 363).

Giustamente, quindi, l’autore degli Atti attribuisce quest’orgogliosa litote all’apostolo: «Io sono un giudeo di Tarso, in Cilicia, cittadino di una città non senza importanza» (At 21,39).

Tuttavia, eccezion fatta per alcune somiglianze di tipo formale (ad es. nei cataloghi di vizi e virtù, o nell’uso del genere diatribico, di origine cinica), Paolo non sembra direttamente influenzato da nessuna delle scuole filosofiche che prosperavano allora nella sua città natale. Qua e là, nell’epistolario, si avverte l’eco del lessico stoico, ma a ben vedere si tratta sempre di un’eco piuttosto superficiale, riconducibile a presupposti filosofico-religiosi di dominio comune.

Le citazioni di autori classici, allo stesso modo che nell’intero corpus neotestamentario, si contano sulle dita d’una mano. Sempre gli Atti attribuiscono all’apostolo, nel celebre discorso all’Areopago (At 17), una citazione dai Fenomeni di Arato, autore stoico del III sec. a.C.: «…Perché in Lui [Dio] viviamo, ci muoviamo ed esistiamo, come hanno detto anche alcuni dei vostri poeti: “Di Lui, infatti, noi siamo stirpe”» (At 17,28; cf. Phaen. 5).

Nella prima lettera ai Corinzi, Paolo sembra rifarsi a una sentenza – «Corrompono i buoni costumi i discorsi cattivi» (1Cor 15,33) – che compare in una commedia di Menandro (Thais, v. 218), mentre la tardiva lettera a Tito cita un proverbio che troviamo attestato nel De Oraculis di Epimenide (VI sec. a.C.): «I cretesi sono sempre bugiardi, male bestie, ventri pigri» (1Tt 1,12).

Come si arguisce dal carattere gnomico e popolaresco di queste citazioni, non è da qui che si potrà dedurre la presenza di una formazione “ellenistica” in Paolo, quanto piuttosto – io credo – dal carattere missionario della sua stessa esistenza. Agli occhi di chi lo incontrava nel corso dei suoi viaggi, Paolo non doveva risultare tanto diverso dai numerosi predicatori itineranti che affollavano le strade dell’Impero, o da quei filosofi di professione ch’erano abituati a confrontarsi con un pubblico vasto e indifferenziato.

Oltre ai cinici, che con bastone e bisaccia si spostavano di luogo in luogo, v’erano all’epoca di Paolo “profeti”, operatori di prodigi, taumaturghi itineranti, tutti personaggi di varia ispirazione, e in qualche caso persino impostori, come il famoso “falso profeta” Alessandro di Abuteneico, i cui raggiri verranno impietosamente denunziati da Luciano di Samosata (ma si può citare anche Apollonio di Tiana, nel I sec., le cui imprese verranno narrate in forma idealizzata da Filostrato, nel III secolo).

Questo genere di attività è attestato anche per il variegato mondo ebraico. Nel Vangelo di Matteo, ad esempio, è addirittura lo stesso Gesù a rampognare i farisei e gli scribi, i quali sono detti percorrere «il mare e la terra per guadagnare anche un solo proselito» (Mt 23,15). Si afferma spesso, ancora oggi, che il giudaismo antico non avrebbe avuto una natura “missionaria”: qui abbiamo invece una fonte, tra le più antiche a nominare il gruppo giudaico dei farisei, che ci attesta precisamente il contrario.

Il mondo di Paolo, evidentemente, era molto più fluido e complesso di quello che ci viene presentato da tante astratte ricostruzioni storiografiche.

One thought on “Paolo e la cultura ellenistica

  1. Caro Luigi,

    leggendo la catechesi di B.XVI sulle pagine paoline ho trovato interessanti rilievi sulla “twn logikon latreia” in relazione al nuovo culto spirituale affermato da San Paolo.

    Forse ne hai già parlato, e nel caso me ne scuso, ma, se non l’avessi fatto, e avessi tempo e modo di scriverne qualcosa, te ne sarei molto grato.

    Un caro saluto

    Giampaolo

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