Fino agli estremi confini della terra

Dicevamo che la forma mentis di Paolo, di questo “eroe dei tre mondi” [1], fu sinceramente urbana: anche se non è mancato chi abbia fatto notare la «concentrazione insolitamente alta», nelle sue lettere, di metafore che rispecchiano un ambiente rurale e una cultura agricola, forse proprio in dipendenza dall’insegnamento storico di Gesù, e segnatamente dalle immagini presenti nelle sue parabole [2].

I principali centri urbani dell’area mediterranea costituirono senza dubbio un punto di avvio privilegiato, per l’espansione del cristianesimo antico: basti pensare che fu ad Antiochia di Siria, allora una vera e propria metropoli, che un gruppo di discepoli di Gesù, formato da Ciprioti, Cirenei ed “Ellenisti” (Ebrei di lingua greca) cacciati da Gerusalemme, venne identificato per la prima volta con la dicitura di christianói, un termine greco che potremmo rendere alla lettera con l’espressione “quelli del Messia”, “i messianici” (in At 11,26 compare per la prima volta).

Nelle parole scelte da Paolo per descrivere la propria missione in Rm 15,19, i confini dell’evangelizzazione coincidono poi con i confini dell’Impero, dall’Arabia, ch’era zona soggetta alla sovranità di Roma, alla Spagna: un’ellisse i cui due fuochi erano rappresentati da Gerusalemme ad oriente – e sappiamo quanto le collette organizzate da Paolo nella diaspora avessero la funzione di legittimare le proprie zone di missione, agli occhi di questa chiesa-madre – e dall’Urbe ad occidente. Questo non fu certo l’unico arco d’azione delle missioni protocristiane, dato che una buona percentuale della diaspora ebraica, principale vettore di diffusione della Buona Notizia, risultava stanziata oltre i confini orientali, ma è certamente significativo il fatto ch’è solo della predicazione paolina che gli Atti canonici ci informano, e che questa si svolse puntando proprio al cuore politico e culturale del mondo mediterraneo.

Che ciò sia dipeso da una strategia “escatologica” (l’ingresso delle Genti in Israele, come sigillo della redenzione finale) o teologico-politica (la conversione della principale forza terrena del tempo), oppure da circostanze di tutt’altra natura – vuoi per la cittadinanza romana di Paolo, vuoi per la migliore distribuzione del sistema viario imperiale – non è qui il caso di discutere. Lo sviluppo e la diffusione del cristianesimo non possono comunque essere compresi senza l’esame delle rotte commerciali e delle vie di comunicazione dell’Impero, come suggeriva puntualmente Paolo Siniscalco in uno studio dedicato ai tempi di percorrenza via terra e via mare nelle tre grandi direzioni d’espansione cristiana, coincidenti con altrettante vie di traffico commerciale [3]. Le pagine di Wayne A. Meeks che abbiamo citate in precedenza, consacrate invece alla stratificazione sociale dei primi cristiani e alla formazione delle comunità paoline, forniscono per questo punto una preziosissima integrazione.

La predicazione di Paolo, quando non poteva svolgersi nel contesto sabbatico della sinagoga, poteva trovare un punto d’appoggio nell’ambiente dei colleghi di lavoro, intrecciando in tal modo l’occupazione artigianale allo scambio religioso.

Una variante di At 19,9, conservataci nel codice D greco-latino di Cambridge, risulta in proposito particolarmente illuminante. In essa si dice che Paolo avrebbe predicato ad Efeso, «nella scuola di un certo Tiranno, dall’ora quinta alla decima» (in corsivo, gli elementi propri della variante). Anche se non ci sono giunte informazioni più precise riguardo a questo Tiranno, possiamo trarre due importanti considerazioni. In primo luogo, costui avrebbe messo a disposizione di Paolo, per la sua qualità di predicatore itinerante, i locali di una propria scuola. In secondo luogo, tale ospitalità avrebbe riguardato un periodo compreso fra l’ora quinta e la decima, vale a dire dalle undici del mattino alle quattro del pomeriggio: le ore più calde della giornata, quelle in cui le attività scolastiche e lavorative erano costrette a fermarsi o almeno a rallentare. Si tratta di un dato di estremo interesse, che ci aiuta non soltanto a comprendere le modalità di svolgimento della predicazione paolina in un ambiente non direttamente “giudaico”, e quindi non veicolato alla sinagoga, ma anche ad immaginarne i possibili destinatari e l’immediata ricezione.

Una considerazione finale, per concludere queste rapide note, potrebbe essere fatta a partire dall’analisi del desiderio più volte espresso da Paolo, quello di coprire l’estensione di tutte le terre del mondo conosciuto, «per condurre all’obbedienza della fede tutte le Genti, a gloria del Suo nome» (Rm 1,5). Questo desiderio non poteva che trovare alimento nelle promesse degli antichi profeti d’Israele: «Darò loro un segno ed invierò alcuni dei loro superstiti verso le Genti: Tarsis, Put, Lud, Mesech, Ros, Tubal, Grecia, verso le isole lontane, che non hanno udito la mia fama e non hanno visto la mia gloria; essi annunceranno la mia gloria tra le Genti» (Is 63,19).

Tarsis, il primo dei luoghi nominati in questo versetto di Isaia, veniva spesso identificato con la Spagna. Quel viaggio «fino agli estremi confini della terra», allora interrotto, avrebbe trovato la sua più compiuta realizzazione nello slancio missionario dei primi annunciatori del vangelo. Paolo, come il suo maestro Gesù, sentiva di essere stato inviato da Qualcuno, e sentiva che chi avrebbe accolto lui, avrebbe accolto anche Colui che lo inviava.

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Note

[1] In quanto infaticabile esploratore del collegium trilingue del Mediterraneo, per riprendere una frase di Arnaldo Momigliano.

[2] Come ben argomentato a suo tempo da Harald Riesenfeld, The Gospel Tradition, Philadelphia 1970, pp. 171-201.

[3] Vd. P. Siniscalco, Le vie di commercio e la diffusione del cristianesimo, in Mondo classico e cristianesimo, Roma 1982, pp. 17-28.